Anaao e Assomed, la mappa delle carenze di medici specialisti in Italia

A guidare la classifica il Piemonte al Nord, la Toscana al Centro, la Sicilia al Sud. Unica eccezione il Lazio che sarà in grado di soddisfare il disavanzo netto determinato dalla fuoriuscita di specialisti, anche se non in tutte le discipline
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La carenza di personale medico nelle corsie ospedaliere e nei servizi territoriali rischia di subire una ulteriore brusca accelerazione con l’introduzione della “Quota 100” prevista nella Legge di Bilancio 2019 e in via di definizione con il cosiddetto “Decretone”, con l’obiettivo politico del superamento dell’articolo 24 del DL n. 201 del 6 dicembre del 2011, la cosiddetta “Riforma Fornero”.

I Medici dipendenti del SSN oggi vanno in quiescenza con una anzianità in media intorno ai 65 anni di età. Nel 2018 è iniziata l’uscita dal sistema dei nati nell’anno 1953 (circa 7000 medici). Nel triennio 2019-2021, che interesserà secondo le regole “Fornero” essenzialmente i nati dal 1954 al 1956, sono previste uscite tra 6000 e 7000 medici l’anno, per un totale di circa 20.000 unità. Con la “Quota 100”, in vigenza sempre tra il 2019 e il 2021, si acquisisce il diritto ad un pensionamento anticipato a 62 anni di età, visto che la grande maggioranza dei medici ha effettuato il riscatto degli anni di laurea e di specializzazione per il basso costo previsto tra la fine degli anni 70’ e l’inizio degli 80’ e sono in possesso del requisito dei 38 anni di contribuzione previdenziale. Quindi nel 2019, con l’anticipo di tre coorti, potrebbero lasciare i nati fino all’anno 1957, mentre quelli nati nel 1958 e 1959 raggiungeranno i 62 anni tra il 2020 e il 2021.

L’anticipo potrebbe interessare nel triennio 2019/2021 altri 17.000/18.000 medici, per un totale di pensionamenti possibili di 38.000. E’ verosimile, comunque, che le quiescenze siano ridotte per le penalizzazioni che l’adesione alla “Quota 100” comporta: riduzione dell’assegno pensionistico, limitazione della libera professione e divieto del cumulo previdenziale. In definitiva, noi stimiamo che l’uscita per “Quota 100” sia limitata al 25%, in pratica circa 4.500 medici dei 18.000 che acquisiranno il diritto. Anche i recenti dati Inps sembrano confermare tale previsione. Dal 2022, in base alle dichiarazioni di autorevoli esponenti dell’attuale Governo, dovrebbe entrare in vigore una ulteriore riforma pensionistica con la cosiddetta “Quota 41”, riferita agli anni di contribuzione da raggiungere per ottenere la quiescenza, che prevede rispetto alla “Fornero”, tutt’ora in vigore, una riduzione di contribuzione di 1 anno e 10 mesi per i maschi e 10 mesi per le donne.

Come già rilevato nel precedente studio, pubblicato il 7 gennaio 2019, tra il 2018 e il 2025 dei circa 105.000 medici specialisti attualmente impiegati nella sanità pubblica ne potrebbero andare in pensione circa la metà: 52.500. Un esodo biblico che richiede interventi immediati e fortemente innovativi per attenuarne le conseguenze sulla quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini. Del resto siamo di fronte ad una popolazione di professionisti particolarmente invecchiata a causa del blocco del turnover. Secondo i dati diffusi da Eurostat, l’Italia ha i medici più vecchi d’Europa con il 54% del totale che ha una età superiore a 55 anni. In un precedente lavoro (Anaao, 2016) avevamo evidenziato come la popolazione dei medici dipendenti del SSN con età maggiore a 50 anni fosse nel 2015 addirittura il 68% del totale.

I nostri dati mostrano che non basteranno i neo specialisti a sostituire i quiescenti, per colpa dell‘errata programmazione delle borse di specialità perpetrata negli anni passati, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema perché la velocità dei processi in atto non concederà il tempo necessario per il trasferimento di conoscenze dai medici più anziani a quelli con meno esperienza alle spalle. Si tratta, infatti, di competenze cliniche e capacità tecniche che richiedono tempo e un periodo di passaggio di esperienze tra diverse generazioni professionali per essere trasferite correttamente.

STIMA DELLA CARENZA DI SPECIALISTI PER SINGOLA SPECIALITÀ: PROIEZIONE AL 2025

Nel precedente studio abbiamo affrontato la carenza di specialisti a livello nazionale. Con l’attuale cerchiamo di fornire una stima di quanto impatterà quest’esodo di medici dipendenti del SSN, legato anche al pensionamento anticipato, sulle diverse specialità nelle diverse regioni italiane. Abbiamo calcolato una stima, incrociando la proiezione del numero di specialisti uscenti dalle Scuole universitarie nel periodo 2018/2025, con la previsione dei possibili pensionamenti di specialisti attivi nel SSN nelle regioni italiane. Dei circa 53.000 contratti di formazione finanziati, abbiamo previsto che circa il 10%, quindi 5000 contratti, vengano perduti per rinuncia, trasferimenti di sede o cambiamento di Scuola di specializzazione nel periodo considerato (Associazione Liberi Specializzandi, 2019). Dato estremamente preoccupante, al limite dello spreco, considerata la carenza di specialisti che ci attende. In aggiunta, abbiamo stimato che solo il 75% degli specialisti formati scelga di lavorare per il SSN, optando nel 25% dei casi per altre attività lavorative (fonte: rapporto FIASO 2018), come l’attività nel privato, sia in regime libero professionale che di dipendenza, la specialistica ambulatoriale in convenzione, la carriera universitaria, l’emigrazione verso paesi europei ed extraeuropei.
Proiettando al 2025 il numero di contratti di formazione specialistica previsti dal 2013/2014 al 2020/2021 (contratti di formazione specialistica MIUR + contratti regionali), considerato il numero totale di dirigenti medici attivi presenti nella rete assistenziale delle singole regioni, abbiamo stimato i pensionamenti regionali per ogni branca specialistica da qui al 2025 (fonte: CAT 2017, ISTAT 2017, COGEAPS 2017), ipotizzando una uscita dal sistema intorno al 50%.
In sintesi abbiamo confrontato, per le principali specialità, i flussi pensionistici nel SSN in un periodo di 8 anni (2018/2025), con le capacità formative post laurea nello stesso periodo di riferimento.
Abbiamo poi confrontato i fabbisogni di specialisti dichiarati dalle regioni con le carenze per pensionamento da noi stimate.
Si precisa che i numeri elencati non tengono conto delle carenze odierne, circa 10.000 medici al 2018, già drammaticamente rilevanti in alcune specializzazioni e regioni italiane.
Per la stima del fabbisogno specialistico regionale nell’arco di 8 anni, si è proceduto a eseguire una media annuale del triennio 2018-2020 moltiplicandolo per 8 anni. Si ricorda che la formazione post lauream ha una durata di 4-5 anni, pertanto gli specialisti che si formano in un determinato anno sono espressione di un fabbisogno e di una disponibilità di contratti specialistici di 4-5 anni prima. Si consideri che le regioni hanno già espresso il loro fabbisogno fino al 2020. Si tratta di stime numeriche che esprimono un fenomeno, dandone una descrizione attraverso l’analisi della differenza tra fabbisogni espressi dalle regioni e contratti effettivamente assegnati dal MIUR.

LE CARENZE DI SPECIALISTI NELLE REGIONI ITALIANE

 

TABELLA 1. Carenze entro il 2025 delle principali specializzazioni suddivise per regione. Le caselle in rosso rappresentano deficit superiori a 60 specialisti; quelle in grigio deficit uguali o inferiori a 60; quelle in verde surplus di specialisti.

LAZIO

Il Lazio è l’unica regione italiana che nel nostro studio non presenterà deficit totale di specialisti. Infatti, considerando tutte le specialità, al 2025 avrà un surplus netto di 905 specialisti, senza una contestuale spiegazione sulle riorganizzazioni della sanità regionale. Ci saranno comunque carenze nelle singole branche, che riguarderanno la medicina dell’emergenza urgenza con 544 specialisti, più contenute per medicina interna, 40 unità, patologia clinica e biochimica clinica 53 unità, pediatria, 42 unità, e psichiatria, 48 unità.

Il fabbisogno espresso dalla regione sembra gravemente errato per difetto (richiede solo 345 contratti/anno, ma ne servirebbero più del doppio), così come appare scarsamente razionale la gestione dei contratti da parte del MIUR.
Riguardo al fabbisogno regionale, se il MIUR seguisse le indicazioni della regione Lazio, si creerebbe un deficit al 2025 nelle branche, oltre a quelle già riportate sopra, di anestesia e rianimazione (212 unità mancanti), chirurgia generale (293), cardiologia (119), medicina interna (250).

D’altro canto, il MIUR finanzia talmente tanti contratti in questa regione da creare surplus importanti come in geriatria (127 specialisti in più rispetto al fabbisogno), cardiologia (+120), fisiatria (+183 unità), neurologia (+104), neuropsichiatria infantile (+81), radioterapia (+109). Se si mettono a confronto tali surplus con il grave deficit in medicina d’emergenza-urgenza, appare chiaro come tali scelte siano gravi e apparentemente immotivate. Per ultimo, la regione Lazio non finanzia neppure un contratto regionale, quando invece sarebbe utile aiutare le poche branche specialistiche in difficoltà.

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21 Marzo 2019
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