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DIRE - LE OPINIONI

La politica ferma a un tornante

 Paolo Pombeni per www.rivistailmulino.it


Sempre più chiaramente la campagna elettorale, già partita da tempo, si presenta come occasione di scontro all’ultimo sangue. La cosa dovrebbe preoccupare, visto il momento delicato tanto a livello nazionale quanto sulla scena internazionale. C’è da augurarsi che le tensioni non superino i limiti di guardia, anche se non c’è certezza che l’augurio si traduca in realtà. La democrazia è un sistema di competizione fra forze diverse e il cosiddetto fair play non è mai stato uno schema di gioco molto praticato.

È ogni giorno più evidente che l’Italia si trova di fronte a una svolta dei suoi equilibri. O meglio: quella svolta che, auspicata o temuta, si preannuncia da vari decenni è probabilmente arrivata a un tornante, anche se non è dato sapere se si tratta di quello definitivo. Ciò che si intuisce è che tutte le forze in campo (non solo quelle politiche) operano e ragionano come se ciò fosse assodato: la posta in gioco è quella definitiva, non ci saranno partite di recupero.

Difficile dire se effettivamente tutto si deciderà nella prossima tornata elettorale. Può accadere se gli eventi spingano gli elettori a fare almeno una scelta di campo decisiva, cioè a consacrare un nuovo equilibrio di forze che ne veda prevalere una con nettezza. Non è necessario immaginare il 51% o più dei consensi: è sufficiente intuire che il vento spira decisamente a favore di una forza politica, poi verrà una legislatura per consolidarsi, durante quella il carro del vincitore accoglierà i consensi – progressivi ma rapidi – della maggior parte dei centri dirigenti del Paese. Sinora in tutti i cambi di equilibri politici è stato così.

Oppure, come si sostiene da più parti, le urne potrebbero consegnarci una situazione ingovernabile, senza l’indicazione di una forza prevalente a cui una quota decisiva degli elettori intenda affidarsi per il futuro. Anche in questo caso però si verificherebbe la situazione del «tornante storico». In questo caso sarebbe inevitabile il ricorso rapido a una tornata successiva, in cui l’appello alla sfida definitiva porterebbe all’emergere di una forza guida per un tratto di futuro.

Quali sono i problemi e i costi che impone la situazione del tornante? Come si sta vedendo sotto i profili più diversi, quelli di una lotta senza quartiere che travolge le logiche istituzionali di sistema. Il caso Consip non è che la punta di un iceberg, perché a quella situazione si è giunti per un contesto di battaglie politiche più che esasperate. Ci si consenta di dire, come nota a margine, che in questo caso, fa un certo effetto vedere un colonnello dei carabinieri che per difendersi da accuse di spirito esagitato (su cui noi ovviamente non ci pronunciamo) si lascia andare a sostenere che nella sua azione è al servizio del popolo: brutta e pericolosa retorica.

Ormai tutti lavorano per esasperare le proprie posizioni (parlare di ragioni in molti casi è eccessivo o decisamente fuorviante). Il clima è quello della richiesta dell’atto di sottomissione ideologica: dagli arcipelaghi a sinistra del Pd che continuano con la tiritera del chi è davvero di sinistra e chi no, alla destra che non sa usare altri argomenti se non agitare il fantasma di Bingo Bongo che invade il Paese e a cui le istituzioni si arrendono.

Qualcuno vuole prendere in mano la questione seria della necessità di una profonda Riforma (lo scriviamo coscientemente con la R maiuscola) di cui abbiamo necessità a molti livelli? Riforma significa rivedere i parametri su cui abbiamo orientato il nostro modo di agire a livello sociale, economico; ma vorremmo dire anche personale. Ritrovare valori da condividere e trasmettere, comportamenti da considerare accettabili dichiarandone inaccettabili altri, disponibilità a unire rinunce a vecchi privilegi con ritrovate solidarietà comunitarie.

Sono universi, diciamolo chiaramente, lontani dagli orizzonti di pensiero di una classe politica che sembra finalizzare la propria azione allo scopo esclusivo di rastrellare voti e valuta i meccanismi elettorali in base ai risultati che da essi deriverebbero a tal fine. Tutto questo nella convinzione comune secondo la quale l’incremento dell’astensionismo dipenderebbe dal disamore degli elettori verso una politica che non è «decisamente» di sinistra o di destra.

L’astensionismo cresce perché a una buona fetta degli elettori non importa nulla di quelle diatribe, giudicando anzi che da esse vengano risultati per loro irrilevanti; mentre un’altra quota è esasperata dal non vedere qualcuno che si occupi davvero di ciò che servirebbe per sbloccare una società coinvolta in una grande transizione storica. E dire che si potrebbe profittare davvero delle opportunità di rinascita del tornante elettorale cui la politica si troverà di fronte tra pochissimo.

19 settembre 2017

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