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DIRE - LE OPINIONI

Sistemi elettorali, i risvolti politici del “disallineamento”

Luca Tentoni per www.mentepolitica.it


Non è detto che avere due sistemi elettorali diversi sia un problema per tutti. Per alcuni potrebbe essere addirittura una risorsa.

La possibilità di apparentamenti per il Senato e non per la Camera permette di creare coalizioni regionali per Palazzo Madama e, nel contempo, di sviluppare una competizione serrata fra alleati/avversari per Montecitorio. Da una parte amici, dall’altra concorrenti; da un lato (Senato) il “piano A” – la coalizione fra simili – e dall’altro il “piano B” – dove ognuno corre per conto proprio e, all’apertura delle urne, può allearsi con chi vuole. Durante la Seconda Repubblica, invece, le cose sono andate diversamente: di solito, le coalizioni (per scelta politica, non per obbligo giuridico, s’intende) erano omogenee in entrambi i rami del Parlamento. Persino nel 1994, quando Berlusconi creò la doppia coalizione Forza Italia-Lega al Nord (con AN fuori) e Forza Italia-AN nel Centrosud, non ci furono differenze fra Camera e Senato. Stavolta, invece, per esempio, un elettore del Lazio potrebbe trovarsi sulla scheda per la Camera FI, Lega e FdI in concorrenza fra loro, mentre su quella per il Senato potrebbe vederli coalizzati.

Da un punto di vista politico, ogni leader sarebbe autorizzato a dare la propria interpretazione dell’impegno preso con gli elettori. I partiti interessati a formare una maggioranza di governo con gruppi diversi da quelli della coalizione per il Senato potrebbero rivendicare la natura “tecnica” dell’apparentamento per Palazzo Madama (realizzato allo scopo, per esempio, nel caso del centrodestra, di far ottenere seggi al Centrosud anche a FdI, che difficilmente sembra in grado di superare l’8% in alcune regioni).

Per contro, un Salvini eventualmente “abbandonato” da Berlusconi dopo il voto avrebbe l’occasione per affermare la “supremazia” delle intese regionali riguardanti il Senato sulla corsa solitaria di ciascun soggetto politico alla Camera (obbligata, perché l’Italicum non permette apparentamenti). Ma potrebbe esserci di più: ad oggi, i soli partiti certi di superare ovunque l’8% regionale sono il Pd, il M5S e FI, più la Lega al Nord; degli altri non si sa. Dunque, chi è già sicuro di poter accedere alla ripartizione dei seggi può fare due scelte: “imbarcare” altri partiti oppure no. Nel caso del Pd l’alleanza con Ap può solo portare voti che diversamente, in alcune regioni, potrebbero andar dispersi; così per Forza Italia, che darebbe a Lega e FdI uno spazio di rappresentanza nel Meridione.

Le coalizioni, però, hanno uno sbarramento più alto, in Senato: il 20%. Nell’analisi costi-benefici, soprattutto Forza Italia deve valutare se da Firenze in giù l’apporto di Lega e FdI può assicurare il superamento della soglia: sulla carta è molto probabile, ma non garantito. Un conto, infatti, è essere certi di superare l’8% (che vale per i singoli partiti), un altro conto è raggiungere il 20.

Inoltre può esserci una ragione di opportunità: gli alleati servirebbero ad accrescere la percentuale della coalizione, ma forse finirebbero per non incrementare i seggi del partito più forte (nel Sud, FI), perché i minori con almeno il 3% regionale parteciperebbero alla ripartizione dei posti. Il Pd non ha questi problemi, perché Ap di Alfano è in maggioranza col partito di Renzi già nell’attuale legislatura e può benissimo continuare a starci, ma a Forza Italia conviene che Lega e FdI ottengano seggi in Senato, magari a scapito di un possibile futuro alleato di governo (il Pd)? Dal canto suo, anche il M5S trae vantaggio da questo doppio sistema: alla Camera, dove i Cinquestelle sono più forti (per via del voto dei giovani), la frammentazione parlamentare sarà più ampia (con la soglia del 3% nazionale), quindi sarà più difficile che un’intesa Pd-Ap-FI abbia almeno la metà più uno dei seggi, mentre in Senato la ripartizione regionale – che favorisce i partiti maggiori e taglia via i minori con lo sbarramento dell’8% – farà avere ai pentastellati una percentuale di senatori quasi certamente superiore a quella dei voti.

In altre parole, se è vero che questo sistema disallineato può – insieme a molti altri fattori, compreso quello del corpo elettorale che per il Senato è più piccolo che per la Camera – produrre diversi rapporti di forza fra i partiti e le coalizioni (reali e futuribili) nei due rami del Parlamento, è però vero che il “doppio regime” (Porcellum bis – Italicum bis) può dare ai leader la possibilità di tenersi aperte parecchie vie d’uscita: affermando la prevalenza del voto della Camera (“pluralista e concorrenziale”: tutti contro tutti) su quello del Senato (“aggregante e vincolante” per i partiti coalizzati) o viceversa, ciascuno potrebbe fare il suo gioco, prima e dopo il voto. È anche per questi motivi – oltre che per oggettive difficoltà di raggiungere un accordo in extremis sulla riforma elettorale – che forse a più di qualcuno non dispiacerebbe tenersi i meccanismi “ritagliati” dalla Corte Costituzionale.

 

16 settembre 2017

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