Lazio

Rinviato a giudizio l’untore dell’Hiv, l’accusa è di epidemia dolosa

sangue_hiv_aidsROMA – Lunedì scorso si è svolta presso il Tribunale l’udienza preliminare nel procedimento a carico del trentenne sieropositivo, per il quale la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di epidemia dolosa e lesioni gravissime.

Il Giudice ha accolto tutte le richieste e l’uomo dovrà affrontare il processo – che si aprirà il 2 marzo – innanzi alla Corte d’Assise.

L’indagine, delegata e coordinata dal Pubblico Ministero Francesco Scavo Lombardo, è iniziata circa un anno e mezzo fa, quando una delle vittime aveva denunciato l’uomo, dopo aver scoperto in maniera del tutto casuale di aver contratto il virus.

Lesioni gravissime, il capo di imputazione contestatogli inizialmente per aver trasmesso il virus Hiv, ad almeno altre sei partner. Già allora, tuttavia, il personale della Sezione di Polizia Giudiziaria- Aliquota della Polizia di Stato- era riuscito ad evidenziare la propensione dell’indagato ad avere contemporaneamente relazioni sentimentali e ad intrattenere rapporti sessuali, per lo più non protetti, con diverse ragazze nel medesimo arco temporale, omettendo di informarle in merito alla patologia da cui era affetto e di cui era pienamente consapevole, così da trasmettere loro il virus Hiv.

Il Giudice per le Indagini Preliminari Roma, nel novembre 2015, aveva emesso la prima delle due Ordinanze di Custodia Cautelare in carcere eseguite poi nei confronti di T.V. nel corso delle indagini. Nel prosieguo dell’attività investigativa, gli agenti della Polizia di Stato- hanno svolto un’incessante attività di rintraccio ed escussione delle altre partner dell’uomo, alcune delle quali purtroppo ancora inconsapevoli di aver contratto il virus, altre risultate non contagiate solo per puro caso. Così in un comunicato la Questura di Roma.

Il quadro complessivo venutosi a delineare è risultato talmente grave e inquietante, che il Pubblico Ministero, titolare delle indagini, nel formulare la richiesta della seconda misura dell’Ordinanza di custodia cautelare in carcere nel maggio scorso, ha ritenuto di ravvisare, oltre alla ipotesi delle lesioni volontarie gravissime e del tentativo- ulteriormente contestate in relazione alle partner non contagiate- anche il delitto di epidemia.

L’uomo, infatti, intrattenendo rapporti non protetti con un numero imprecisato di donne, ne ha contagiate almeno 30 tra quelle rintracciate. Tre di queste, in maniera del tutto inconsapevole hanno trasmesso il virus ad altrettanti partner ed un’altra, sempre inconsapevolmente, lo ha trasmesso al proprio bambino. Oggi il bambino, di quattro anni circa, è affetto da encefalopatia, una patologia gravissima, riconducibile proprio allo stato di sieropositività contratto durante il parto.

L’attività investigativa, condotta dal personale della Sezione di Polizia Giudiziaria- Aliquota della Polizia di Stato è stata condotta in maniera serrata, sussistendo non solo esigenze di natura investigativa, ma ancora prima superiori esigenze di tutela della salute pubblica, apparendo subito urgente e necessario limitare un’ulteriore eventuale diffusione del virus dell’Hiv, mediante il rintraccio del maggior numero di donne che, del tutto inconsapevolmente, potessero essere state esposte al rischio del contagio e che a loro volta potessero trasmettere il virus ai loro partner e stabilendo con loro un contato diretto con tutte le cautele del caso.

Queste gravi risultanze hanno indotto il Giudice per le Indagini Preliminari di Roma, ad emettere la seconda misura di custodia in carcere a carico dell’uomo e hanno permesso poi al Giudice dell’udienza Preliminare, valutati gli elementi di prova offerti, di accogliere la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Pubblico Ministero, per il delitto di epidemia, che per modalità di trasmissione del contagio, tipo di virus e comportamento dell’indagato non ha precedenti in Italia. Tutte le parti civili costituite hanno aderito alla richiesta.

16 novembre 2016
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