Sempre meno figli: servono interventi innovativi su più versanti

La senatrice Dem Iori commenta gli ultimi dati Eurostat
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Sempre meno figli, sempre più tardi. I numeri del crollo delle nascite tracciano un trend sempre più asfittico. La curva, che è pilastro della società e del futuro del Paese, vira sempre più in giù, in una catena che rischia di rompersi e non saper rispondere alle sfide della società attuale. I dati Eurostat pubblicati pochi giorni fa mostrano che l’Italia è il Paese europeo che negli ultimi dieci anni ha registrato la flessione maggiore nelle nascite: il tasso di natalità è fermo all’1,31% figli per donna, ultimo tra i principali Paesi europei che pure si collocano da tempo al di sotto di 1,5. Chi fa figli, inoltre, è una donna sempre più adulta, sopra i 40 anni. In un Paese come il nostro, dove la popolazione è nella sua grande maggioranza anziana, il crollo delle nascite unito all’allungamento dell’aspettativa di vita determina un bug, l’assenza di un ricambio generazionale.

Sembra inoltre che non possiamo più guardare alla Francia, paese ritenuto modello ed eccezione da tutta l’Europa, poiché il tasso di sostituzione era rispettato in quanto nascevano in media 2 figli per coppia da oltre 40 anni. Scopriamo infatti che il tasso di natalità è sceso anche lì sotto il livello di 1,9, con un’emorragia che negli ultimi tre anni ha portato a un buco demografico di 50mila nascite in meno. Eppure la Francia ha un sistema di welfare che investe circa 60 miliardi di euro annui per le politiche di sostegno economico alle famiglie e che ha funzionato, elevando la natalità. Qualcosa, anzi più di qualcosa, si è rotto se, come dimostrano appunto i numeri, la curva della natalità è entrata in territorio negativo. Evidentemente non è più sufficiente puntare su una politica familiare orientata al sostegno fiscale e contributivo, privilegiando le applicazioni del quoziente familiare: un contributo minore in termini di tasse da pagare per chi ha un maggior numero di figli. In pratica meno tasse, o addirittura una no tax area, per le famiglie numerose.

Questi dati ci obbligano a rileggere le scelte procreative non solo in prospettiva fiscale. Il costo dei figli non è solo un costo economico. La nascita di un figlio è un passaggio critico che mette in crisi il sistema di relazioni della coppia e richiede la ridefinizione dei tempi di vita e la ricerca di nuovi equilibri, un impegno affettivo, organizzativo, relazionale che cambia irreversibilmente la vita, soprattutto delle madri, e rende difficile questa scelta. La fatica dell’aver cura, in un contesto in cui la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro è ostacolata, è possibile parlare davvero di “scelta”? Scegliere significa avere una pluralità di opzioni possibili: quanti figli, quando e come. Non si fanno figli perché è difficile anche solo orientarsi in una dimensione dove il sostegno, pubblico o privato che sia, è spesso carente, non tanto o meglio non solo da un punto di vista economico, ma soprattutto di contenuti. Oltre alla logica dei bonus, cosa resta? Di cosa si sostanzia il tessuto sociale a sostegno della natalità? Sono interrogativi aperti nella famiglia nucleare odierna dove il modello predominante è ancora fondato sulla divisione del lavoro tra uomo breadwinner (procacciatore di risorse) e donna homemaking (lavoro di cura non retribuito). La difficoltà di conciliare i tempi lavorativi con quelli da dedicare al caregiving, hanno mandato in cortocircuito il sistema, introducendo elementi di scoraggiamento. E’ successo anche in Francia dove pure si erano messe in campo misure concrete di sostegno al lavoro di cura: nidi aziendali e servizi integrativi forniti dall’azienda. Noto è l’esempio dell’ospedale Saint Camille di Parigi (80% donne) che già nel 1992 iniziò a fornire servizi di stireria, di pasti pronti, di lavori a domicilio, ed altre misure di strategie aziendali, come ad esempio maggiore flessibilità nella gestione del tempo di lavoro come l’adeguamento all’orario scolastico dei figli e flessibilità nello spazio di lavoro (telelavoro o lavoro a distanza).

Intervenire per risollevare la denatalità non può che essere un insieme di azioni, che deve sostanziarsi di politiche familiari e di welfare innovative, capaci di riadattare il sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. E visto che la risposta non può essere solo economica, perché quest’ultima non è risolutiva, allora bisogna dare più importanza alla dimensione relazionale.

Una delle scommesse si gioca nella cura delle relazioni che sostanzia e irrobustisce un contesto dove devono trovare spazio politiche a favore della genitorialità a più ampio raggio. Perché avere un figlio non è un fatto interno, che si riduce alle relazioni dentro le mura domestiche. E’ anche un fatto sociale, inteso come collocazione della famiglia in un flusso fatto di relazioni. Bisogna quindi favorire le relazioni tra famiglie, dalla dimensione del condominio alla condivisione di spazi esterni comuni, dove ovviamente trovano posto scambi e incontri tra adulti e figli.

Agire in questa dimensione è tutt’altro che semplice. Richiede, innanzitutto, uno sforzo culturale e politico importante, difficile ma doveroso. Il Congresso della famiglia che si terrà tra pochi giorni a Verona, se davvero volesse sostenere la famiglia dovrebbe iniziare dalla complessità di fenomeni che evolvono rapidamente e attendono risposte adeguate.

di Vanna Iori

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

20 Marzo 2019
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»