Omicidio Desiree, dall’esame del Dna torna accusa per nigeriano 46enne

Il 13 novembre il Tribunale del Riesame aveva scagionato Chima Alinno dall'accusa di omicidio. Ora ha ricevuto anche lui l'avviso di fine indagine. Lui e gli altri tre avrebbero volutamente dato alla ragazza una dose di droga letale
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ROMA – La Procura di Roma si avvia verso la chiusura delle indagini sulla morte della 16enne di Cisterna di Latina, Desiree Mariottini, avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 ottobre in via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo a Roma. Dagli esiti delle analisi scaturiscono nuove accuse per le persone già coinvolte nella vicenda e attualmente in carcere. In particolare, è stata emessa una nuova ordinanza di custodia cautelare verso il 46enne nigeriano, Chima Alinno, per omicidio volontario e cessione di droga a Desiree.

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Lo scorso 13 novembre il Tribunale del riesame aveva fatto cadere l’accusa di omicidio per l’uomo che però ora viene incastrato dalle dichiarazioni di alcune persone e dalle tracce del suo dna su un flacone di metadone e su una cannuccia utilizzata anche da Desiree per fumare crack, nella notte in cui morì per overdose. Sempre verifiche sul dna hanno confermato le accuse di violenza sessuale, cessione di droga e omicidio per Mamadou Gara e Yousif Salia. Loro tracce biologiche, compatibili con le violenze sessuali, sono state trovate sul corpo e sotto le unghie di Desiree, oltre che sulla coperta e sul materasso dove era sdraiata.

Per gli inquirenti, Alinno, Gara e Salia avrebbero somministrato volutamente a Desiree una dose letale di psicofarmaci e droghe, oltre ad averla violentata. Salia e Brian Minthe, già in carcere per violenza sessuale sulla ragazza, sono accusati anche di spaccio di droga perché durante le indagini sono stati riconosciuti come pusher abituali in via dei Lucani.

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15 Aprile 2019
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