Robot umani per allenare i medici e box che allungano la vita agli organi, a Exposanità le cure del futuro sono già arrivate

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Robot umani per allenare i medici e box che allungano la vita agli organi, a Exposanità le cure del futuro sono già arrivate

BOLOGNA – Un robot che urla dal dolore (e sanguina davvero) per insegnare ai medici a non sbagliare le manovre sui pazienti. Un contenitore speciale che riesce a tenere in vita un rene molto più a lungo dei tempi standard e dà più chance ai trapianti. Ma anche un satellitare che guida il chirurgo e lo aiuta nelle difficili operazioni di neurochirurgia, ad esempio fare biopsie mirate durante un intervento al cervello. Sono alcune delle più straordinarie innovazioni in campo medico presentate in questi giorni a Exposanità 2018, la fiera in corso a Bologna dal 18 al 21 aprile.

URLA E SANGUINA, ECCO ROBOT ‘UMANO’ PER FORMARE MEDICI

Sanguina, piange, suda, respira (o va in arresto cardiaco), può avere spasmi o convulsioni. E urla di dolore. Come un paziente vero, magari appena arrivato in Pronto soccorso dopo un incidente. Solo che è un manichino robot, o meglio un simulatore, curato nei minimi dettagli perchè l’addestramento dei medici sia il più realistico possibile, anche ricreando situazioni estreme. Si chiama ‘SimMan 3G‘, prodotto dalla multinazionale Laerdal in collaborazione con la svedese Mentice, presentato a Exposanità a Bologna.

Si tratta del “simulatore paziente con le caratteristiche più vicine all’essere umano“, spiega Novella Callero, general manager di Laerdal Italia, che ha sede a Bologna. Il simulatore interagisce come un vero paziente. Respira, a meno che non venga simulato un arresto cardio-respiratorio, piange, suda, vomita, sanguina, riconosce i farmaci. Addirittura può diventare cianotico, simulare spasmi e convulsioni, lamentarsi e urlare di dolore. “L’unica differenza è che la pelle è fredda al tatto”, sottolinea Callero. Comandato tramite un computer, il robot può essere programmato per ricreare qualsiasi condizione critica, appunto per formare e addestrare le equipe mediche anche in situazioni estreme, non solo nei centri di simulazione ma anche negli ospedali, utilizzando così gli stessi macchinari e strumenti di tutti i giorni. L’ospedale Maggiore di Bologna, ad esempio, è dotato di uno di questi simulatori. In questo modo, spiega Callero, “si possono ridurre al minimo gli errori” di manovra sui pazienti. A disposizione ci sono diversi modelli, per ricreare le varie possibilità di intervento: oltre all’uomo, c’è anche il simulatore donna, donna incinta e neonato, anche prematuro.

IL CONTENITORE CHE ALLUNGA VITA DI UN ORGANO PER IL TRAPIANTO

Da un lato un contenitore speciale che allunga la vita di un organo, per arrivare al trapianto nelle giuste condizioni. Dall’altro una borsa in polistirolo rinforzato, con tanto di trasponder che monitora sia il viaggio sia la temperatura all’interno del contenitore. Sviluppati dalla Organ assist, sono due delle innovazioni presentate all’edizione 2018 di Exposanità in corso a Bologna. La prima borsa è dotata di un astuccio speciale in cui conservare il rene, un flacone con il liquido e una piccola bombola con ossigeno. Attraverso un’arteria, il liquido di perfusione, arricchito con ossigeno, viene fatto scorrere direttamente all’interno dell’organo, che una volta chiuso e sigillato dentro al suo contenitore sterile, viene ricoperto di ghiaccio. In questo modo, spiega Federico Menas, strumentista e infermiere di sala operatoria dell’ospedale Brotzu di Cagliari, “può prolungare l’ischemia a freddo del rene fino a 33 ore“, contro le normali 24 ore di ‘resistenza’ dell’organo prima del trapianto. Tenere in vita più a lungo il rene da trapiantare, spiega ancora l’infermiere, è utile sia per viaggi di lunga durata sia nei grandi centri trapianti, quando si accumulano diversi organi in attesa dell’intervento. Ad oggi, di questo strumento sono dotati l’ospedale di Cagliari e ‘Le Molinette’ di Torino.

Il secondo contenitore è in polistirolo compresso (ha superato anche un crash test, con caduta dall’altezza di 10 piani) ed è formato da due camere: una calda, per conservare i documenti legati al trapianto e alcuni elementi utili a tipizzare il rene (sangue, milza). La camera fredda porta invece l’organo vero e proprio da trapiantare: viene avvolto in tre buste, poi chiuso in un contenitore con etichetta anti-effrazione e ricoperto di ghiaccio. Tutto viene poi letto con un trasponder, in modo da creare un protocollo digitale con tutte le informazioni sull’organo e il trapianto. Sempre attraverso questo strumento, viene attivato un controllo gps sul contenitore, per monitorare il viaggio (visibile anche dall’ospedale destinatario), e vengono messi in comunicazione sia il centro nazionale e regionale trapianti sia la Polizia aeroportuale, per snellire i controlli. Sempre sotto controllo anche la temperatura interna del contenitore, che deve mantenersi tra 1 e 4 gradi. Anche in questo caso, si tratta di un nuovo sistema di trasporto che sostituisce “il classico frigo portatile”.

LA MANO DEL CHIRURGO? LA GUIDA (ANCHE) IL SATELLITARE

Un satellitare in sala operatoria, per ‘navigare’ nel corpo e guidare meglio la mano del chirurgo. La neuronavigazione in sala operatoria è stata anch’essa presentata a Exposanità a Bologna. Si tratta di una “tecnologia mutuata dal gps“, spiega Bernardino Tomei, presidente Aico Lazio. In sostanza, sugli schermi della sala operatoria compare una mappa satellitare dell’area su cui bisogna intervenire. Viene così “ricostruita in 3D” la zona da operare, permettendo un “approccio più mirato” e riducendo “i margini di errore”.

La neuronavigazione può essere utilizzata “per qualsiasi tipo di intervento“, spiega ancora Tomei, ad esempio negli “approcci mini-invasivi” di chirurgia sulla spina dorsale, per applicare impianti o protesi. Per interventi chirurgici sul cranio, invece, la tecnologia satellitare può aiutare a fare biopsie mirate, evitando il più possibile danni collaterali. Tra le altre cose, sottolinea il presidente Aico, la neuronavigazione in sala operatoria permette di eliminare, o quantomeno ridurre, il ricorso alle radiazioni ionizzanti, abbassando così eventuali rischi sia per i pazienti che per gli operatori. Insomma, per gli infermieri in particolare, “cambia completamente il setting in sala operatoria”, rimarca Tomei.

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IN SALA OPERATORIA ARRIVA ‘REGIA’ E DIDATTICA STREAMING

Le nuove tecnologie negli ultimi anni hanno permesso di moltiplicare mini-telecamere, monitor, sensori e strumenti hi-tech nelle sale operatorie. Con un problema: il ‘cervello’ utilizzato per gestire tutta la strumentazione entra in conflitto con la necessità che l’ambiente chirurgico sia sterile. L’azienda tedesca Storz ha però trovato il modo di far entrare la ‘sala di regia’ all’interno del cosiddetto campo sterile. E’ questa una delle novità presentate all’edizione 2018 di Exposanità a Bologna.

Tramite un touch screen rivestito di una pellicola sterile, le apparecchiature possono essere controllate direttamente dal tavolo operatorio. Inoltre, questa ‘regia’ permette anche di registrare e acquisire filmati dell’intervento chirurgico, da utilizzare a scopo didattico o scientifico. Non solo. Ciò che si vede sui monitor all’interno della sala operatoria può anche essere trasmesso in streaming all’esterno.

STAMPARE PROTESI 3D DA REMOTO, PER FACILITARE IMPIANTI

E’ possibile far arrivare una protesi da un capo all’altro del mondo entro 24 ore, pronta per l’impianto? In teoria sì, grazie alle stampanti 3D comandate da remoto. E’ uno dei tanti progetti che sta portando avanti Villiam Dallolio, neurochirurgo all’ospedale di Lecco e presidente della Promev, in collaborazione con la Wasp, azienda di Massa Lombarda, in provincia di Ravenna. Dallolio ha presentato alcune delle sue idee all’edizione 2018 di Exposanità.

La stampa in 3D è una sfida da lanciare– sostiene Dallolio- per rendere fruibile il prodotto a distanze intercontinentali”. L’idea tutto sommato è semplice: non più studiare il progetto di una protesi, stamparla in 3D in laboratorio e poi inviare il pezzo alla struttura sanitaria che deve impiantarla, ma fornire direttamente all’utilizzatore finale in loco, ovvero a chi deve compiere l’operazione chirurgica, la stampante 3D con cui produrre la protesi necessaria, inviando il progetto via web. “Si potrebbe fare tutto in 24 ore- sostiene Dallolio- produrre in sede è la soluzione migliore e ottimale”. Ma non mancano gli ostacoli. “Al momento ci sono problemi di certificazione“, conferma il neurochirurgo. Che però non demorde e anzi rilancia, sottolineando il “risvolto etico” di questa possibile innovazione. “Si potrebbe permettere anche ai paesi colpiti dalle guerre, come la Siria in questo momento, dove ci sono migliaia di mutilati- afferma Dallolio- di produrre in loco le protesi necessarie per gli interventi chirurgici”.

ALZARE I PAZIENTI CON MINIMO SFORZO, ECCO LE SOLUZIONI

Sollevare i pazienti per fare riabilitazione o semplicemente per spostarli (se allettati), riducendo al minimo lo sforzo in primo luogo per gli operatori. Sono alcune delle soluzioni presentate all’edizione 2018 di Exposanità a Bologna. La Guldmann, azienda di Parma, propone ad esempio un sistema di sollevamento con una struttura a binario. Agganciata al soffitto, la tecnologia “non occupa spazio al suolo”, sottolinea Gabriele Severi, project manager di Guldmann. In questo modo, per l’operatore sanitario è più facile muoversi e lavorare anche in ambiente ristretto, “recuperando molto tempo”. Il paziente viene imbragato in una sorta di tela e poi agganciato al binario, per essere sollevato e spostato. “Arriva a spostare col minimo sforzo pazienti fino a 500 chili“, afferma Severi.

19 aprile 2018
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