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Da De Gasperi a Renzi, viaggio tra i premier italiani alla Casa Bianca

ROMA- Oggi a Washington il primo incontro tra un Presidente del consiglio italiano e Donald Trump, a tre mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca. Paolo Gentiloni dovrà affrontare col 45esimo capo di Stato americano i principali temi di attualità internazionale, così come prima di lui hanno fatto i suoi predecessori. A partire da quella visita del 5 gennaio 1947, quando il presidente Alcide De Gasperi – primo capo di Governo della Repubblica italiana del post fascismo – volò a incontrare Herry Truman, ai tempi in cui l’Italia, uscita sconfitta e a pezzi dalla Seconda guerra mondiale, faticava a rialzarsi, e gli Stati Uniti apparivano come l’unica speranza per la rinascita di un’Europa in ginocchio. Già soffiavano i venti delle tensioni con l’Unione sovietica, e il sospetto di Truman per i comunismi fece temere a De Gasperi di non riuscire a ottenere aiuti dal potente alleato atlantico. Ma così non fu: non solo ottenne 100 milioni di dollari e migliaia di tonnellate tra grano e altri prodotti, ma spuntò anche la promozione del suo governo, inaugurando l’epoca della Democrazia cristiana a Palazzo Chigi.

In questi mesi domina la stampa il tema della Brexit, ma qualcuno forse ricorderà che nel 1963, quando Amintore Fanfani raggiunse John F. Kennedy, da Washington premevano per velocizzare l’ingresso del Regno Unito nella Comunità economica europea (Cee), tanto osteggiata dalla Francia. Londra, che aveva presentato richiesta formale due anni prima, avrebbe dovuto attendere il 1973 per essere accontentata. Il viaggio fu una sorta di “consacrazione” dell’Italia a partner Nato affidabile e “di punta“, come scrissero dopo gli storici, anche per il suo ruolo nel processo di disarmo: un tema molto sentito dato che in quel periodo la Guerra fredda con l’Urss stava rischiando di trasformarsi – dopo l’incidente della Baia dei porci, a Cuba – in un conflitto nucleare.

Una volta sciolta l’Urss e caduto il muro di Berlino, si aprì la questione dei paesi balcanici. Massimo D’Alema incontrò Bill Clinton nel 1999 con l’idea di affrontare un problema tutto italiano: ottenere l’estradizione dei due piloti del jet americano che qualche mese prima aveva tranciato il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, causando la caduta della cabina e la morte di tutti e 20 gli occupanti. Ma Clinton la negò, e riportò il colloquio all’attualità estera: chiese e ottenne l’appoggio di Roma per l’intervento militare della Nato, che di lì a poco ci sarebbe stato in Kosovo, eredità della dissoluzione della ex Jugoslavia.

Aveva probabilmente meno pensieri Silvio Berlusconi quando, nel 2009, prima di salire sul volo che lo stava per condurre a Washington D.C., disse: “Vado a incontrare Obama, giovane, bello e abbronzato“. Il Cavaliere era al suo quarto mandato, mentre Obama era da poco stato eletto, inaugurando un’epoca di forte cambiamento, interno ed estero. Dal progressivo disimpegno in Iraq alla disgelo nei rapporti con l’Iran, poi la riforma sanitaria nazionale, fino alla forte spinta a un Accordo globale contro i cambiamenti climatici, volto a ridurre le emissioni di Co2 nell’atmosfera. Dopo due mandati, nel 2016, la sua era è terminata. L’onore di concludere questa ‘carriera’ è toccato proprio a un premier italiano, Matteo Renzi, che ad ottobre 2016 ha partecipato all’ultima ‘State dinner’, la cena di Stato organizzata per i leder politici. Per l’occasione, Renzi ha portato, oltre alla moglie Agnese, una delegazione di 8 personalità per raccontare “la buona Italia“: lo stilista Giorgio Armani, la campionessa paralimpica Bebe Vio, la direttrice del Cern Fabiola Gianotti, i registi Roberto Benigni e Paolo Sorrentino, la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, la curatrice del dipartimento di Architettura e Design del Moma Paola Antonelli, e infine il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Ad accoglierli la sorridente coppia Obama, che non ha negato selfie da condividere sui social network.

Alcuni vorrebbero che l’incontro di oggi tra Gentiloni e Trump ricalcasse quello spirito, ma le questioni sul tavolo – e l’indole mutevole del nuovo leader statunitense – fanno temere esiti diversi. Il compito del premier non si profila semplice: convincere Trump a usare maggior moderazione sui principali teatri di conflitto – in Siria e Corea del Nord prima di tutto – e ricondurlo a posizioni meno intransigenti sul commercio internazionale e sull’applicazione dell‘Accordo di Parigi sul clima, a cui la sua amministrazione ha più volte ribadito un categorico “no, grazie”.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

20 aprile 2017

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