‘Fame zero’: ecco le ricette per salvare l’uomo e il pianeta

ROMA – “La fame è un problema che riguarda tutti. Ma per risolverlo occorre volontà: tanti esperti ci indicano le strade possibili, e’ il momento di agire per raggiungere l’obiettivo Fame zero”. Questo l’appello di Emanuela Claudia Del Re, viceministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, che alla Farnesina ha aperto il seminario ‘Il valore della tradizione: sapere innovare senza sprecare. Le produzioni locali per promuovere la salute, la salvaguardia dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile’. L’evento è stato organizzato in vista della Giornata mondiale dell’Alimentazione, fissata per oggi dalle Nazioni Unite. Ogni sei secondi nel mondo un bambino muore a causa della malnutrizione, ricordano i report Fao. D’altro canto, nei paesi sviluppati 1.9 miliardi di persone è obesa, tra cui oltre 40 milioni i minori. Un fenomeno che, come sottolineano gli esperti, incide sul raggiungimento dell’obiettivo Fame zero, promosso dall’Agenda di sviluppo Onu 2015-2030. “Nel 2018 la fame è ancora una realtà, ma la lotta all’insicurezza alimentare si combatte anche incoraggiando l’agricoltura sostenibile e intelligente”, dichiara Luca Maestripieri, dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics), che nel 2017 ha finanziato con oltre 40 milioni di euro programmi di sviluppo rurale in particolare nei paesi dell’Africa subsahariana.

Dall’evento è emerso il legame imprescindibile tra la malnutrizione nei Paesi sottosviluppati, e diete più sane e lotta agli sprechi nel cosiddetto “mondo ricco”. Lo sviluppo per essere realmente sostenibile, deve tener conto di tre elementi: esperienze tradizionali, innovazione tecnica e riduzione degli sprechi, come dice Daniel Gustavson, vicedirettore generale della Fao, l’Agenzia Onu per l’Alimentazione e l’agricoltura. Secondo la Fao, oltre 815 milioni di persone hanno sofferto di malnutrizione cronica nel 2016, 38 milioni in più rispetto al 2015. Conflitti, cataclismi legati al cambiamento climatico, rallentamento economico sono alla base di tale peggioramento. Inoltre l’80 per cento della popolazione povera vive nelle zone rurali e dipende quasi totalmente da agricoltura, pesca e selvicoltura: recuperare le tradizioni agricole, differenziare la produzione e aumentare l’occupazione nelle aree rurali “può essere la chiave”, aggiunge Gustavson. Che, pensando ai Paesi sviluppati, insiste sul valore delle diete salutari per combattere l’obesità, e la lotta agli sprechi. I rifiuti alimentari, ricorda l’esperto, contribuiscono fino al 10 per cento dei gas serra, responsabili dei cambiamenti climatici i cui effetti si ripercuotono sui Paesi poveri. “L’esempio italiano in agricoltura e la dieta mediterranea – roconosciuta Patrimonio Unesco – sono una grande opportunità”, conclude Gustavson.

A insistere sull’importanza di una partnership più forte e stratturata tra gli investimenti pubblico-privato è Cornelia Richter, vicepresidente dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, che ha investito 392 milioni di dollari negli ultimi 15 anni nel mondo. La vicepresidente insiste sull’importanza del diversificare: “La metà delle calorie consumate globalmente derivano da frumento, riso e mais. Ma le monoculture non sono sostenibili a livello agricolo: riducono la fertilità dei terreni, la resilienza ai cambiamenti climatici e aumentano la vulnerabilità a epidemie e parassiti delle piantagioni”, afferma Richter.
“Negli Stati Uniti, ad esempio- prosegue- è stato osservato che i prodotti sono meno ricchi di ferro e selenio rispetto a quelli a disposizione delle comunità indigene. Nel mondo ci sono 7mila specie agricole e animali – tra cui quelle ittiche – che vanno dunque valorizzate”. Tuttavia, avverte la dirigente Ifad, “tale processo deve tener conto dei piccoli agricoltori, 500 milioni nel mondo, i quali contribuiscono al 30 per cento della produzione di calorie consumate globalmente, impiegando solo il 30 per cento terreni”. Secondo studi dell’Ifad infatti, le piccole aziende contadine “sono le più produttive- dice ancora Cornelia Richter- e da esse dipendono due miliardi di persone, che per necessità diversificano le colture. Ma spesso perdono i prodotti perche’ non riescono a conservarli.

Investendo dunque, si possono aiutare 48 milioni di persone solo nell’Africa subsahariana. Qui, esistono 1.097 varietà di cereali che permettono di risparmiare acqua, sono più resistenti ad agenti patogeni e parassiti”. Se la parola d’ordine è diversificare, d’altro canto “bisogna tutelare anche gli agricoltori minori, affinché non restino esclusi dai mercati”.

CINELLI: STUDIO ARCHEO CUCINA, PER FUTURO DEL PIANETA

“Sono archeologa del gusto: studio antiche ricette e prassi per ripensare il modo di mangiare e cucinare di oggi. Da qui dipende il nostro futuro”. Lo dice Gabriella Cinelli, docente dei Master of food di Slow Food, di cucina, storia della gastronomia e dell’alimentazione ed analisi sensoriale. Che parte dal concetto di “turasakh”, una parola con cui i babilonesi indicavano la scelta tra il bagnarsi nel fiume Tigri o nell’Eufrate, e da cui deriva “turismo”: “ci invita a decidere dove vogliamo andare, e come vogliamo vivere”, ha detto Cinelli. “Se già Ippocrate sosteneva che il cibo è la nostra medicina, e che l’uomo grasso vive meno dell’uomo magro, con i miei studi voglio invoraggiare le nuove generazioni a non sottovalutare la biodiversità, l’agrodiversità, l’interculturalità”. Tutti elementi che davanti ai fornelli “hanno un loro ruolo, nella salute umana ma anche nella sostenibilità ambientale”. Insomma la “legge del cucinare” preserva secondo l’archeochef “l’equilibrio della vita”. La studiosa ricorda la tragedia delle carestie o della perdita di varietà agricole – che oggi ha raggiunto quota 75 per cento secondo dati Fao – nonché le responsabilità dell’uomo nel causare danni al Pianeta: “gas serra, cementificazione, uso di pesticidi… tutte cose che i piccoli agricoltori non fanno. Anzi, garantiscono la preservazione delle risorse naturali”. Scegliere dunque cosa mangiare, dove acquistare, e in che modo cucinare – a partire dal pane, alimento fondamentale – ci permette secondo l’esperta di aiutare il mondo, “quotidianamente”.

ANDREA SEGRÈ: I PROFUGHI PERDONO CONOSCENZE ANTENATI

“La questione dei rifugiati ha un impatto enorme sull’insicurezza alimentare, e non solo per la scarsità di cibo a cui sono esposti i profughi, ma anche per la perdita di conoscenze tradizionali millenarie che causa tra le nuove generazioni” ha spiegato quindi Andre Segre’, agronomo ed economista, docente dell’Università di Bologna, che ricorre all’esempio del Sud Sudan, Paese afflitto da anni di guerra civile: “Uno studio ha dimostrato che i bambini sudsudanesi cresciuti nei campi profughi conoscono in media dieci fonti di cibo nelle aree desertiche. A noi sembra tantissimo, ma gli studiosi hanno scoperto che quelli cresciuti al di fuori dei campi ne conoscevano ben 200”.

15 ottobre 2018
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