Welfare

Dalla molestia alla violenza: ecco dove si esercita, chi la commette e perchè non si denuncia

 

ROMA – L’ultima indagine dell’Istat ha stimato che nel corso della propria vita poco meno di 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila), quasi una su tre (31,5%), hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro.

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Per quanto riguarda, in particolare, la violenza sessuale, si stimano 4 milioni e mezzo di donne vittime di una qualche forma (realizzata o tentata) di violenza sessuale nel corso della propria vita. In più di un milione di casi (1 milione e 157mila) si è trattato delle forme più gravi: stupro (3,0%; 652mila) e tentato stupro (3,5%; 746mila). Infine, il 16% delle donne ha subito stalking da parte di ex partner o altre persone nel corso della vita.

Passando alle molestie e ai ricatti sessuali sul lavoro, l’Indagine sulla sicurezza dei cittadini dell’Istat permette di focalizzare l’attenzione su un altro aspetto specifico della violenza di genere. Sulla base della rilevazione svolta nel 2016, si stima che siano 1 milione 403 mila le donne che hanno subito, nel corso della loro vita lavorativa, molestie o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Esse rappresentano circa il 9 per cento (l’8,9%) delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

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In particolare, i ricatti sessuali per ottenere un lavoro o per mantenerlo o per ottenere progressioni nella carriera hanno interessato, nel corso della loro vita, 1 milione e 100mila di donne (1.173 mila pari al 7,5%delle donne con le caratteristiche illustrate sopra). Solo una donna su 5, tra quelle che hanno subito un ricatto, ha raccontato la propria esperienza, parlandone soprattutto con i colleghi (8,1%), molto meno con il datore di lavoro, dirigenti o sindacati. Quasi nessuna ha denunciato il fatto alle forze dell’ordine (0,7%).

Da quando, nel 2009, è entrata in vigore la legge che definisce il reato, le condanne per stalking sono in forte aumento: 35 sentenze nel 2009, 1.601 nel 2016, di cui 1.309 con condannato italiano (di cui 1.212 maschio) e 292 straniero (18,2%). I reati più frequentemente associati al reato di stalking sono la violenza privata, le lesioni personali e le ingiurie.

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MOLESTIA O VIOLENZA? ECCO LE DIFFERENZE

In ambito giuridico si è dibattuto per molto tempo su quali siano le differenze tra molestia e violenza sessuale, “perché il codice penale prevedeva inizialmente due fattispecie completamente differenti- spiega, all’agenzia Dire, Vanessa Ragazzi, avvocato penalista e viceprocuratore onorario presso la procura di Como- poi si è deciso di unificare tutto sotto l’articolo 609 bis del codice penale, in cui si distinguono le ipotesi lievi dalle quelle gravi e rilevanti in base a criteri e parametri che cambiano in continuazione sulla scorta delle sentenze della Cassazione”.

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La molestia, sia verbale che fisica, è “un gesto che infastidisce e che presuppone un’accusa lieve (il tipico esempio è la cosiddetta mano sul sedere), la violenza sessuale prevede una violenza nella sfera intima del soggetto, con atti che vanno ad incidere sulla fisicità della persona. A livello sanzionatorio è la fattispecie più grave- puntualizza- e oltre al danno fisico c’è quello psicologico”.

L’elemento “fondamentale” che deriva dalle molteplici sentenze della Cassazione è “il discorso della contestualizzazione dell’evento. Dove avviene? Chi lo pone in essere? Inoltre- spiega l’avvocato penalista- la persona che lo commette, approfitta di una situazione di minorata difesa? Insiste con atteggiamenti persecutori che poi sfociano in atti di violenza? Bisogna sempre contestualizzare per poi applicare la corretta sanzione in ambito legale”.

 

DOVE VIENE ESERCITATA LA VIOLENZA

“Tutti quei luoghi dove si esercita un potere facilitano l’espressione di questi comportamenti molesti. Se c’è un gap di potere è chiaro che purtroppo tante persone potrebbero abusare della propria posizione. Si è verificato nel mondo del cinema- ricorda, all’agenzia Dire, Irene Petruccelli, docente di Psicologia giuridica e sociale dell’Università Kore di Enna e direttrice dell’Accademia di Psicologia sociale e giuridica di Roma- perché lì c’è chi può abusare del potere di scegliere e selezionare le persone. Sono in realtà anche fenomeni trasversali, può capitare per strada o dentro casa, dal momento che le violenze domestiche sono all’ordine del giorno”.

Come psicologa giuridica assiste magistrati, avvocati e giudici e le denunce di molestie, stalking, stupro e abuso sessuale sia su adulti che su minorenni “si verificano tanto nelle famiglie multiproblematiche che in quelle benestanti, sia in contesti culturalmente elevati che in quelli dominati dall’incuria economica e culturale. Il maggior numero di violenze avviene all’interno della famiglia e successivamente nel mondo del lavoro, ma qui emerge solo la punta dell’iceberg”.

 

NON ESISTE UN AGGRESSORE TIPICO

“Gli uomini violenti non presentano, se non eccezionalmente, patologie mentali o sociali- rivela, alla Dire, Vincenzo Mastronardi, psichiatra forense, criminologo clinico e professore dell’Università di Roma la Sapienza- non sembra esserci correlazione con una determinata etnia, religione o classe sociale, dunque l’identikit dell’uomo violento corrisponde a un ‘signor qualunque’. Spesso si riscontra l’idea della donna come un essere inferiore che non ha diritto all’autonomia e alla libertà; vedono sé stessi come legittimati al controllo, al possesso e al dominio della donna. Infine, di sovente si riscontrano in questi soggetti violenze subite direttamente o indirettamente nella fase infantile-adolescenziale”.

Possono avere dei tratti comuni, invece, “le persone che rimangono invischiate in relazioni violente- aggiunge la psicologa giuridica- perché non riescono a uscirne fuori e potrebbero sviluppare dei tratti di dipendenza dal proprio partner”.

 

CHI DENUNCIA MOLTI ANNI DOPO

“Provare la violenza a distanza di molti anni è difficile– fa sapere l’avvocato penalista- nel senso che dovrebbe esserci una sorta di testimonianza, che però è molto rara da trovare”. Petruccelli chiarisce il motivo per cui non si denuncia o lo si fa a distanza di tempo.

“Possono esserci casi in cui le vittime non denunciano perché sono sotto ricatto o hanno paura di perdere il lavoro. Molte persone sono costrette o si costringono a tacere anche perché temono l’etichetta della vittimizzazione secondaria e così rimangono nel silenzio per anni. Se io parlo vengo etichettata come una poco di buono”, sottolinea la psicologa.

In caso contrario, “può esserci la manipolazioni da parte della presunta vittima di eventuali abusi o molestie subite laddove non era così, in quanto era consenziente. È difficile- conclude Petruccelli- discriminare se si tratta di casi dove si è taciuto per paura oppure per convenienza”.

 

di Rachele Bombace, giornalista professionista

 

 

 

20 novembre 2017
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