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“Vi racconto il mio Kurdistan dimenticato”

ROMA – “Nei campi profughi del Kurdistan iracheno ci sono ancora quasi un milione di sfollati interni che già nel 2014 sono fuggiti da Daesh, il cosiddetto Stato islamico. Con l’attuale mancanza di fondi, moltissime ong sono costrette a chiudere progetti e interrompere servizi fondamentali”. A dare l’allarme in un’intervista all’Agenzia Dire è una cooperante attiva a Dohuk con l’ong Un ponte per…. Giada Ridini, che ha scelto uno pseudonimo per tutelare la sua sicurezza, ha lavorato per diversi mesi a un progetto intitolato ‘Ahlein’, ‘Benvenuto’ in dialetto siriano.

Il progetto è finanziato dall’Onu e si occupa di dare assistenza psico-sociale a bambine, bambini e adolescenti dai cinque ai 18 anni e alle loro famiglie. Negli ultimi tre anni hanno già beneficiato degli interventi migliaia di giovani sfollati iracheni che vivono in campi profughi e nelle zone rurali nel governatorato di Dohuk e provenienti dal Sinjar e dalle altre località della piana di Ninive occupate da Daesh nel 2014.

A partire da giugno, il progetto è attivo anche in 25 scuole irachene nelle aree recentemente liberate da Daesh, nel distretto di Bashiqa e a Mosul Est, nel governatorato di Ninive.

“Abbiamo dovuto davvero lottare per ottenere il rifinanziamento di ‘Ahlein’ in aree diverse da quella di Mosul – racconta Giada, classe 1989 – ma nei 18 campi profughi che, solo nell’area di Dohuk, accolgono gli sfollati del 2014, le condizioni sono ancora durissime. Inoltre, più il tempo passa, più ai problemi materiali si aggiungono quelli psicologici, legati a stanchezza e mancanza di prospettive, soprattutto occupazionali”.

Qui in Iraq, però, non c’è solo la guerra. Quella la percepisci, a tratti, quando senti i cacciabombardieri sorvolare le strade, o vedi un corteo funebre, o ti accorgi che i cimiteri sono pieni di ragazzi giovani, oppure ogni volta che attraversi i sette check-points militari negli appena 170 km che dividono Erbil e Dohuk. C’è però anche una vita parallela, che scorre tranquilla. Nonostante la recessione economica degli ultimi due anni, infatti, a partire dal 2005 il Kurdistan iracheno ha vissuto un intenso decennio di crescita, che ha portato qui ville con piscina, prodotti di lusso e centri commerciali”.

“In Iraq c’è anche questo, dunque – sottolinea Giada – ma nei campi i problemi sono destinati ad aggravarsi e i tentativi di suicidio a moltiplicarsi, se mancano progetti a lungo termine e se gli aiuti sono sempre di meno. Si pensi alla proposta del governo di Trump di tagliare i fondi umanitari per l’anno prossimo del 29%. Ed è anche da situazioni come queste, dove le temperature sono spesso difficili da sopportare, dove mancano acqua potabile, energia elettrica e servizi di base, che nasce il grande esodo verso l’Europa”.

Un ponte per… è un’associazione di volontariato nata nel 1991 con il nome di Un Ponte per Baghdad subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq, con lo scopo di promuovere iniziative di solidarietà per la popolazione irachena colpita dalla guerra. L’ong cerca di promuovere l’impiego e l’occupazione di personale locale e si pone come obiettivo primario la prevenzione di nuovi conflitti.

di Giulia Beatrice Filpi

17 ottobre 2017

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