Politica

Rosati: “Voto a giugno, e il Pd torni a parlare alla sua gente”

rosatiROMA – Dalla permanenza del Senato, “che credo ci abbia danneggiato”, alla “mancanza di ascolto del disagio sociale sempre più crescente”, il Partito democratico dovrebbe “riflettere sulle ragioni della sconfitta al Referendum costituzionale”. E nel farlo dovrebbe anche “tornare a parlare alla sua gente”. Antonio Rosati, esponente dem di lungo corso, intervistato dall’agenzia DIRE analizza la sconfitta del 4 dicembre e chiede di “andare presto al voto, dopo il varo di una legge elettorale capace di bloccare uno dei mali degli ultimi anni: il trasformismo”.

Con un monito al suo partito: “Le disuguaglianze sono enormemente cresciute e questo per donne e uomini di sinistra è inaccettabile“.

Partiamo dal Referendum: la sconfitta della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi è stata netta.

“Il risultato è stato netto e politico, a prescindere dal merito. Mi sono battuto per il Sì, ma riconosco che parlando con le persone la riforma era un po’ pasticciata, complicata da spiegare. La permanenza del Senato, così come era stata pensata, credo ci abbia danneggiato molto. A questo si è sommato un grandissimo disagio economico, lavorativo e sociale dei giovani, in particolare tra i 24 e i 35-40 anni, che in massa hanno votato No. Ecco, credo sia mancato l’ascolto di questo disagio. Io sono sempre stato a favore di una società che riconosca il merito, ma non mi ha mai convinto una società basata solo sul merito, perché abbandona gli ultimi. E allora, se parliamo di Costituzione, dobbiamo parlare di una Repubblica fondata sul lavoro, il che vuol dire tentare di rimuovere tutti gli ostacoli. Non ha aiutato il fatto che il Jobs act, che aveva l’ambizione di combattere il precariato, non ha visto partire la seconda parte della riforma, che prevedeva la creazione di una Agenzia nazionale del Lavoro che supporti chi ha perso il lavoro o chi deve trovarlo per la prima volta e che contempli una indennità di disoccupazione dignitosa. Solo così le persone non si sentono abbandonate. La creazione di lavoro deve essere la grande sfida contemporanea di tutte le classi dirigenti”.

Tuttavia, il governo Gentiloni ha confermato Giuliano Poletti al ministero del Lavoro.

“Penso che sia stato un segnale sbagliato. Lo dico apertamente e me ne assumo la responsabilità: non do un giudizio positivo del lavoro fatto dal ministro Poletti. È chiaro che per creare occupazione non basta un ministero, serve un concorso di fattori, ma nel complesso avrei dato il segnale di aver capito e affermare l’Agenzia per il lavoro come un impegno concreto. Oggi in Italia si riapre una grande questione salariale. Al di là degli 80 euro in busta paga voluti da Renzi, che io ho salutato positivamente, la via maestra deve essere quella di fare accordi sulla produttività. Moltissime aziende fanno utili importanti, ma se va bene la defiscalizzazione degli investimenti voluta dall’ex presidente del Consiglio, nello stesso tempo bisogna pensare a un accordo tra sindacati, governo e piccole e grandi imprese, affinché tutti possano beneficiare dell’aumento di produttività. Serve un nuovo grande patto, come quello che fece Ciampi con i sindacati nel ’92, che aiuti il lavoro e lo sviluppo”.

Osservando i giorni e le dichiarazioni post Referendum, lei crede che il Partito democratico stia affrontando questa analisi?

“Ancora in queste ore la risposta che stiamo dando ai nostri elettori non è un senso della comunità. Su questo Renzi in questi mesi non ha lavorato molto. Il nostro Paese è davvero a un bivio. Le disuguaglianze sono enormemente cresciute e questo per donne e uomini di sinistra è inaccettabile. Ci sono due anime nel Pd che non si sono mai incontrate veramente. Renzi incarna quella parte che guarda la singola persona, forse trascurata troppo da noi della sinistra ‘storica’. E il segretario ha capito anche la necessità di un linguaggio nuovo, più veloce, ma non ha considerato un altro elemento: la tensione all’uguaglianza che per chi viene dalla sinistra è una ragione esistenziale, senza la quale la politica non esiste. Queste due anime non trovano una sintesi. Dobbiamo riformare una comunità. Come si può non capire che nel mondo e nell’Europa di oggi un’idea di un nuovo Umanesimo che unisca i progressisti in un grande campo largo sia l’unica possibilità per fronteggiare una società così complessa?”

A proposito di campo largo, nelle ultime ore è arrivata anche la proposta di Giuliano Pisapia. Che cosa ne pensa?

“Trovo molto interessante la sua proposta, noi di Campo democratico è da anni che insistiamo su questo. Ecco perché abbiamo bisogno di un congresso e di ridare la voce al popolo il prima possibile. Dobbiamo capire la sfida che abbiamo di fronte, abbassare i toni anche dentro il Pd e ritrovare fiducia nella nostra gente. Non possiamo fare un congresso che non dia voce al nostro popolo, guai. Altrimenti la sconfitta sarebbe irreversibile. Siamo ancora una grande forza. Abbiamo perso il referendum, ma io dico comprendiamone le ragioni”.

Venendo al nuovo Governo, che idea si è fatto di questo esecutivo e dei suoi compiti?

“Credo che dobbiamo evitare di forzare il crinale democratico. Questo Parlamento non è legittimato dopo la sentenza della Corte costituzionale e il Referendum ci dice che c’è un desiderio enorme del popolo italiano di votare. Ci chiedono di riavvicinare la distanza tra governanti e governati scegliendosi i propri parlamentari. Se continuiamo a negare questa domanda, facciamo un grande regalo ai Cinque stelle. Dobbiamo andare presto al voto. Naturalmente, aspettiamo la sentenza della Consulta il 24 gennaio, poi, è ragionevole votare a giugno. Credo che l’orizzonte del governo Gentiloni sia questo”.

Però, appunto, va fatta una legge elettorale.

“Il Parlamento, se vuole e lavorando giorno e notte, può fare una buona e dignitosa legge elettorale. Si discuta, ma possibilmente introducendo un elemento che era importante per l’Italicum: il fatto che i cittadini sappiano chi ha vinto, per evitare l’impressionante trasformismo italiano che è uno dei mali degli ultimi vent’anni. Negli ultimi anni, oltre 290 parlamentari hanno cambiato casacca. Un dato impressionante che ha portato discredito alla politica”.

15 dicembre 2016
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