L’Emilia-Romagna corre verso la banda larga, obiettivo scuole e montagna. Ma servono nuovi ingegneri

BOLOGNA – L’Emilia-Romagna ha festeggiato pochi giorni fa la sua millesima scuola cablata per la banda ultralarga, ma si è solo al giro di boa: entro il 2020, infatti, bisogna connettere tutta la regione, quanto meno ai 30 megabit al secondo, tenendo conto del grande ‘problema’ montagna. E della necessità di trovare nuove ‘leve’, giovani che scelgano questi studi e siano i futuri ingegneri che si occuperanno di digitale.

Il punto è stato fatto ieri alla Scuola di ingegneria dell’Alma mater a Bologna con il convegno “Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione per la completa digitalizzazione del territorio”, promosso da Federmanager Bologna – Ravenna e dall’Ordine degli ingegneri di Bologna.

MAZZINI (LEPIDA): “AL 2020 OGNI SCUOLA DEVE ‘ANDARE’ AD UN GIGA AL SECONDO”

Gianluca Mazzini

Come spiega Gianluca Mazzini, il direttore di Lepida (l’azienda ‘telematica’ regionale), l’Emilia-Romagna ha portato avanti un proprio piano sulla banda larga che “ha consentito di colmare già nel 2013 i divari che c’erano, arrivando al 99% della popolazione coperta”. Ma, appunto, non basta: ”Non bastano i due mega e non bastano i 20 mega. L’Unione europea dice che da qui al 2020 dobbiamo avere i 30 megabit al secondo per il 100% della popolazione, e i 100 megabit al secondo per almeno il 50% popolazione”. Tradotto: “Dobbiamo lavorare moltissimo, c’è un piano da 255 milioni di euro (180 statali, ndr) che consente proprio di arrivare a colmare tutti divari che il mercato in autonomia non riesce a generare”, scandisce Mazzini durante il convegno e a margine.

La questione è una: la banda ultralarga non è considerata oggi in Italia una risorsa universale, nonostante le promesse dell’operatore di turno. Insomma, non era per nulla certo, fino a poco tempo fa, che un giorno si sarebbe potuto coprire ogni luogo.

Si risolve tutto, evidentemente, ricorrendo ai soldi pubblici: “Oggi- continua il direttore di Lepida- è l’iniezione di denaro pubblico che può far considerare la risorsa della banda ultra larga come universale. Nel senso di servizio per cui in qualsiasi punto uno si trovi deve poter trovare una connettività sufficiente per sé, o per la propria impresa”.

Il capitolo investimenti pubblici diventa cruciale quindi sui nodi classici ormai della banda veloce o velocissima, le scuole e la montagna. “Sulle scuole- continua Mazzini- siamo già arrivati a quota 1.000, abbiamo festeggiato da pochi giorni il traguardo. Dobbiamo farne altrettante: da qui al 2020 tutte le scuole dovranno connesse dando ben un giga bit al secondo, ossia quel che l’Europa dice dovrà esserci nel 2025, non nel 2020”. Dunque si cerca di mettere le mani avanti, del resto “si tratta di fornire un servizio a quelli che saranno i cittadini, i lavoratori e gli imprenditori di domani”.

“NODO CRUCIALE RESTA LA MONTAGNA”

Forse la montagna, in tutto questo, resta lo scoglio principale: “Lì è difficile da un punto di vista orografico- continua Mazzini concentrandosi sui rilievi appenninici- visto che ci sono pochi cittadini e gli operatori non trovano ritorno sugli investimenti”. È la zona delle cosiddette aree bianche, quelle dove gli operatori in autonomia non vogliono andare: per questo, insiste il direttore di Lepida, bisogna “investire fondi pubblici, al 2020 tutte le zone di montagna saranno connesse come la pianura. Il pubblico investe dove il mercato non opera”, anche e soprattutto sul web ultraveloce.

TARTARI (AGENDA DIGITALE): CANTIERI BANDA ULTRA LARGA IN TUTTO IL 2018

Dimitri Tartari

Sono partiti i primi cantieri e altri ne seguiranno nel corso dell’anno, sulla copertura della banda ultra larga in Emilia-Romagna. Il punto lo fa oggi pomeriggio Dimitri Tartari, coordinatore dell’Agenda digitale della Regione, intervenendo alla scuola di Ingegneria a Bologna al convegno “Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione per la completa digitalizzazione del territorio”. Nel momento in cui l’azienda telematica di viale Aldo Moro, Lepida spa, compie 10 anni, “la situazione in Emilia-Romagna è in divenire”, illustra Tartari in sala.

“Al momento, sono partiti i primi cantieri e nel corso del 2018 confidiamo di avviarne a decine: ci contiamo e, comunque, l’obiettivo del 2020-2025 è di coprire tutto il territorio dell’Emilia-Romagna“, rilancia il coordinatore dell’Agenda digitale regionale. Che riconosce: “È chiaro che si tratta di una bella sfida, con molti vincoli e criticità da superare. Ma contiamo di ottenere davvero questo risultato. Contemporaneamente, stiamo lavorando alla diffusione di hotspot wifi a banda ultra larga“.

Si tratta, in sostanza, di una strategia mirata ad incentivare la domanda di cittadini e imprese verso l’attivazione vera e propria dei servizi nelle loro case e sedia. Ricordando tra l’altro che, comunque, tutte le Università e gli ospedali dell’Emilia-Romagna sono connessi oggi ad una rete Lepida, il piano degli investimenti pubblici per l’Emilia-Romagna segna 255 milioni di euro e una mappa dei possibili finanziamenti è tuttora in aggiornamento: oltre ad altri quattro milioni regionali, la lista include un bando Ue da 15 milioni su 120 totali, altri cinque milioni per 6.000 hotspot nel bando wifi.italia.it, il modello di avviso per gli sponsor “adotta un wi-fi”, altri risparmi specifici attorno alla decina di milioni.

RAFFAELLI (INGEGNERIA): “ITALIA STA RECUPERANDO, ORA SERVONO NUOVE LEVE”

La strada dell’Italia per la copertura al 100% del territorio con la banda ultralarga è ancora accidentata, ma il Paese sta recuperando terreno. A fare il punto, in occasione del convegno “Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione per la completa digitalizzazione del territorio” organizzato da Federmanager Bologna e Ravenna assieme all’Ordine degli ingegneri di Bologna, è Carla Raffaelli, docente alla scuola di Ingegneria e architettura dell’Alma Mater.

“In Italia è in corso la trasformazione verso l’impiego delle fibre ottiche, come previsto da piano Banda ultralarga approvato dal Governo nel 2015. Quando si è iniziato l’Italia era piuttosto indietro rispetto agli altri paesi europei. Ora ha recuperato terreno, ma c’è ancora da fare. Il Governo ha posto una notevole attenzione alle aree a cosiddetto fallimento di mercato investendo fondi pubblici su questo tema”, spiega Raffaelli.

Dobbiamo andare avanti in questa direzione e continuare con le installazioni della fibra, seguendo il progetto strategico nazionale. Attualmente abbiamo superato mediamente a livello nazionale il 50% del raggiungimento delle abitazioni. Ora si tratta di coinvolgere maggiormente l’utenza attivando gli abbonamenti”, rilancia la docente. “L’offerta è molto variegata e tutto si giocherà sulla convergenza dell’offerta e sulla capacità di stimolare anche la consapevolezza del potenziale di queste tecnologie anche tra i cittadini”, è la ricetta per il successo di Raffaelli.

“E’ molto importante arrivare ai giovani con questo messaggio di grande potenzialità di questo settore“, avverte infine la docente bolognese. Bisogna “cercare di attirali verso questa tipologia di studi. Perchè il successo di queste iniziative dipenderà anche dalla quantità di materiale umano competente che avremo a disposizione nei prossimi anni”, conclude.

VISCI (CARLINO): “FUTURO DIGITALE NON PUÒ PRESCINDERE DA SERIETÀ”

Il futuro del giornalismo all’epoca della rivoluzione digitale non può prescindere dai concetti di “serietà e trasparenza”. E’ il monito dell’ex direttore del ‘Resto del Carlino’ in apertura dei lavori del convegno organizzato da Federmanager Bologna e Ravenna e dall’Ordine degli ingegneri di Bologna.

“I graffiti dell’uomo primitivo erano ricerche di informazioni da dare e da ricevere. L’informazione è un dato ineluttabile per l’umanità. Anche l’uomo digitale di oggi, però, ha bisogno di serietà”, avverte il direttore a termine del suo lungo excursus sulla storia della comunicazione fino ai giorni nostri, dominati dai rischi di manipolazioni e dalla diffusione, senza filtri attraverso i social network, di fake news. “In ogni epoca ci sono state fake news e manipolazioni, che richiamano sempre la necessità di serietà e trasparenza. Valeva per l’uomo delle caverne, vale oggi per l’uomo digitale”, sostiene Visci con un riferimento diretto alla vicenda di Cambridge analityca. “Il giornalismo deve fare i conti con siti, portali, blog, social e nuove esperienze di creazione della notizia, come il citizen journalism. Un sistema crossmediale che impone al giornalista di rivedere le regole tradizionali per adeguarsi a quantità, qualità e velocità dell’informazione e risolvere problemi di attendibilità, veridicità, serietà e di eccesso di informazione, che diventa nessuna informazione, una marmellata“, è la riflessione di Visci.

“Paradossalmente, più il giornalismo è disintermediato, più l’informazione richiederà l’intervento di professionisti solidi, onesti e seri per controllare, filtrare e scartare per pubblicare solo il meglio”, sostiene il giornalista. Sopravviverà la carta stampata a questa rivoluzione? “Il problema non è se cessa di esistere la carta stampata, che ha una funzione di riflessione sulla quale si forma la classe dirigente di un Paese, quanto la lettura di un buon giornalismo”, conclude Visci.

di Luca Donigaglia e Vania Vorcelli

19 Apr 2018
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