Stadio della Roma, soldi dai costruttori in cambio di favori: De Vito in carcere per corruzione

Il sistema di corruzione, il legame con Parnasi e la funzione pubblica asservita per scopi privati: ecco tutto quello che c'è da sapere sull'arresto di Marcello De Vito. di Marco Tribuzi
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ROMA – Terremoto in Campidoglio. Marcello De Vito è stato arrestato insieme ad altre tre persone (di cui due ai domiciliari, l’architetto Fortunato Pititto, riconducibile all’immobiliarista Giuseppe Statuto, e il commerciante di macchine Gianluca Bardelli) per i reati di corruzione e traffico di influenze in relazione a un’indagine della Procura di Roma legata allo stadio della Roma.

Secondo il gip, Maria Paola Tomaselli, che ha firmato il provvedimento di custodia cautelare, il presidente dell’Assemblea Capitolina da marzo 2017 a febbraio 2019 ha “posto in essere una serie di illecite condotte, spesso peraltro sviluppatesi nel medesimo periodo, risoltesi in interventi diretti o di condizionamento dell’attività amministrativa del Comune, rivolte a favorire diversi soggetti privati”, cioè i costruttori Luca Parnasi (indagato nella vicenda), già presidente della società Eurnova coinvolta nella realizzazione dello stadio della Roma, i fratelli Pierluigi e Claudio Toti (immobiliaristi e titolari della omonima holding, al momento indagati e sentiti nel pomeriggio dal gip) e l’imprenditore (immobiliarista e indagato anche lui) Giuseppe Statuto, rispettivamente per i progetti di riqualificazione dell’area ex Fiera di Roma, dell’area ex Mercati generali a Ostiense e dell’ex stazione Trastevere.

DE VITO E MEZZOCAPO, ECCO IL LORO SISTEMA DI CORRUZIONE

De Vito, secondo la tesi accusatoria, avrebbe agito insieme all’avvocato Camillo Mezzocapo, al quale vengono contestate (anche in questo caso) i reati di corruzione e traffico di influenze, destinatario di consulenze che avrebbero costituito il prezzo della corruzione, poi condiviso con l’esponente espulso stamattina dal M5S.

“Emerge come il sistematico mercimonio– si legge nel provvedimento del gip- della funzione pubblica da parte di Marcello De Vito avvenga secondo uno schema precostituito nel quale l’avvocato Camillo Mezzocapo sfrutta la sua veste professionale per acquisire lucrosi incarichi costituenti sia lo schermo delle illecite attività che il veicolo attraverso il quale remunerare la stessa”.

I soldi finivano nella società MDL srl, non direttamente riconducibile ai due ma di cui di fatto erano i beneficiari: “L’accertato utilizzo della società MDL Srl- scrive ancora il gip- quale vera e propria ‘cassaforte’, nella quale custodire ed occultare gli illeciti profitti della corruzione, da’ la misura della ormai acquisita professionalità, dimostrata dai prevenuti in tutte le fasi che caratterizzano le operazioni illecite, dal primo contatto con gli imprenditori fino al momento conclusivo della percezione delle utilita’”.

Secondo gli inquirenti, il giro di soldi accertato dall’analisi dei flussi finanziari e’ pari a 230mila euro di ‘consulenze tangenti’ da riversare nelle casse della MDL, più 160mila euro promessi a De Vito e Mezzocapo. Più precisamente, i due avrebbero ricevuto in cambio di aiuti e favori, 95 mila euro dall’imprenditore Luca Parnasi, 110 mila euro da Pierluigi e Claudio Toti e 24 mila euro dall’immobiliarista Giuseppe Statuto, che ne prometteva altri 160 mila.

“UNA CONGIUNTURA POLITICA FAVOREVOLE PER MASSIMIZZARE I PROFITTI ILLECITI”

Ad accelerare l’azione della Procura, che indagava sulla vicenda già dalla prima inchiesta sullo stadio della Roma, tanto da arrivare agli arresti un’intercettazione ambientale dello scorso 4 febbraio dove De Vito e Mezzacapo “discutono dell’attuale congiuntura politica, favorevole per massimizzare i loro profitti illeciti“, scrive il gip.

In quella circostanza Mezzacapo dice a De Vito: “Questa congiunzione astrale tra… e’ tipo l’allineamento della cometa di Halley, hai capito?… cioè..e’ difficile secondo me che si riverifichi così…E allora noi… Marce’… dobbiamo sfruttare sta cosa secondo me, cioè guarda…ci rimangono due anni…”.

DOPO L’ARRESTO DI PARNASI GLI INCONTRI DIVENTANO CLANDESTINI

Gli arresti dello scorso giugno sullo stadio della Roma, che avevano portato in carcere tra gli altri proprio Parnasi e il presidente di Acea, Luca Lanzalone, secondo il gip avevano messo sull’avviso De Vito e Mezzacapo, che da quel momento avevano sceltodi azzerare le conversazioni e di incontrarsi con modalità definite clandestine, come avvenne il 2 febbraio scorso nel concessionario (chiuso al pubblico) di Gianluca Bardelli.

“Fino ad allora, infatti, i contatti rilevati dai tabulati telefonici erano assolutamente frequenti, mentre da quel giorno e sino all’ultimo coperto dai tabulati si registra un unico contatto (in data 19 settembre 2018). Appare evidente che i due, temendo che i rapporti corruttivi da loro intrattenuti con lo stesso Parnasi potessero portare gli inquirenti a focalizzare le attenzioni investigative su di loro, hanno evitato, dal momento in cui hanno appreso dell’indagine su Parnasi, di contattarsi telefonicamente e di incontrarsi pubblicamente”.

LA FRETTA DI DE VITO NELL’INCASSARE I SOLDI

De Vito, secondo il gip, avrebbe voluto “incassare immediatamente la quota del denaro a lui spettante“, tanto che in un intercettazione dice all’avvocato Mezzacapo: “Va beh, ma distribuiamoceli questi”, ma il legale “lo convince ad aspettare fino al termine del suo mandato elettorale”, evidenzia ancora il gip.

“Cioè la chiudiamo- risponde Mezzacapo a De Vito come emerge sempre dall’intercettazione – distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà… non c’è più niente e allora però questo lo devi fa’ quando hai finito quella cosa“.

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20 Marzo 2019
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