Cultura

Entra la corte, in scena colpevoli e innocenti

donna e panchinaROMA – Una giovane donna assassinata, l’indagine del pubblico ministero che la conosceva, che il ruolo vuole tenga la giusta distanza dai fatti e dalle persone coinvolte. Una distanza che il procuratore Aurelio Rasselli si ritrova nella sua vita, diventando solitudine che gela i sentimenti e complica i rapporti con il figlio ‘difficile’ e l’ex moglie. Una donna sospesa, che alla fine non decide di divorziare ma di andare a vivere col vecchio notaio, per fargli compagnia in attesa che muoia. Tutto ne “La donna della panchina“, il libro di Marcello Vitale, un passato da magistrato in tanti tribunali italiani fino alla Corte di Cassazione. A parlare di questo legal thriller, con l’autore ieri sera nella libreria Borri Books di Roma, il collega Giancarlo De Cataldo, scrittore e magistrato in attività al tribunale di Roma, e Stefano De Sando da 30 anni la ‘voce’ italiana del grande Robert De Niro che ha letto alcuni passi. Quanta vita autobiografica c’è nel libro? Da parte del pubblico, numeroso, c’è sempre questo bisogno di identificare l’autore con i fatti narrati.

Ne ho viste tante nella mia vita di magistrato– ha detto Vitale- molte cose sono successe ma non nel modo descritto. Certo ho dovuto creare l’atmosfera di quelle situazioni, di quello che accade quando si avviano le indagini, quando si deve impiantare il processo penale con tutte le ritualità del caso”. De Cataldo da parte sua ha spiegato che è importante conoscere le cose di cui si parla: “Alcuni americani volevano assolutamente scrivere una storia ambientata in Italia, con un padre che disereda il figlio. Ho fatto presente che nella legge italiana questa cosa è impossibile, al figlio spetta sempre la ‘legittima’”. Poi De Cataldo ha parlato della solitudine del pubblico ministero “costretto dal suo abito talare a rimanere neutro” sottolineando la particolarità del diritto italiano “dove il Pm è tenuto non solo a trovare le prove di colpevolezza ma anche quelle a favore dell’imputato”.

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Quanto ci sia di ipocrisia poi nell’attività reale quotidiana dei Pm, il magistrato-scrittore lo ha lasciato al giudizio del pubblico. All’ex magistrato e scrittore Marcello Vitale preme sottolineare che “molte volte il Pm si trova sotto i riflettori suo malgrado. E’ vero che molti li cercano per far carriera ma altri sono portati alla ribalta perché è il fatto delittuoso che si prende la scena”. Poi si entra nel cuore del processo penale, se ne parla nel libro “La donna della panchina”, perché oltre all’omicidio della donna ci sono altri colpevoli da punire, altre indagini da svolgere. Qui Marcello Vitale fa entrare il lettore nel cuore della vita dei tribunali, nel tempo che si passa per deporre, a scrivere non solo atti per l’indagine ma anche per rispondere agli esposti dei vari avvocati che ora lo accusano di non arrestare subito chi si ritiene colpevole, altre volte di averlo fatto ingiustamente. Ci si trova di fronte alla Commedia umana, dove ogni soggetto sembra recitare una parte. “A seconda dei casi- ha fatto notare Vitale- perché lo stesso avvocato che mi trovavo di fronte a perorare l’innocenza, poco dopo magari me lo ritrovavo con altro incarico a reclamare subito la galera”.

giustiziaCi va a nozze De Cataldo, con l’immagine del Tribunale come Teatro: “La Giustizia è un diaframma, sin dai tempi più antichi c’è stato bisogno di mettersi tra i due litiganti, per evitare che si scannassero. La Giustizia con i suoi riti, anche lenti, serve a questo – ha detto De Cataldo – a incanalare le pulsioni selvagge degli esseri umani in un sistema di regole condivise“. E questo spettacolo, appunto, “avviene in pubblico, davanti a tutte le parti in causa, non nelle segrete stanze”. Un passaggio tra Vitale e De Cataldo a parlare della “certezza della pena”, se questa sia sempre applicata o se alla fine “grazie ai tanti sotterfugi” resa nulla. Qui Vitale ha ricordato il compito del pubblico ministero che deve prendere le parti del morto, che non può parlare e che presto verrà dimenticato” magari perché ci sarà un ricco risarcimento per i vivi. De Cataldo da parte sua ha rivendicato anche la funzione di rieducazione che sta dietro alla pena decisa dal tribunale: “Non bisogna mai confondere l’esecuzione della pena con le modalità, perché alla fine si deve tentare di migliorare l’uomo. Senza scordare mai che nella vita la pena massima non basta mai, se uno è condannato all’ergastolo lo si vuole fucilare. E poi la pena stabilita, lo ricordo, è sempre considerata eccessiva da chi la subisce, troppo bassa per risarcire la vittima”.

donna_panchinaIl confronto tra i magistrati e scrittori Marcello Vitale e Giancarlo De Cataldo si è concluso con la lettura di un passo del libro “La donna della panchina”, con la voce del ‘nostro’ Robert De Niro. Quando il procuratore Aurelio Rasselli e il suo fido collaboratore escono dall’ufficio per scendere al Bar del Tribunale. Una sorta di discesa all’inferno, perché nel bar del Tribunale ci si ritrova tutta l’umanità: vittime e colpevoli, giudici e avvocati, con codazzo di giovani donne e uomini in attesa del riflettore che li farà scoprire dal mondo e renderà famosi. Perché dietro al dramma c’è sempre qualcuno pronto a trarne profitto personale. Ci si ritrova tutti lì, in una bolgia di carne, odori, colori e rumore, tutti assieme, per qualche minuto davanti al dio caffè. Ci si guarda e ci si ritrova, alla fine, chi più chi meno, tutti colpevoli.

 

di Nico Perrone

21 giugno 2016
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