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Colombia, a due settimane dalla frana l’emergenza a Mocoa continua FOTO

MOCOA (Colombia) – Quanto accaduto la notte dell’1 aprile a Mocoa e’ una delle tragedie piu’ grandi mai avvenute in Colombia negli ultimi anni: 321 i morti, 330 i feriti e circa 150 i dispersi, per la maggior parte bambini e giovani madri.

Qui, a due settimane dallo straripamento dei due fiumi, il Sangoyaco e il Mulato – situati a monte della cittadina e causato dalle abbondanti piogge frequenti in questa regione – si vive ancora l’emergenza, soprattutto sanitaria, e molti hanno iniziato a puntare il dito contro la malapolitica e possibili fenomeni di corruzione.

Il panorama è desolante. La valanga di fango che si è abbattuta su ben 17 barrios ha trascinato a valle enormi massi che hanno spazzato via case e vite umane.

La furia della natura sembra aver cancellato tutto, in una zona peraltro già molto povera. Oltre a essere costruita nell’alveo dei fiumi, era composta prevalentemente da fragili favelas in cui abitavano poche migliaia di persone.

LA TERRA DEI NARCOS

Mocoa si colloca nel dipartimento del Putumayo che insieme al dipartimento del Narino costituiscono le zone a piu’ alta densita’ di produzione di coca.

Circa trentaquattromila ettari di terreno in cui i narcos, protetti dalla vegetazione amazzonica, possono coordinare indisturbati tutte le attività legate al traffico di uno dei prodotti piu’ consumati al mondo.

Pertanto non è sicuramente piaciuto a questi ‘signori della droga’ il clamore sollevato dalla tragica vicenda, che ha attirato centinaia tra poliziotti e militari, giornalisti, e tanti politici tra cui in testa il Presidente Santos, venuto già varie volte per monitorare le operazioni di salvataggio e l’assistenza agli sfollati.

LE CRITICHE ALLA MACCHINA DEI SOCCORSI

Ma a provare disappunto per Mocoa non sono solo i trafficanti di droga: in molti hanno notato che la macchina dell’assistenza risulta in forte affanno. La citta’ e’ ancora senza acqua mentre la luce e’ stata ripristinata a tratti qualche giorno fa, e mancano i medicinali.

L’ospedale e’ piccolo, e i posti letto sono già terminati, nonostante questo né la Croce rossa colombiana né la Defensa civil (la protezione civile locale) hanno eretto tendopoli o ospedali da campo con bagni chimici per garantire un minimo di igiene. E le persone continuano a utilizzare acqua non trattata. In un simile contesto il rischio di epidemie sta diventando estremamente alto, come conferma anche l’ultimo bollettino medico. Molti i focolai di epatite A e B e di varicella registrati, e parallelamente aumentano anche le infezioni micotiche e i casi di dissenteria.

In citta’ pertanto e’ d’obbligo indossare le mascherine a causa del forte odore di fango e di sporcizia, che ha attirato numerosi gruppi di avvoltoi, chiamati ‘gallinazos’: nel punto in cui si vedono volteggiare in circolo, si può essere sicuri che si trova un cadavere.

IL DRAMMA DEI BAMBINI

In effetti sui muri sono affissi centinaia di annunci di persone disperse, quasi tutti bambini. D’altronde in questa regione le famiglie sono numerose.

La frana di fango non ha ucciso solo i piccoli, ma anche molti genitori. Gli orfani – già circa una cinquantina – sono stati sistemati in una struttura non lontana.

Bambini che al momento nessuno sta cercando, e di cui non si conosce il destino.

LE CRITICHE ALLA CROCE ROSSA

Intanto i media locali, sulla base dalle testimonianze raccolte tra le persone, hanno iniziato a lanciare critiche alla Croce rossa colombiana, accusata di non stare gestendo nel modo migliore l’emergenza e soprattutto di non utilizzare bene le cospicue donazioni ricevute, che non sono state ingenerose.

Solo l’Unione europea ha stanziato 150mila euro, dall’Italia ne ha donati persino il doppio: 300mila. Eppure a due settimane dalla tragedia persiste l’emergenza medica, mentre a tavola gli sfollati non ricevono né pasti caldi, né frutta o verdura. E qualcuno trova ‘sospetti’ i tanti, costosi fuoristrada con cui lo staff della Croce rossa colombiana si sposta nell’area del disastro. Anche le agenzie delle Nazioni Unite hanno attirato lo stesso tipo di dubbi.

Le Ong impegnate a Mocoa confermano i disagi. Il capo locale di Medici senza frontiere, Juan Matias Gil, ha lanciato un’allerta: se non si interviene con piani strutturati e di lungo periodo c’è il rischio che l’emergenza umanitaria prosegua a lungo.

Gil è preoccupato anche per una possibile escalation di violenze tra i sopravvissuti e gli sfollati che, se non adeguatamente assistiti, potrebbero sviluppare sindromi da stress post-traumatico.

Anche i giovani medici volontari del Barco Hospital della fondazione Monte Tabor San Raffaele, sotto la guida del dottor Diego Posso, sono partiti da Cali con attrezzature mediche per prestare la loro opera.

L’INDAGINE DELLA MAGISTRATURA

Ogni giorno si recano in ospedale per assistere i tantissimi feriti. Alla luce di questa situazione, la magistratura ha deciso di avviare un’indagine sul sindaco di Mocoa e sulla governatrice del dipartimento.

Sotto inchiesta sono finite anche le giunte precedenti. Il sospetto è che qualcuno non abbia fatto abbastanza per prevenire questa tragedia, sia in termini di cura degli argini dei fiumi e della vegetazione, sia attraverso concessioni edilizie in aree dove sarebbe stato meglio non costruire. La politica ma soprattutto la società colombiana sono in una fase di delicata transizione, grazie all’accordo di pace faticosamente siglato con i guerriglieri dell Farc.

L’impressione generale è che non si devono commettere errori: i fenomeni di corruzione ed illegalita’ vanno sradicati, e purtroppo la regione di Mocoa ne è uno dei terreni più fertili, principalmente a causa dei narcotrafficanti. Una zona difficile quindi, che sta diventando un banco di prova importante su cui le istituzioni possono giocarsi la propria credibilità.

Al tempo stesso tuttavia i media guardano con attenzione anche all’attività della cooperazione internazionale, da cui ci si aspetta che lavori con la massima trasparenza, e per far sì che a Mocoa i riflettori dell’emergenza non si spengano. Ne va della vita dei tantissimi sopravvissuti.

di Silvio Mellara, giornalista

18 aprile 2017

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