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Libia, Tinazzi: “Governo nazionale o no, siamo alla resa dei conti”

ROMA – Proclamato oggi a Tunisi l’esecutivo del nuovo governo di Unita’ nazionale libico, frutto della mediazione delle Nazioni unite. E’ composto da 32 ministri approvati con sette voti favorevoli su nove da parte del Consiglio.

Non e’ pero’ ancora chiaro quando e dove entrera’ in funzione, in quanto ancora incontra le dure opposizioni dei governi rivali di Tripoli e Tobruk.

Bandiera della Libia

“A prescindere che il governo di Unita’ si formi o meno, qualcosa in Libia cambierà. Lo stallo non puo’ durare ancora, siamo alla resa dei conti” dice Cristiano Tinazzi, giornalista ed esperto di Medio oriente e Nord Africa, che alla DIRE ha raccontato le ultime difficili ore di lavoro dei delegati Onu a Tunisi, assieme ai rappresentanti del governo designato tramite gli accordi del 17 dicembre.

Tinazzi e’ li’ per seguirne gli sviluppi, e quando lo chiamiamo e’ in macchina in viaggio verso Tripoli. “Inizialmente si percepiva grande ottimismo da parte dei delegati, poi invece la sensazione e’ diventata quella di essere finiti in un limbo, da cui non si vede via d’uscita” spiega.

Il premier designato Fayez Al-Serraj avrebbe dovuto nominare domenica scorsa i ministri del nuovo esecutivo, ma a causa delle ostilita’ incontrate dai governi di Tripoli e Tobruk, nonche’ persino da esponenti interni al suo staff, Serraj ha preferito posticipare tutto di 48 ore – fino alla mezzanotte di ieri – per dare il tempo ai negoziati di giungere a una soluzione.

“Martin Kobler e’ corso a Tobruk per convincere i deputati della Camera nazionale generale (Cng) a collaborare- prosegue Tinazzi- : prima di tutto c’e’ un problema di numeri, perche’ molti hanno disertato le ultime due riunioni in cui si sarebbe dovuto votare l’accordo di pace, impedendo cosi’ che si raggiungesse il quorum dei 2/3”. Poi, c’e’ la questione della scelta dei membri del Comitato di sicurezza che, come Tinazzi spiega, “e’ il vero scoglio del momento”.

Il premier designato Serraj, per facilitare l’ingresso e l’insediamento del nuovo governo a Tripoli, ha istituito un Comitato che poi si occupera’ della gestione delle Forze armate.

Il generale Haftar ha mosso rivendicazioni sulla guida di tale organo, appoggiato dall’esecutivo di Tobruk, che chiede che la carica di capo delle Forza armate rivestita da Haftar venisse riconosciuta e trasmessa anche alla nuova formazione militare. Da Tripoli e’ arrivata invece la dura opposizione di chi vede in quel generale un assassino.

Non meno importante poi, e’ la volonta’ del premier tripolino Khalifa Ghwell di impedire ai membri del Comitato di riunirsi a quelle fazioni di Alba libica favorevoli all’accordo di pace. Ghwell ha persino emesso un mandato di arresto contro i militari del Comitato che scattera’ non appena metteranno piede nella capitale.

Secondo il Libya Herald di sabato scorso, infine, persino il vice premier designato dai delegati di Tunisi, Ali Al-Ghatruni, si e’ opposto poiche’ contrario alla guida del generale Attawil, nemico di Haftar. E infatti ieri sera ha rassegnato le sue dimissioni in un tentativo estremo di ostracismo.

“Ma i problemi non finiscono qui: c’e’ anche quello della riunificazione degli enti preposti alla gestione del petrolio, come la Noc (National oil company, societa’ che riunisce anche quelle minori impegnate nel settore, ndr)”, che, come spiega Tinazzi, con la formazione di due entita’ governative e’ stata a sua volta spaccata in due amministrazioni centrali, una a Tripoli e l’altra a Bengasi. Lo stesso e’ accaduto con la Banca centrale libica, “tanto che a un certo punto il governatore e’ partito per Malta, pur di non essere coinvolto nel contenzioso”. Ora quindi “bisognera’ trovare il modo per riunire tecnicamente questi organi”, cuore dell’economia del Paese.

Un terzo problema per il nuovo governo libico e’ la collocazione delle milizie armate, molto numerose e che compongono un mosaico di alleanze e interessi intricato, su cui sara’ difficile imporre un comando nazionale unificato: il generale Haftar ad esempio, e’ a capo dell’esercito di Tobruk, “che costituisce una sua milizia personale. Per questo osteggia l’idea di cedere i suoi poteri a un nuovo esercito nazionale”.

Hibrahim Jadhran – altro protagonista della rivoluzione – ha invece il controllo sulle Guardie petrolifere, che sorvegliano gli impianti estrattivi e i terminal, e il quale “ha posizioni federaliste, e ha chiesto a Tunisi la decentralizzazione del potere sulle tre regioni storiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan”.

Un altro grattacapo per gli indipendentisti irremovibili, ma che non vogliono arrivare allo scontro diretto con le Guardie. “Nelle prossime ore si capira’ finalmente quali sono le posizioni degli altri corpi armati e se appoggeranno o meno la proposta di Tunisi”. Ma a prescindere da questo, il giornalista teme che “bisognera’ comunque usare la forza per permettere al nuovo governo di insediarsi, sfruttando l’appoggio delle fazioni di Alba libica favorevoli”. Ecco perche’ la proposta avanzata ieri dalla Germania di un intervento militare nel paese nordafricano non appare cosi’ illogica: “i giochi stanno finendo: i paesi occidentali si sono resi conto che devono agire per fermare l’espansione dello Stato islamico”, che nel caos libico trova terreno fertile. Dal suo punto di vista, “ci saranno almeno bombardamenti mirati su installazioni o campi di Daesh, o a essi legati”. E ora che il governo di Unita’ ha visto la luce, “Tripoli chiedera’ sicuramente un aiuto militare ai paesi occidentali, almeno per quanto riguarda l’addestramento dei soldati e l’invio di consiglieri militari per indirizzare forze armate contro i jihadisti del Califfo”.

In questo puzzle cosi’ complesso di alleanze, leader politici e militari, e interessi economici, solo una cosa e’ certa: “La gente non ne puo’ piu’. Tutto funziona male. La produzione petrolifera e’ ai minimi storici, gli impiegati statali non ricevono da tempo lo stipendio, insomma si va verso il rischio default. Gli scontri hanno danneggiato le reti elettriche e idriche, e la manutenzione non c’e’ perche’ non ci sono piu’ le aziende a cui commissionare gli appalti. Si sente poi forte il bisogno di convivenza civile, di liberta’ di movimento e di espressione. Sempre piu’ spesso accadono rapine, uccisioni, scontri tra le fazioni armate – interi quartieri della capitale sono alla merce’ di questi gruppi – e la notte avvengono rapimenti sulla strada che collega Tripoli al confine tunisino”.

Infine, conclude, “la maggior parte dei ragazzi che hanno favorito lo scoppio della rivouluzione del 2011, sono dovuti fuggire all’estero e aspettano di ritornare. I libici sono un popolo che non tende ad emigrare: se puo’, torna a casa”. La speranza che i cittadini condividono quindi, e’ che questa nuova autorita’ centrale riprenda le redini di un paese sconvolto da interessi particolari, per poter finalmente ripartire.

di Alessandra Fabbretti

19 gennaio 2016

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