La trappola delle coalizioni

Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

Chi ha costruito il cosiddetto Rosatellum ha fatto male i conti: diventa sempre più evidente. Si è trattato dei classici apprendisti stregoni che hanno evocato spiriti che non sono poi stati capaci di tenere sotto controllo: avessero non diciamo letto la famosa poesia di Goethe, ma almeno visto il cartone con Topolino in quel ruolo forse sarebbe stati indotti a riflettere prima di buttarsi nella loro avventura.

Oggi ad essere diventato palese è un altro inghippo, quello delle coalizioni, immaginato nell’ingenua prospettiva di azzoppare i Cinque Stelle, mentre si sta rivelando una trappola per tutti i partiti, sebbene con modalità diverse. Innanzitutto andava tenuto conto che una formazione come M5S è inossidabile e resiste a qualsiasi attacco, perché si basa su elettori che l’hanno scelta a prescindere, sostanzialmente “per fede”. Dunque inutile pensare che le campagne di stampa che mettono in luce debolezze oggettive e anche peggio dei pentastellati possano allontanare più che qualche conversione marginale dell’ultimo momento.

Se dunque non serve contro i Cinque Stelle, a cosa serve la coalizione? La risposta è banale: si voleva offrire un canale di raccolta dell’italica tendenza alla frammentazione politica ottenendo che fosse quanto più piccolo possibile il numero dei voti o dispersi (si doveva pur inserire una seppur piccola soglia di sbarramento) o capaci di dar vita solo a piccoli gruppi parlamentari senza poi peso.

Non ci si è chiesti quale sarebbe stato il prezzo politico da pagare per questa spinta a coalizzarsi. Oggi vediamo che è alto, sia pure per diverse ragioni, nel centrosinistra e nel centrodestra.

Partiamo dal PD che è quello messo peggio. Due delle liste collegate, i tardo-ulivisti di “Insieme” e quelli capitanati dalla Lorenzin, sembrano seriamente a rischio di non raggiungere il quorum dell’uno per cento. In quel caso non solo non saranno serviti a nulla, ma costeranno dei posti che il PD ha dovuto dar loro in collegi uninominali sicuri. Anche se superassero di poco la soglia dell’uno per cento non darebbero alla casa madre che un modesto incremento: un paio di punti percentuali in più sono significativi per il PD renziano solo se in autonomia raccoglie almeno il 23%, altrimenti gli servono pochino in termini di parlamentari (il che va detto con cautela: specie per il Senato il calcolo che trasforma in voti in seggi è assai complicato). In ogni caso sarà noto a tutti quale sia stata la percentuale del PD senza la somma dei voti dei suoi cespuglietti e sarà questo a “fare immagine” (e credibilità) tanto per la inevitabile resa dei conti interna quanto per il peso che il partito potrà avere nelle trattative per il nuovo governo. Da questo punto di vista le prospettive che danno i sondaggi non sono incoraggianti per Renzi e i suoi uomini.

La situazione si complica con la lista Bonino, perché quella potrebbe anche raggiungere il 3% e dunque eleggere propri rappresentanti nel proporzionale, dando vita ad un piccolo gruppo parlamentare che difficilmente Renzi potrà piegare facilmente alle sue strategie. Ma il problema maggiore non è neppure questo, quanto piuttosto il fatto, come pare si intuisca sia dai sondaggi che da sensazioni che raccogliamo in giro, per cui una quota non piccola di quei voti sarebbero di elettori un tempo PD che ora si rifugiano sotto le bandiere di “Più Europa” per dissenso con la leadership renziana, pur continuando invece ad orientarsi per una forza che vogliono sia a sostegno di Gentiloni.

Come si capisce, siamo di fronte ad un quadro che non fa dormire sonni sereni alla dirigenza del PD. Tuttavia la situazione non è tranquilla neppure nel caso del centrodestra. Qui non abbiamo in coalizione componenti così deboli, se si eccettuano i dubbi sulla tenuta del gruppo di “Noi con l’Italia”. Il problema è la sempre più evidente disomogeneità dei tre partner della coalizione, che non tralasciano occasione per renderla evidente. Si può cavarsela dicendo come fa Berlusconi che sono sparate elettorali in cui ciascuno parla alla pancia dei suoi elettori, ma poi quando si tratterà di fare politica, e politica di governo si ritroveranno le necessarie composizioni. Però non sarà così semplice.

Come dimostra quanto è avvenuto in Germania, quel che si è predicato in campagna elettorale poi ti cade addosso: Schulz ha dovuto ritirarsi da ruoli di governo perché gli hanno semplicemente rinfacciato che aveva solennemente affermato che mai avrebbe fatto un governo con la Merkel. I giovani della SPD fanno campagna attiva per portare gli iscritti a rinnegare col loro voto quanto fatto dai vertici, sempre sulla base della riproposizione ostinata di quel che si è detto in campagna elettorale. Perché da noi dovrebbe essere diverso?

Il problema ignorato è che il cosiddetto Rosatellum è stato concepito come se la questione fondamentale fosse stata quella della quantità percentuale di consensi da rastrellare. In realtà il problema che nelle condizioni di oggi sarà discriminante è quanti parlamentari si riescono ad eleggere e quanto quegli eletti possano essere inquadrati senza sorprese nelle tattiche che imporranno i vari partiti.

Ci permettiamo di scommettere che su questo terreno ne vedremo delle belle.

16 Feb 2018
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