In 14.123 a Bologna per la reunion degli Smashing Pumpkins (e un tuffo negli anni ’90)

BOLOGNA – “Today is the greatest day I’ve ever known“. Ci siamo. Bracciale tipo armatura con uncini che sembrano ali, anfibi più simili a Moon boot che a scarpe. Una gonna a pieghe che copre solo un lato. Tutto argento e nero. Dalla tenda sbuca, solo, imbracciando la chitarra acustica, e intona Disarm mentre sul maxi schermo alle sue spalle scorrono foto e video della sua per niente facile infanzia (del resto, la canzone parla proprio di questo e del suo turbolento rapporto con i genitori).

Si gira, spalle al pubblico, e sulla maglietta il numero, Zero naturalmente. Billy Corgan si presenta così sul palco dell’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, per l’ultima tappa del tour che ha visto la reunion degli Smashing Pumpkins. “Il più grande concerto del tour”, certifica Billy, dando anche il numero dei presenti in sala: 14.123. In effetti, il palazzetto è stipato da un pubblico entusiasta, che non sarà deluso dalle oltre tre ore del live.

L’aspettativa è enorme, perché ‘on stage’ ci sono tutti i componenti della band originaria (Corgan, appunto, il chitarrista James Iha, il batterista Jimmy Chamberlin), tranne la bassista D’Arcy Wretzky (cancellata persino dalle foto e dai fotogrammi dei video proiettati sul maxi-schermo), sostituita ‘solo’ da Jack Bates figlio di Peter Hook (quello dei Joy Division e i New Order). Le chitarre in realtà sono tre (Jeff Schoeder è ormai da considerarsi membro effettivo degli Smashing), e fanno un (bellissimo) bordello e c’è anche il piano.

Corgan parte un po’ incerto con la voce: per un attimo si teme che i problemi di salute che lo hanno costretto a cancellare il set acustico del giorno prima a Milano, non siano stati superati. Sbagliato. La voce del frontman degli Smashing Pumpkins sarà una delle cose da ricordare della serata di Bologna. Praticamente perfetta. Da Disarm a Rocket in là è un crescendo, verso Siva e Rhinoceros e poi vola. I pezzi sono quasi tutti dei ‘must’, da Mellon Collie e Siamese Dream, e le chicche, con le cover, non mancano.

Quando appare una scala e Corgan si copre con un gran mantello argento (fa un po’ Palpatine), attacca “Space Oddity” di David Bowie in una versione che graffia. E poi Drown, ZeroThe Everlasting Gaze, Stand Inside Your Love. Su Thirty-Three la chitarra è un’acustica nera con una stella bianca, dice poche parole e accenna qualche sorriso.

Dietro la band, dall’inizio del concerto, scorrono immagini che richiamano le copertine degli album che hanno segnato una generazione e altre, tra il gotico e lo psichedelico, sempre malinconiche e ipnotiche, insomma in pieno stile Smashing. Arrivano Eye, Soma, Blew Away cantata da Iha. Tra l’altro, esclusi i look sempre strambi di Corgan, è l’unico vestito con la cura che i cinquant’anni suonati impongono: pantaloni e giacca bianchi, camicia e scarpe nere, gli altri sembrano usciti dal bar. Quando ‘Hook figlio’ attacca l’assolo, Iha lo apostrofa con un “New Division“, e noi speriamo di averla capita in tanti.

Con la parte più lenta della scaletta, (For Martha, To Sheila) Corgan sale su un pulpito nero che sovrasta il palco e suona il piano, indossando un cappellone bianco, poi scende di nuovo e mostra una maglietta nera. Solo un paio di pause, entrambe occupate dai video in stile Vaudeville di Mark McGrath (il cantante degli Sugar Ray, protagonista anche dell’ultima clip della band di Chicago). Dopo Mayonese, Porcelina of the Vast Oceans, la cover di Landslide dei Fleetwood Mac attacca Tonight Tonight e fa cantare il pubblico.

Credits @GabriellaPiscitelli

Poi, altra magia, Corgan va al piano per un’altra cover “Stairway to Heaven” e tra il pit e il parterre passa una ‘statua’ incoronata di luci: da lontano sembra una Madonna da processione riadattata. Poi si avvicina e ti accorgi che è Billy, che con l’età conserva un ego spropositato, ma ha acquistato anche una certa dose di autoironia. Ancora Cherub Rock e il frontman si cambia, mette un tunicone e una gabbana, ma fa immediatamente dimenticare ogni possibile paragone con una casalinga o col mago Otelma grazie a una tonante 1979, poi Ava Adore e sul ritornello “We must never be apart”, tutto il palazzetto canta. Tutto.

E ancora Try, Try, Try, The Beginning Is the End Is the  Beginning, Hummer, Today, Bullet with Butterfly Wings, con il pubblico sotto il palco che poga come se fossero gli anni ’90. Infine, Muzzle. Per il bis, dopo tre ore di cavalcata, su Silvery Sometimes, esce con la gonna nera lunga e la giacca rossa con la coda. Notevole. E salutando il pubblico ricorda che è l’ultimo concerto del loro tour, “il più bello” dice, e a noi piace pensare che sia così. E anche se sappiamo che “all things must surely have to end”, noi l’avremmo ascoltato per altre tre ore.

di Vania Vorcelli e Angela Sannai

19 ottobre 2018
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