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Roma verso le elezioni, Rosati: “Guardare all’interesse della città, così il Pd torna credibile”

ROMA – Dalla necessità di trovare una figura della società civile in grado di mettere insieme un “fronte larghissimo”, all’analisi delle proposte in campo, fino al federalismo, Antonio Rosati, attuale amministratore unico di Arsial con un passato da capogruppo Pd in Campidoglio e assessore provinciale, parla con l’agenzia Dire della corsa per le amministrative di Roma.

Tra i tratti originali della sua lettura, l’idea di approdare a un concetto di progressismo in grado di ricostruire una visione del mondo che oggi, secondo Rosati, manca alle forze che compongono il centrosinistra.

Sabato prossimo al Brancaccio è prevista #perRoma, l’iniziativa promossa dai minisindaci della Capitale in vista delle amministrative. All’iniziativa, però, i minisindaci di Sel hanno deciso di non partecipare dopo la candidatura di Roberto Giachetti alle primarie per il Campidoglio. Come commenta questa scelta e, più in generale, l’evento di sabato?

“In un momento molto difficile per Roma, i presidenti dei Municipi hanno mantenuto un rapporto costante e proficuo con il territorio, tenendo in piedi la nave. Sono uomini e donne di grande professionalità e qualità amministrativa ed etica. Per questo, trovo straordinaria l’iniziativa di sabato, perché è un modo per costruire un programma dal basso. Dobbiamo essere consapevoli che il centrosinistra è in grandissima difficoltà a Roma, per tante ragioni. Mi dispiace però che gli esponenti e i presidenti di Sel, che tutti apprezziamo, abbiano preso la decisione di non partecipare al Brancaccio, facendo venire meno questa spinta dal basso e questo patrimonio di governo unitario. Siamo in una fase storica in cui deve prevalere un grande senso di responsabilità. Non dovremmo mai dimenticare per chi lavoriamo: per la città e per i romani. Mi auguro dunque che ci possa essere un ripensamento. In ogni caso, l’iniziativa rimane di grande valore”.

Al di là della candidatura di Giachetti, il Pd sembra ancora diviso tra proposte e nomi diversi. Tra le idee, anche quella avanzata dal deputato Walter Tocci:

“Il Pd promuova una lista civica del centrosinistra. Spetta a noi offrire l’occasione di un campo aperto per elaborare un ambizioso progetto di città e selezionare una nuova classe dirigente in grado di attuarlo. Mettere da parte il simbolo di partito non sarebbe una rinuncia, ma un investimento”.

Che cosa ne pensa?

“Certamente la proposta di Walter Tocci è molto interessante e deve invitare a riflettere. Tuttavia, mi sento di dissentire. Sostengo invece la necessità di trovare un candidato sindaco della società civile, un esponente con una grande forza che possa – lui sì – rappresentare un grande fronte largo, larghissimo, che vada dalle istanze moderate che amano la città, a istanze cattoliche e cristiane, fino a quelle rappresentate da Massimiliano Smeriglio di Sel. Intorno a un simbolo così, potremmo serenamente rinunciare alle primarie. Dunque, in questo senso sposo l’idea di Tocci. Mi sembra però che siamo in una fase storica in cui non dobbiamo rinunciare ai simboli di partito. Non per un orgoglio astratto, ma per ricostruire le fondamenta e la credibilità costituzionale delle forze politiche. Ecco, mi appello alla Carta costituzionale: la democrazia senza partiti, così come prevede la Costituzione italiana, non è democrazia. Abbiamo bisogno di ricostruire la credibilità della nobiltà della politica e dei suoi rappresentanti. Semmai, la domanda è come si selezionano i candidati dentro al partito. Non ci sono scorciatoie. Capisco dunque il senso molto acuto e intelligente della proposta di Tocci, ma mi permetto di avere un’altra opinione su questo punto dei simboli del partito, perché altrimenti continuerà quella campagna distruttiva della cosiddetta antipolitica. Dobbiamo rimboccarci le maniche e affrontare la fatica di ridare credibilità e nobiltà alle forze politiche che esprimono, in un regime democratico, il volere del popolo”.

Stefano Fassina sembra irremovibile nella sua chiusura a Giachetti. Con lui, il Pd perderebbe tutta Sel e quel centrosinistra che a Roma ha governato per tanti anni e che governa ancora alla Regione. Che cosa vorrebbe dire per il Partito democratico perdere Roma?

“Non è solo un rischio possibile per il Partito democratico, ma per tutte le forze progressiste. Il punto non è quello di scegliere tra destra e sinistra, tra conservazione e progressismo. Oggi, in Italia e in Europa, la scelta è tra progressismo e barbarie, perché quando si alzano i muri in Ungheria o quando si chiedono i gioielli dei profughi che scappano dalla guerra, si ritorna all’orrore. Temo che, per ragioni che posso capire e rispettare, Fassina, che pure apprezzo, e gli amici e compagni di Sel non guardino la città e i suoi interessi generali. Sembra un aspetto personale contro Giachetti, che è persona assolutamente credibile e perbene, anche se si possono condividere o non condividere alcuni temi. Ma così rischiamo un ostracismo personale che la gente non ci chiede, perché le persone ci chiedono unità e soprattutto un riscatto per Roma. Bisogna cercare di far prevalere gli interessi generali, così come i padri costituenti ci hanno insegnato”.

– Tra i pochi elementi comuni a tutti gli attori del Partito democratico, la necessità di riformare l’assetto istituzionale di Roma Capitale. Eppure, nonostante la necessità riconosciuta da tutti, non c’è sentore di una riforma in questo senso.

“Il federalismo ha visto gli anni migliori nella stagione dei sindaci, che ha corrisposto anche al periodo più florido del centrosinistra, perché per tanti anni abbiamo espresso le migliori classi dirigenti delle città e delle regioni. Su Roma ci sono le proposte di Walter Tocci, di Marco Causi, di Roberto Morassut e anch’io ho avanzato l’idea dell’elezione diretta di un sindaco metropolitano su basi di collegi. Non c’è dubbio che Roma con i suoi problemi ha ormai dimostrato di non poter reggere così. Il governo nazionale nei prossimi anni dovrà riprendere l’idea di un governo di città, perché le città rappresentano sempre il paradigma del governo. Dunque, credo che sia interesse del centrosinistra e di tutto il fronte progressista riflettere su quale sia un nuovo possibile federalismo. L’idea di un riaccentramento totale di tutte competenze presso la sede di governo è un’idea antistorica”.

– In tanti all’interno del Partito democratico hanno chiesto di partire dai programmi, prima ancora che dai candidati. Quali sono a suo avviso le istanze che possono rimettere insieme il centrosinistra?

“E’ il termine stesso ‘centrosinistra’ a non rendere più l’idea. Credo che il concetto di centrosinistra dia un senso di vecchio. Soprattutto presso i giovani. Che cos’è il centrosinistra? Su questo devo dire che Renzi è stato molto moderno, quando ha aderito al Partito socialista europeo con grande velocità. Ma credo anche che l’idea di sinistra vada rimotivata sui comportamenti e sui programmi. Per chi ha letto la ‘Laudato si” di Papa Francesco, un documento storico che cambia il paradigma di vedere il mondo, la domanda è: il fronte di sinistra su quei temi si ritrova? Io credo di sì. L’idea di sinistra oggi è molto più ampia, o almeno dovrebbe esserlo, perché raccoglie le tante istanze che ci sono per costruire una visione del mondo. In questo senso, mi piace usare il termine ‘fronte progressista’ che dà l’idea di un cammino, un viaggio continuo, un gioco delle forze costante tra chi è sopra e chi è sotto. E io continuo a ritenere che la nostra funzione sia certamente dare buoni servizi ai cittadini, ma anche, soprattutto per Roma, avere un’idea del mondo senza la quale la sinistra, se non dà voce a chi non ce l’ha, semplicemente non esiste”.

21 gennaio 2016

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