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Curare il cuore con internet e smartphone: ora si può


ROMA – “A 15 anni ho avuto un infarto, quindi ho capito a mie spese quali sono le necessità di un paziente, in un mondo come quello in cui viviamo. Crescendo ho cercato di viaggiare molto: sono stato anche in India e in vari Paesi africani, e parlando con le persone ho realizzato che un certo tipo di tecnologia, se da noi ha una certa utilità, nei Paesi in via di sviluppo ne ha una decisamente maggiore”. Racconta così la sua esperienza alla DIRE Niccolò Maurizi, medico di 26 anni che con Nicolò Briante – laureato in giurisprudenza – nel 2015 ha sviluppato D-Hearth, un dispositivo con cui prevenire e diagnosticare le malattie cardiovascolari laddove i medici non ci sono.

Nel mondo 90 milioni di persone ne soffrono, ma altre 570 milioni non ne sono al corrente o non possono accedere alle visite per mancanza di professionisti, strutture o macchinari adeguati. Entro il 2020 secondo gli esperti l’80 per cento delle morti correlate a malattie cardiovascolari si verificherà nei Paesi a reddito medio-basso.

D-Heart, spiega Maurizi, “è il primo elettrocardiografo per smartphone utilizzabile da chiunque, in qualsiasi circostanza e senza alcun background medico, ma con la stessa affidabilità dell’elettrocardiografo ospedaliero”. Grazie a un comune smartphone – estremamente diffuso ormai anche negli angoli più remoti del globo – è possibile acquisire “non solo l’Ecg del paziente, ma è anche – e soprattutto – possibile guidare l’utente nel posizionare gli elettrodi sul torace, e quindi eseguire un perfetto Ecg”.

Il congegno trasmette quindi i dati raccolti allo smartphone, che poi vengono inviati al medico di fiducia per la valutazione. E D-Hearth costa un decimo rispetto a un normale elettrocardiografo. Amref, una delle organizzazioni partner del progetto, spiega che “il team di D-Heart ha scelto il Senegal per i primi test, che hanno dato ottimi risultati, estendendo progetti pilota in Kenya, Uganda, Bangladesh e India, in collaborazione con varie Ong”. In Kenya, con Amref, Giovanni Giusto, del team di D-Heart, ha anche realizzato reportage fotografico, che testimonia diverse storie sul campo.

In totale sono state coinvolte oltre 2.100 persone, di cui sono risultate positive a una qualche forma di patologia in 334, ossia circa il 14 per cento. “Grazie alla connessione mobile possiamo collegare esperti internazionali con malati residenti in zone rurali o difficili, anche per pianificare il trattamento. Non c’è più bisogno dei pochi medici presenti che si fanno in quattro per andare dai loro pazienti: tutto quello che serve è un volontario, su una bici, con uno smartphone. E questo pensiamo che sia un potere incredibile: fornire cure ad alta tecnologia con una preparazione minima“.

Per questo Maurizi e Briante guardano già ai prossimi passi: a novembre attendono la certificazione medica rilasciata dall’Unione europea, “la più riconosciuta al mondo, grazie alla quale potremo iniziare a vendere il nostro prodotto”. Poi, l’obiettivo di coinvolgere contemporaneamente il maggior numero di Stati ed Ong, “ma soprattutto coinvolgere in progetti più ampi i governi locali, per imporre una trasformazione duratura della situazione medico-sanitaria di questi Paesi”, conclude Niccolò Maurizi.

19 giugno 2017

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