Cia: L'agricoltura viaggia al 50%, frenato dai luoghi comuni - DIRE.it

Ambiente

Cia: L’agricoltura viaggia al 50%, frenato dai luoghi comuni

agricoltura_agricoltoreROMA – Il contributo che l’agricoltura può offrire all’Italia in termini economici, ambientali e per la tenuta del tessuto sociale non ha eguali. Eppure il settore primario si muove ancora a meno del 50% del suo potenziale ma, con poche misure ben mirate, è nelle condizioni di raddoppiare il proprio valore complessivo e garantire almeno 100 mila nuovi posti di lavoro. Questa la fotografia scattata dalla Cia-Agricoltori Italiani durante la sua Assemblea nazionale, oggi all’Auditorium Conciliazione di Roma, alla presenza del ministro del Lavoro Giuliano Poletti e del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Per l’agricoltura dunque “è tempo di cambiare”, come recita lo slogan scelto per l’Assemblea 2016: un’evoluzione che deve partire dal superamento di gravi vizi strutturali del settore. A partire dal turn-over nei campi che è fermo a 5 titolari d’azienda “under 40” ogni 100 “over 65”.

Del resto, sostiene la Cia, “non è facile aprire un’azienda agricola se proprio il bene terra costa in media tra i 18 e i 20 mila euro per ettaro, contro i 5.500 euro della Francia e i 6.500 euro della Germania”. Ma qualche buona novità, per rendere più conveniente entrare nel settore, è contenuta nella Legge di Stabilità, “dove sono previsti tre anni di detassazione totale per i giovani che operano nel primario”, sottolineano gli agricoltori. Altro pilastro da rimuovere, per aprire gli spazi, è quello della burocrazia. Ancora oggi un agricoltore impegna circa 90 giornate l’anno a svolgere pratiche e adempimenti di legge: troppe e troppo onerose, secondo la Cia. Quindi alti costi di gestione, che fanno il paio con gli alti costi di produzione, che restano i più “salati” d’Europa (superiori almeno del 15% della media), e generano il fenomeno dell’indebitamento: un agricoltore italiano su tre ha pendenze da ripianare.

Per la Cia “è anche dai macro numeri che si scopre il potenziale inespresso di agricoltura e agroalimentare italiano”: 165 miliardi il valore complessivo della produzione e 38 miliardi il traguardo dell’export a fine 2016. Buone performance, ma ancora lontane da quelle fatte registrare dagli altri competitor europei. Colpa anche dell’assenza di una strategia organica per aggredire i mercati stranieri. A fronte di una produzione nazionale che vanta oltre 5.847 prodotti tra cibi tradizionali e denominazioni di origine, l’Italia porta sulle tavole dei consumatori internazionali non più di 200 “veri” prodotti del Made in Italy. Per la stragrande maggioranza degli stranieri “un must”, ma la cifra mossa dal nostro export è ancora bassa rispetto a un potenziale pari almeno a 70 miliardi di euro. Ci sono margini di crescita enormi quindi, e in pochissimi anni.

Per fare questo però servono professionalità, nuove figure che entrano in piena interazione con il mondo produttivo, giovani che hanno una agricoltura_trattore_campoformazione tesa all’innovazione, non solo quella agronomica ma esperti nel marketing, nella creatività e nella padronanza dei strumenti digitali e tecnologici. Senza contare le tante “verità nascoste” dell’agricoltura italiana, o meglio i falsi luoghi comuni (“l’agricoltura ha un alto impatto ambientale”, “Il successo del km zero” raccontato come la panacea alla crisi commerciale dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiano, il ‘boom’ dei giovani, “c’è troppa chimica”) che ne condizionano fortemente l’immagine, togliendole in alcuni casi molto del suo appeal. Come il tema del caporalato, fenomeno reale e odioso, ma circoscritto a pochi casi a fronte di oltre un milione di imprenditori che operano nella trasparenza, nel totale rispetto delle regole e per la qualità.

di Federico Sorrentino, giornalista

15 novembre 2016
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»