Musica, in fuga dal Burundi ma di sangue reale: Jp Bimeni è il re del soul - DIRE.it

Musica, in fuga dal Burundi ma di sangue reale: Jp Bimeni è il re del soul

ROMA – Il passo da rifugiato ad autore del miglior disco dell’anno secondo la Bbc non è stato breve. È stato lungo, pieno di difficoltà, tra attentati e fughe, operazioni e lunghi addii. Oggi JP Bimeni è un cantante affermato, è considerato il re del soul e non solo per una voce incredibile che ricorda quella di Otis Redding. Il suo ‘Free Me’, uscito in queste settimane anche in Italia, è considerato il miglior album dell’anno da BBC 6 Music e Uk Vibe Moko. 

In questo album, racconta JP Bimeni, ospite dell’agenzia Dire, “io ho scritto una delle canzoni e ho cambiato molte delle altre. Si potrebbe dire che questo album è stato scritto per me, nel senso che mi calza in tutti i suoi aspetti e per questo mi esalta. Mi hanno mandato la prima canzone e subito ho pensato: ‘Questo sono decisamente io’. Poi ho cominciato ad andare a Madrid avanti e indietro per conoscere la nuova band e l’etichetta. Quest’ultima ha proprio creato una formazione per questo progetto e a quanto pare dal 2012 avevano opzionato altri cantanti che avevano fatto delle audizioni ma non li avevano convinti”. 

La svolta grazie ad un live: “Penso che mi abbiano visto suonare al festival di Aviles nel nord della Spagna. Ero con un altro gruppo chiamato Speedometer, che era il gruppo di un amico di un amico che avevo a Londra e facevano cover di Otis Redding. Questa band non aveva un cantante ma doveva partecipare al festival e quindi mi chiesero se potevo cantare”. 

Quindi ha cominciato a provare “ed ero nervoso perché per me suonare significa sentire i musicisti, percepirli e provare. Ma con loro io non avevo mai suonato né li avevo mai incontrati e mi sono ritrovato a suonare come ultima Band della serata al festival”. 

Continua JP Bimeni: “La consideravo un’esperienza negativa, non ero sicuro di essere andato bene, invece qualcuno mi ha visto e un momento dopo ero a Londra, dove ricevo mail e messaggi che mi propongono questo progetto in Spagna. Mi sono detto ‘Perché no?’. Quindi mi sono fidato del fato e ho incontrato persone incredibili, a Madrid specialmente lo staff dell’etichetta e la comunità che li circonda. Ho trovato uno spirito positivo”. 

Dopo tanta sofferenza, la luce in fondo al tunnel, quindi. Perché per anni la vita non ha regalato gioie a JP Bimeni, anzi. Cittadino del Burundi, discendente dalla famiglia reale, giovanissimo è costretto a dire addio a casa: “Sono nato lì e ho lasciato il mio Paese nel 1994 dopo il genocidio. Ma come vittima di guerra: mi hanno sparato e mi sono spostato a Nairobi perché ero molto malato, il proiettile è passato vicino al cuore e ha attraversato il diaframma, il polmone ed è uscito dalla schiena rompendo una vertebra. Uno dei miei polmoni non funzionava più e nel mio diaframma c’era un buco, l’intestino invadeva i miei polmoni”. 

Era una situazione “critica e non potevo mangiare, non potevo andare in bagno, ero costretto a letto. I medici volevano che mi trasferissi e quindi sono andato a Nairobi e da lì, quando sono stato un po’ meglio, ho avuto una borsa di studio a Oxford per andare a studiare nel Galles” continua il racconto di JP Bimeni. 

Dove ha passato tempo alla ricerca di se stesso, passando per la voglia di fare politica e poi l’economia. E poi gli studi e l’addio al Galles per trasferirsi a Londra dove ho lavorato nei ristoranti”. Finché “un giorno mi sono licenziato e ho cominciato a suonare la mia chitarra, volevo essere un musicista”. 

È stato un periodo complicato per lui. Che seppur passato, ha comunque lasciato il segno: “Certe esperienze non ti lasciano mai, ma quello che puoi fare è trovare un modo per conviverci nella maniera migliore e usarla come forza per andare avanti” e “ciò che mi fa andare avanti è il fatto che posso essere una voce di questa sofferenza e raccontare una storia così che la gente possa sapere”.

Quello al Burundi non è stato un addio per JP Bimeni: “Sento che devo dare un contributo alla mia gente in ogni modo possibile. Sento sempre che ogni cosa che faccio è per prepararmi a tornare e aiutare e non voglio andare lì per avere la sensazione di aiutare, voglio veramente fare delle cose, dare degli aiuti, creare cose. Vorreo essere un esempio e dire ‘Io ho fatto in questo modo, ero perduto e non sapevo cosa sarebbe successo ma l’unica cosa che mi ha aiutato e cercare di essere forte è positivo e avere speranza’”.

POLEMICA SU MAHMOOD COLPA DI MODO DI PENSARE CHIUSO

La polemica sanremese che ha coinvolto il vincitore del Festival Mahmood è colpa di un modo di pensare “chiuso”. Il parere, illustre, arriva da lontano, dall’Inghilterra. Jp Bimeni è considerato il nuovo re del soul: una voce che ricorda moltissimo quella di Otis Redding, il suo album ‘Free Me’, in uscita anche in Italia in questi giorni, è considerato il miglior album dell’anno da BBC 6 Music e Uk Vibe Moko. La sua è una storia molto forte: discendente di una famiglia reale burundese, Bimeni lascia il suo paese all’età di 15 anni durante la guerra civile. Ottiene lo stato di rifugiato e fugge nel Regno Unito dov’è rimasto da allora. E proprio l’immigrazione è al centro della polemica che ha coinvolto Mahmood, madre sarda ma padre egiziano. “Conosco questa canzone, la adoro- ha detto Bimeni, ospite dell’agenzia Dire, a proposito di Mahmood- Ho sentito la storia che riguarda la canzone e mi sono detto che le polemiche appartengono a un certo modo di pensare che è molto chiuso. Ogni tanto la mente deve stare calma e bisogna ragionare con il cuore. Qualche volta si parla troppo prima di sentire e ci si perde”. Per JP Bimeni spesso “è colpa della paura. C’è una persona che canta, non ci sono pistole o persone che uccidono altre persone. È musica, e la musica è emozione. A volte menti chiuse si affidano a luoghi comuni ma bisogna tenere a mente che non ci sono stranieri in questo pianeta”.

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20 Febbraio 2019
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