Femminicidio, lo psicologo: Gli assassini, persone incapaci di vivere relazioni affettive

L’opinione di Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta

Il femminicidio è all’ordine del giorno perché secondo i maschi scappatelle, bisogni d’indipendenza o necessità di cambiamenti non sono questioni di ‘donna’. “La peculiarità di questi omicidi è che non si tratta di killer seriali, ma di fidanzati, mariti, compagni e amanti che, per un’errata interpretazione di cosa sia l’amore, finiscono per tramutare il sentimento in un odio feroce che li porta a compiere gesti estremi. Dietro a tutti gli omicidi c’è infatti un distacco della partner dal suo compagno, che ne esce sconvolto reputando l’allontanamento impossibile e inconcepibile. Sono gesti estremi che non ricadono solo sulla moglie/compagna, ma anche sui figli. Parliamo di uomini che si caratterizzano per un forte grado di disperazione, vulnerabilità, incapacità e sensibilità. Non sono dei criminali, piuttosto ‘assassini’ intesi come persone incapaci di vivere le relazioni affettive”. È il commento di Federico Bianchi di Castelbianco, noto psicoterapeuta, all’agenzia DIRE sul crescente e allarmante fenomeno del femminicidio.

Di fatto il femminicidio è una realtà in aumento e sono tante le proposte lanciate da personalità autorevoli per arginare la questione, “ma rafforzare la pena repressiva e detentiva non è la strada da percorrere. Certamente le persone che commettono un omicidio non possono uscire di galera dopo poco– concorda Castelbianco-, tuttavia l’aumento della pena non porterà a un decremento del numero degli omicidi”.

Per capire come mai siamo arrivati a questo punto, “bisogna ripercorrere un cammino a ritroso nel tempo e riflettere su com’era la coppia genitoriale trent’anni fa e com’è oggi, di cui sono figli gli attuali assassini. Allora vi erano ruoli estremamente definiti. L’uomo portava i pantaloni e lo stipendio in casa- ricorda l’esperto- esigeva il potere e il controllo sulla famiglia. Un potere che ritornava anche nelle minacce proferite dalle madri ai figli che si comportavano male: ‘Se non la smetti lo dico a papà quando torna’. Trent’anni fa le parole espresse dal capofamiglia avevano un grande peso e una forte responsabilità, adesso questa situazione non esiste più. Tutto è stato macinato da una società diversa con criteri nuovi”.

La realtà di oggi, a quanto pare, “non è stata recepita dai maschi- osserva il direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO)- perché non tutti si sono attrezzati per affrontare i cambiamenti sociali sul versante femminile. L’autonomia, la capacità di fare, la possibilità di avere relazioni esterne alla coppia da parte della donna sono per molti uomini rivoluzioni intimamente inaccettabili ”.

L’immagine della famiglia modello però è rimasta immutata: “Ancora oggi si mostra un capo famiglia e una mamma che cucina o fa i compiti con i figli. Niente di più antiquato- avverte lo psicologo- eppure questo è il messaggio che viene mediaticamente trasmesso alle nuove generazioni”. Una situazione “inaccettabile, dobbiamo educare i giovani al rispetto di genere, sensibilizzandoli sulla parità tra i sessi, sulla parità dei diritti e sul rispetto delle differenze”.

La questione non è nuova. “In passato le donne che volevano rispetto dovevano comportarsi come uomini, attualmente una soluzione del genere non ha senso. La donna deve essere accettata per quello che è diventata. A tal fine è importante che dalla scuola materna in poi venga insegnato il rispetto dei sessi. Non deve esserci una prepotenza o una potenza maggiore dell’uno in capo all’altro”. Come si fa ad educare al rispetto dei sessi? “Iniziamo dalle attività condivise a scuola- conclude l’esperto- si facciano riconoscere le peculiarità, e quindi le differenze delle competenze dei maschi rispetto a quelle delle femmine”.

20 Giu 2016
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