Suolo, Ispra: Consumo non si arresta, ogni 2 ore una piazza Navona di cemento

ROMA – In Italia il consumo di suolo prosegue ad oltranza, aumentando anche nel 2017 nonostante le difficoltà dell’economia. Tra infrastrutture e cantieri, che da soli coprono più di 3mila ettari di suolo, si invadono anche aree protette e aree a pericolosità idrogeologica, sconfinando persino all’interno delle aree vincolate per la tutela del paesaggio – coste fiumi laghi vulcanici e montagne – soprattutto lungo la fascia costiera e i corpi idrici, dove il cemento ricopre ormai più di 350mila ettari, circa l’8% delle estensione totale. A questo andazzo la superficie naturale si assottiglia di altri 52 chilometri quadrati nell’ultimo anno. In altre parole costruiamo ogni due ore un’intera Piazza Navona fatta di cemento e asfalto. Questi i dati del rapporto Ispra-Snpa sul ‘Consumo di suolo in Italia 2018‘, presentato oggi alla Camera.

Anche se la velocità alla quale consumiamo e sigilliamo (con conseguenze sul rischio idrogeologico) il suolo si stabilizza a una media di 2 metri quadri al secondo, quella registrata da Ispra è solo una calma apparente: i valori, infatti, oltre a non tener conto di alcune tipologie di consumo che venivano considerate nel passato, sono già in aumento nelle regioni che hanno raggiunto per prime la ripresa economica, ad esempio il nord est del Paese. Tutto questo ha un prezzo: il valore dei servizi ecosistemici persi negli ultimi 5 anni a causa della cementificazione del suolo italiano supera i 2 miliardi l’anno.

“Il consumo di suolo non si ferma”, dice Michele Munafò, curatore del rapporto Ispra, “la crisi economica ha rallentato negli ultimi anni il processo” ma oggi “nel nord est il consumo di suolo avanza più velocemente che nel passato”, un fenomeno “che sembra inarrestabile senza una politica anche a livello nazionale di limitazione di arresto dello spreco di questa risorsa fondamentale”.

Quasi un quarto (il 24,61%) del nuovo consumo di suolo netto tra il 2016 e il 2017, avviene all’interno di aree soggette a vincoli paesaggistici. Di questo, il 64% si deve alla presenza di cantieri e ad altre aree in terra battuta destinate, in gran parte, alla realizzazione di nuove infrastrutture, fabbricati – non necessariamente abusivi – o altre coperture permanenti nel corso dei prossimi anni. I nuovi edifici, già evidenti nel 2017, soprattutto nel Nord Italia, rappresentano il 13,2% del territorio vincolato perso nell’ultimo anno.

Spostandosi sul fronte del dissesto idrogeologico, il 6% delle trasformazioni del 2017 si trova in aree a pericolosità da frana – dove si concentra il 12% del totale del suolo artificiale nazionale – ed oltre il 15% in quelle a pericolosità idraulica media. Il consumo di suolo non tralascia neanche le aree protette: quasi 75 mila ettari sono ormai totalmente impermeabili, anche se la crescita in queste zone è ovviamente inferiore a quella nazionale (0,11% contro lo 0,23%).

La maglia nera delle trasformazioni del suolo 2017 va al Parco nazionale dei Monti Sibillini, con oltre 24 ettari di territorio consumato, seguito da quello del Gran Sasso e Monti della Laga, con altri 24 ettari di territorio impermeabilizzati, in gran parte dovuti a costruzioni ed opere successive ai recenti fenomeni sismici del Centro Italia. I Parchi nazionali del Vesuvio, dell’Arcipelago di La Maddalena e del Circeo sono invece le aree tutelate con le maggiori percentuali di suolo divorato.

In linea generale, nell’ultimo anno la gran parte dei mutamenti del suolo (81,7%) è avvenuta in zone al di sotto dei 300 metri (il 46,3% del territorio nazionale). La densità maggiore rispetto alla media nazionale si trova nelle aree costiere, dove l’intensità del fenomeno è più alta rispetto al resto del territorio (2,33 contro 1,73 m2/ha), nelle aree a pericolosità idraulica e nelle aree a vincolo paesaggistico (coste, laghi e fiumi). A livello provinciale, al centro e nel Nord Italia si concentrano le province con l’incremento più alto nel 2017. Sissa Trecasali (Parma), con una crescita che supera i 74 ettari, è il comune italiano che ha costruito di più nell’ultimo anno, principalmente a causa della realizzazione della nuova Tirreno-Brennero.

Tutto questo ha un prezzo e ammonta a circa un miliardo di euro se si prendono in considerazione solo i danni provocati, nell’immediato, dalla perdita della capacità di stoccaggio del carbonio e di produzione agricola e legnose degli ultimi 5 anni. La cifra aumenta, se si considerano i costi di circa 2 miliardi all’anno, provocati dalla carenza dei flussi annuali dei servizi ecosistemi che il suolo naturale non potrà più garantire in futuro (tra i quali regolazione del ciclo idrologico, dei nutrienti, del microclima, miglioramento della qualità dell’aria, riduzione dell’erosione).

Tre infine gli scenari al 2050 (data stabilita per l’azzeramento del consumo di suolo) ipotizzati dall’Ispra: il primo, in caso di approvazione della legge rimasta ferma in Senato nella scorsa legislatura, vede associarsi ad una progressiva riduzione della velocità di trasformazione una perdita di terreno pari a poco più di 800 chilometri quadrati tra il 2017 e il 2050. Il secondo, stima un ulteriore consumo di suolo superiore ai 1600 chilometri quadrati nel caso in cui si mantenesse la velocità registrata nell’ultimo anno. Nel terzo scenario si arriverebbe a superare gli 8.000 chilometri quadrati (superficie pari a quella dei 500 comuni più grandi in Italia partendo da Roma in giù fino a Policoro) nel caso in cui la ripresa economica portasse di nuovo la velocità a valori medi o massimi registrati negli ultimi decenni. Sarebbe come costruire 15 nuove città ogni anno fino al 2050.

COSTA: NON CI POSSIAMO PERMETTERE DI CONSUMARNE DELL’ALTRO

Quello del consumo di suolo, anzi dello “spreco di suolo”, è un “argomento delicato”. Sergio Costa, ministro dell’Ambiente, lo dice nel suo intervento alla presentazione del rapporto Ispra sul consumo di suolo, oggi alla Camera. 52 chilometri quadrati consumati in un anno, il dato reso da Ispra, “è tanta roba, non ce lo possiamo permettere“, avverte Costa, la perdita di servizi ecosistemici conseguente alla cementificazione del suolo, calcolata da Ispra in un valore di 2 miliardi l’anno, “riguarda al 90% la regolazione del sistema idrologico”, segnala il ministro, “a causa dell’impermeabilizzazione” che segue. Ecco, tutto ciò “non ce lo possiamo permettere”, ribadisce Costa, in particolare in un Paese “dove il 20% della popolazione vive nell’80% del territorio collinare e montuoso mentre l’80% della popolazione vive nelle aree urbane, un 80% collinare e montuoso poco abitato ma molto fragile“. Il suolo, però, è “una risorsa non rinnovabile, una volta cementificato non è più recuperabile”.

“Mi piacerebbe che prima di cementificare, di costruire, si faccia il cosiddetto bilancio ecologico“, prosegue Sergio Costa, ministro dell’Ambiente. Agire insomma “allargando la visione al costo sociale per il cittadino” senza limitarsi al concetto di “costo ordinario”, perché “è arrivato il momento di dirci che ci sono altri costi che poi sopportiamo con eccessivi ruscellamenti”, conclude.

“DDL OTTIMA NORMA MA VA AGGIUSTATA IN ALCUNI PASSAGGI”

Per affrontare il tema del consumo di suolo da fermare “abbiamo un’ottima norma, non passata per poco nella scorsa legislatura”, una legge “valutata positivamente da tutto l’arco parlamentare”. Questo “è l’elemento da cui ripartire“, la legge “va aggiustata in alcuni passaggi, a mio parere, però ripartiamo da lì e non sprechiamo tempo“, dice ancora il ministro dell’Ambiente.

Certo, prosegue Costa, la legge preparata nella scorsa legislatura “mi piace molto- dice il ministro- ma si deve introdurre il concetto di elevato valore ecologico in talune zone del nostro Paese, si deve introdurre il concetto di bilancio ecologico, poi valuta il Parlamento sovrano”.

Ancora, dice Costa, si dovrebbe “disporre l’acquisizione d’ufficio delle lottizzazioni abusive a favore del Demanio”, perché “è spreco di suolo, consumo abusivo, anche quello, anzi lo è di più”. Ancora: “bisogna andare oltre, quindi acquisisco quel bene, lo do al Demanio perché soddisfi altri tipi di esigenze aggiuntive sempre che non vi siano condizioni limite nelle quali quel bene va abbattuto”. E poi: “dove vi saranno delle autorizzazioni non ancora date ma in itinere che non ci convincono, andranno fermate” e, conclude, “è tanta roba, chi proviene dal territorio sa quanta roba c’è”.

17 Luglio 2018
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