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E’ morto Totò Riina, il Capo dei Capi di Cosa Nostra

ROMA – E’ morto Totò Riina, prima boss del Clan dei Corleonesi e poi Capo dei capi di Cosa Nostra. E’ morto in carcere, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, alle 3.37 del 17 novembre.

LA STORIA CRIMINALE

Salvatore detto Totò, soprannominato ‘La Bestia’ per la sua ferocia, viene arrestato il 15 gennaio 1993. Mandante delle più efferate stragi che hanno sconvolto la storia della Repubblica, ha terminato i suoi giorni in regime di carcere duro.

Riina, 87 anni compiuti ieri, stava scontando 26 condanne all’ergastolo, per diversi omicidi e stragi, compresi gli attentati in cui persero la vita Falcone e Borsellino, e gli attentati a Roma, Milano e Firenze del 1993.

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LA BIOGRAFIA DELLA ‘BESTIA’

Nato a Corleone il 16 novembre 1930, Salvatore Riina cresce in una famiglia di contadini. A soli 10 anni perde il padre e il fratello maggiore per l’esplosione di una bomba ed inizia a gestire gli affari di famiglia.

Ma al giovane Totò la vita da contadino sta stretta. Nei campi conosce Bernardo Provenzano, detto Binnu, e, insieme a lui, entra a far parte della cosca di Luciano Liggio, protetto del boss di Corleone Michele Navarra.

La prima condanna arriva presto, a soli 19 anni, quando Totò viene condannato a sei anni per l’uccisione di un coetaneo. La condanna viene scontata solo parzialmente nel carcere dell’Ucciardone, l’ “università della mafia” a Palermo. Di nuovo libero, Riina riprende la sua attività e insieme a Liggio inizia una guerra mafiosa contro il loro capo Michele Navarra.

Nel 1963 viene di nuovo arrestato, ma dichiarato innocente per assenza di prove, nel 1969, a seguito di due processi a suo carico, torna libero. Gli viene però applicata una misura di soggiorno obbligato, che non sconterà mai: inizia ora la sua latitanza, che durerà 24 anni. Sempre nel 1969 partecipa all’omicidio del boss Michele Cavataio prendendo parte alla cosiddetta ‘strage di Viale Lazio’. Il potere è ora nelle mani di tre famiglie, quelle dei boss Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio: nasce il “triumvirato”. Liggio però viene presto sostituito da Riina che, dopo il suo arresto, diventa ufficialmente il reggente della cosca dei Corleone.

IL LEGAME STATO-MAFIA

Seguono anni segnati da omicidi, traffico illegale di stupefacenti, appalti truccati, il tutto condito da uno stretto legame tra mafia e politica che trova in Totò Riina il principale referente del democristiano Vito Ciancimino. Per preservare gli interessi di quest’ultimo, il capo di Cosa Nostra proporrà l’eliminazione dei suoi principali rivali politici, tra cui Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Presto Riina stringe anche legami con Salvo Lima, sperando che quest’ultimo interceda per lui presso il suo capocorrente Giulio Andreotti, affinché modifichi in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che lo vedeva condannato all’ergastolo insieme a molti altri capi mafiosi.

IL MAXI PROCESSO E LE RITORSIONI

Il 30 gennaio 1992  la Cassazione conferma la sentenza e qualche mese dopo Lima viene assassinato.

Seguono le ritorsioni contro i collaboratori di giustizia, a partire da Tommaso Buscetta, i cui familiari fino al 20° grado di parentela devono essere uccisi. A cui si aggiungono gli omicidi di coloro che si sono adoperati in quegli anni per estirpare la piaga del crimine organizzato, primo tra tutti il magistrato antimafia Giovanni Falcone, che il 23 maggio 1992 insieme alla moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta viene ucciso in quella che verrà ricordata come la strage di Capaci. 

Seguirà la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992, a Palermo, nella quale perderà la vita il magistrato italiano Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta.

IL PAPELLO E LA TRATTATIVA

Per mettere la parola fine al susseguirsi di questi atti criminosi tra giugno e ottobre del 1992 prende il via una trattativa tra uomini dello Stato e Cosa Nostra, tutt’ora oggetto di processo. L’esistenza di un accordo, che prende il nome di Papello, è stata però confermata il 12 marzo del 2012 a Firenze durante il processo per la Strage di Via dei Georgofili.

I giudici della Corte d’Assise di Firenze hanno dichiarato che la trattativa “ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des […]”. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia. Riina avrebbe stilato una lista di richieste (in siciliano papello appunto) affinché le stragi terminassero, tra cui l’alleggerimento delle pene per i detenuti condannati durante il maxiprocesso.

L’ARRESTO

Il 15 gennaio 1993 davanti alla sua villa di via Bernini Totò Riina viene arrestato dalla squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo, grazie alle dichiarazioni del pentito Baldassare (Balduccio) Di Maggio. Da allora a Riina è sempre stato riservato il trattamento del 41 bis, dapprima presso il carcere dell’Asinara per poi passare al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli. Nel 2001 gli viene revocato l’isolamento. Nei successivi anni di detenzione Riina è stato più volte ricoverato a causa di problemi cardiaci.

LA CASSAZIONE ACCOGLIE LA RICHIESTA DI DIFFERIMENTO DELLA PENA

Il 5 giugno la Cassazione ha accolto per la prima volta il ricorso del difensore di Totò Riina, che, a causa delle precarie condizioni di salute del suo assistito, ha chiesto il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare. La richiesta ha suscitato polemiche da tutti i fronti ma la Corte di Cassazione ha difeso la propria decisione ribadendo che il “diritto a morire dignitosamente” va assicurato ad ogni detenuto. Il tribunale di sorveglianza di Bologna si è però opposto alle richieste del legale di Riina, disponendo che il detenuto restasse al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma, in quanto lì, hanno dichiarato i giudici, ha ricevuto “terapie di altissimo livello”.

17 novembre 2017

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