Dal Senegal le donne della Casamance: “Con la pace vogliamo la parità”

SIMBANDI – “Quando facciamo gli sketch ridono anche gli uomini” dice Atna Diaw Seydi, la presidente del Comité locale de genre. Nella sala del Comune di Simbandi, prima dei balli al ritmo di djembé e del discorso del sindaco, è arrivata camminando lungo piste sterrate che attraversano risaie e palmeti. Siamo nella valle di Djibanar, nella Casamance, ex roccaforte separatista del sud del Senegal, oggi in cerca di pace ma anche di diritti. Seydi ha accettato l’incarico di presidente pochi mesi fa, dopo che a Simbandi è nato il Comité: si tratta di un organismo composto da 15 membri, dieci donne e cinque uomini, che ha il compito di contrastare violenze e discriminazioni di genere attraverso campagne di sensibilizzazione villaggio per villaggio.

Nella sala, affollata di spettatrici e spettatori, dopo la musica si fa silenzio. Davanti alle sedie di prima fila coppie di attori improvvisati mettono in scena piccoli e grandi impegni quotidiani: un marito astioso butta via una scopa sbraitando che aiutare una donna è immorale; un altro condivide con la moglie la pulizia della casa, la cura dei bimbi e il lavoro nei campi; un terzo scuote la testa, lascia gli amici a bere l’ataya con le foglie di menta sotto il baobab e si decide a impugnare la zappa.

Durante il conflitto gli uomini erano via e le donne si sono fatte carico di tutto” ricorda Seydi del periodo delle imboscate, negli anni ’80 e ’90, quando il primo accordo di pace tra governo e guerriglieri era ancora lontano. “Gli sketch sono un modo per far capire che i mariti devono lavorare insieme con le mogli e sostenerle se davvero vogliono impedire che altri giovani siano costretti a emigrare”.

 

La presidente abbassa lo sguardo, poi riprende e però il suono delle parole non si sente più. Ha perso il figlio maggiore, annegato a largo del Marocco, uno dei tanti giovani delle comunità mandingo partiti in piroga nella speranza di opportunità che nella Casamance sembravano non esserci. Ma nella sala, oggi, c’è voglia di futuro. “Proponiamo corsi di francese, di contabilità e di gestione d’impresa” dice Ami Deng, esperta di genere del Papsen, un programma di sostegno all’agricoltura finanziato per 38 milioni di euro dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

L’impegno è raggiungere 500 villaggi e 600mila contadini. Gli strumenti sono nuove tecniche di coltura e irrigazione, banche di cereali, piste rurali e opere di ingegneria idraulica che proteggono le risaie dall’acqua salina che risale dall’Atlantico attraverso il delta del fiume Casamance. Che ci fosse però un anello mancante lo confermano le statistiche internazionali.

Secondo il Global Partnership Equal Measures 2030, un indice che verifica l’avanzamento verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu, nonostante una rappresentanza femminile in parlamento del 42 per cento il Senegal ha ancora tanta strada da fare: una donna su due, ad esempio, riterrebbe legittimo che “in determinate circostanze” il marito picchi la moglie. A giudicare dalle voci di Simbandi, però, si può cominciare a sperare.

I membri del Comité, formati dagli esperti del ministero dell’Agricoltura grazie al sostegno della Cooperazione italiana, forniscono numeri, pongono domande, rivolgono appelli. “Il 98 per cento del lavoro nelle risaie è fatto da donne” scandisce al microfono Sadiou Toure: “Bisogna insegnare ai figli maschi che in futuro dovranno fare la loro parte”.

18 ottobre 2018
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