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Sandplay Therapy, gioco e sabbia per toccare gli aspetti meno razionali

sabbia ROMA – Gioco e sabbia. Sono questi i due elementi alla base della Sandplay therapy, che permettono di toccare gli aspetti meno razionali dell’uomo, per lavorare su percezioni, ricordi e fantasie. “La sabbia è multiforme, può essere asciutta, umida o bagnata e offrire impressioni diverse. La sabbia asciutta è fluida, quella bagnata plasmabile come la terra, ma anche abrasiva. È la materia per antonomasia“. Introduce così Carla Cioffi, neuropsichiatra infantile e socio – didatta dell’Associazione italiana per la Sandplay therapy (Aispt), il seminario dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) su ‘Sandplay therapy. Il gioco e le immagini nella psicologia analitica’, in corso a Roma oggi e domani.

LA SANDPLAY THERAPY NASCE PER L’ETÀ EVOLUTIVA – La Sandplay therapy “si fonda proprio sull’elementare bisogno manipolatorio del bambino. Dora Kalff, la creatrice di questo metodo analitico,  percepi’ da subito che il gioco della sabbia aveva in sé un aspetto psicoterapeutico, curativo: un gioco del mondo, libero e protetto, perché nelle vasche può essere rappresentato tutto. La terapeuta svizzera- racconta il medico- fece uscire la terapia analitica junghiana dai confini dell’età adulta. Infatti, la Sandplay therapy nacque proprio per i bambini e gli adolescenti, quale strumento che consentiva di poter toccare le loro immagini interne. Poi è diventata anche una terapia per adulti- specifica Cioffi- e furono proprio i genitori i primi a provarla, dopo aver assistito alle trasformazioni molto profonde dei loro bambini”.

Oggi la Sandplay therapy viene inserita “nel percorso analitico di molti adulti e completa anche certe analisi verbali non terminate in modo soddisfacente.  Questo perché la sabbia riesce a toccare immagini molto arcaiche- rivela l’esponente Aisp-  tramite il tatto si risveglia una percezione profonda del proprio essere”.

 

IL TERAPEUTA DI SANDPLAY THERAPY – Il terapeuta della Sandplay therapy “deve essere aperto a tutto e non giudicante. Non deve limitarsi al primo quadro di sabbia, perché un’immagine dietro l’altra sviluppano un filo conduttore di tipo simbolico. L’analista lavorerà quindi in una dimensione di ascolto silenzioso- spiega il neuropsichiatra infantile- di silenziosa attesa, attendendo, per parlare, il completamento della scena. Evita l’interpretazione sia mentre il giocatore realizza una immagine, sia al termine di essa. Interpreterà per sé i simboli che emergono, senza doverlo necessariamente comunicare. È l’immagine stessa che si manifesta ad analista e analizzato: coppia di spettatori che assistono al lavoro messo in atto dall’inconscio all’interno di un processo evolutivo. La comprensione razionale e conscia potrebbe interferire con questa dinamica dell’inconscio. Quindi, solo nella fase finale della terapia- afferma l’esperta- l’interpretazione risulta opportuna per ricostruire il percorso evolutivo dei simboli”.

IL SETTING – Il fulcro della stanza sono due sabbiere:  delle cassette di misura 72×57×7, dipinte di azzurro all’interno per evocare l’immagine dell’acqua. Diposte  su due carrelli, hanno alle spalle gli scaffali contenenti quegli oggetti che colpiscono nel profondo l’analista.

“Elementi che gli ricordano la sua infanzia, i suoi ricordi, e che mette a disposizione del paziente. Devono esserci oggetti del mondo reale (minerali, vegetali), elementi con cui costruire paesaggi (animali), personaggi (umani), il mondo spirituale e immaginario, e infine materiali per costruire una propria immagine. Protagoniste del processo terapeutico- sottolinea Cioffi- sono la funzione trascendente, che permette di mediare gli opposti psichici, e la capacità di simbolizzazione”. Il simbolo “è proprio il risultato della funzione trascendente, il cui compito è collegare coscienza e inconscio,  generando dalle coppie di opposti un terzo elemento integrante”.

La Sandplay therapy può essere realizzata a partire dall’età scolare. “I bambini devono capire le regole”.

LA PRIMA SABBIA – Gli aspetti diagnostici e prognostici possono essere contenuti già nella prima sabbia. Ma come si approccia a un primo quadro di sabbia? Attraverso un lavoro a più livelli: formale, relazionale, spaziale, contenutistico e simbolico. “Le considerazioni spaziali devono essere solo indicative- chiarisce Cioffi- in una sabbiera orizzontale l’angolo superiore sinistro è del paterno, quello inferiore sinistro dell’inconscio collettivo. La parte superiore destra del conscio; l’angolo inferiore destro del materno e femminile. Le diagonali il luogo del trascendente”.

Nella sabbiera verticale, “la parte inferiore ha a che fare con lo schema corporeo- conclude- la parte superiore con il pensiero”.

di Rachele Bombace

16 maggio 2015

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