L’omofobia è un problema di deficit culturale

di Barbara Varchetta,  Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

Se anche la civilissima Florida, da sempre considerato lo Stato americano più aperto all’accettazione ed al riconoscimento dei diritti degli omosessuali nonché il luogo in cui moltissime coppie gay, provenienti da tutto il mondo, realizzano il loro sogno di genitorialità grazie a norme lungimiranti che regolano strettamente diritti e doveri delle parti interessate (sottraendo tali pratiche alla barbarie del mero scambio commerciale), si è trasformato in un teatro di guerra che ha cagionato la morte di ben 50 persone (ed il ferimento di altrettante) ree di vivere il loro status sessuale senza ipocrisie e senza mai negare la loro vera identità interiore, allora occorre davvero analizzare con più accuratezza i sistemi sociali su cui si basa la civiltà attuale, posta l’enorme discrasia tra quanto sancito dalle leggi (di qualsivoglia Stato) e la scarsa attitudine delle comunità ad interiorizzarle, considerandole regole di vita prima che precetti dalla natura perentoria ed inderogabile.

Quasi tutti i Paesi democratici vantano una legislazione che prevede la tutela dei diritti dei gay e l’imposizione dei relativi doveri in quanto coppie, ne garantisce il rispetto in quanto singoli, concede loro, in molti casi, il privilegio di divenire genitori. Non è dunque imputabile ad una vacatio normativa la mancata inclusione di una cospicua fetta di popolazione che da tempo immemorabile si batte per il riconoscimento di tali principi: la storia recente insegna che, in qualsiasi luogo ed a prescindere dal grado di “civilizzazione” raggiunto dalle compagini sociali a cui si intende riferirsi, la questione resta irrisolta a causa dell’assenza di una coscienza collettiva educata e plasmata sui criteri dell’accettazione dell’altro inteso come soggetto diverso dal sé, non omologato all’identità ed all’attitudine comportamentale dei più, extraneus rispetto all’agire predominante.

Cosa può fare la società attuale per attenuare i rischi di una rivolta violenta contro tutto ciò che viene classificato come una minaccia ai sacri crismi millenari su cui la stessa si fonda?

Può senz’altro operare una rivoluzione culturale che inizi sin dai primi anni di vita di un individuo: sensibilizzare i bambini, prima, gli adolescenti e gli adulti, poi, all’inclusione e soprattutto alla conoscenza approfondita di molte realtà oggi ignorate, e soltanto in virtù di questo combattute come nemiche, potrebbe mitigare gli aspri contorni di un approccio tanto rigido quanto infondato verso tutto ciò che la nostra “cultura” ritiene non appartenerle.

Dunque, un ruolo strategico potrebbe svolgere chi è deputato a forgiare le nuove generazioni garantendone una corretta istruzione dai caratteri multidisciplinari, mai univocamente orientata alla spicciola didattica ma votata a plasmare le coscienze giovanili che in breve tempo rappresenteranno la parte trainante di ogni società.

E ancora, l’informazione ed i media potrebbero, non dibattendo fino allo sfinimento di sole questioni utili a costruire consenso politico per questo o quel partito, farsi promotori di un’inversione di rotta su molte delle questioni più discusse nell’ultimo decennio, contribuendo a “fare cultura” nonché a generare una nuova etica collettiva scevra da pregiudizi arcaici ed autodistruttivi.

Tutto passa dalla Conoscenza e tutto ciò che accade è condizionato dalla sua assenza o persistenza.

Scrive Sartori: “Non vi è alcunché di immutabile.. La realtà cambia continuamente perché è diversa; l’uomo pensa diversamente e vive nel divenire continuo della realtà che lo fa riflettere sulle convinzioni che esternava dieci anni fa o magari solo il mese scorso. L’ostinazione a non cambiare parere è sciocca coerenza, spauracchio delle piccole menti”.

18 Giu 2016
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