In Giappone poveri e soli, sempre più anziani scelgono il carcere

ROMA – Finire in prigione è una sventura, ma non per tanti vecchietti giapponesi che scelgono volontariamente di finire dietro le sbarre, per trovare ciò di cui sentono la mancanza nella vita di tutti i giorni: cibo caldo, compagnia e una risposta alle difficoltà quotidiane. La fotografia del fenomeno è stata pubblicata da più testate, dal ‘Japan Times’ a ‘Bloomberg’, che citano studi condotti sul tema dagli istituti statali.

Proprio oggi il governo ha confermato che, per la prima volta, la metà della popolazione anziana è di età pari o superiore ai 75 anni. Il Giappone è infatti il Paese con la popolazione over 65 più numerosa al mondo: oltre il 26,7 per cento secondo le statistiche ufficiali. E dal 1990 in poi i detenuti dai capelli bianchi sono aumentati di sei volte, e in modo costante. A essere coinvolte sono in particolare le donne: se il 40 per cento della popolazione carceraria è composta di over 65, nel braccio femminile una detenuta su cinque è anziana.

Altro elemento ricorrente osservato è il crimine che convince i giudici a condannare queste persone: la maggior parte commette piccoli furti, la metà dei quali commessi da chi vive solo. Il 40 per cento degli incriminati, anche se ha una famiglia, confessa di mantenere contatti sporadici e di sentire di non avere nessuno a cui rivolgersi in caso di difficoltà.

Infine, la metà delle anziane che optano per le manette vive praticamente in povertà, condizione che invece riguarda il 30 per cento degli uomini.

“Abitavo con mia figlia e usavo tutti i miei risparmi per mantenere mio genero, un uomo violento”, ha raccontato una signora di 89 anni, motivando così la scelta di farsi arrestare.

In carcere vivo molto meglio, qui la vita è più semplice, posso essere me stessa e respirare”, ha spiegato un’altra donna di 80 anni. Dopo un infarto, il marito ha iniziato a soffrire di demenza senile e depressione, e accudirlo per lei è diventato un lavoro sempre più duro: “In casa mi sentivo in prigione– confessa l’anziana- ma non potevo parlare con nessuno dello stress che provavo, mi vergognavo troppo. Il giorno in cui ho deciso di rubare, in realtà i soldi li avevo. Ma mi sono ritrovata a riflettere sulla mia vita: non volevo tornare a casa e non avevo nessun altro posto in cui andare. Chiedere aiuto in prigione era l’unica soluzione“.

“Spesso queste donne hanno una casa o una famiglia, ma questo non significa che abbiano un posto che le faccia sentire a casa” ha spiegato Yumi Muranaka, responsabile della polizia carceraria dell’Istituto detentivo femminile di Iwakuni, a pochi chilometri da Hiroshima. “Queste donne non si sentono capite“.

“Trascorrevo ogni giorno da sola. Mio marito mi ha lasciato molto denaro, la gente mi diceva che dovevo sentirmi fortunata ma il denaro non era ciò che volevo. Ero infelice“, conferma un’altra detenuta, anche lei sulla soglia degli 80. E il fenomeno è diventato un problema costoso per le casse del Giappone, che nel 2015 ha speso l’equivalente di 120 milioni di euro per mantenere la popolazione carceraria anziana, in particolare per il lievitare delle spese mediche e del personale specializzato, che tuttavia non può prestare servizio di notte.

Al momento né il governo né i privati avrebbero messo in piedi un sistema che impedisca ai propri anziani di vedere nella cella l’ultima opzione a una vita dignitosa. Solo una legge del 2016 inserisce gli anziani recidivi in un programma assistenziale.

21 marzo 2018
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