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18 anni in 6 metri quadrati, la cella di Nelson Mandela ricostruita a Firenze

FIRENZE – Ventisette anni dietro le sbarre, 18 passati in una cella 2,59 metri di lunghezza e 2,3 per larghezza. Un buco quadrato, con due piccole finestre, un tappeto per dormire, un comodino e un secchio come bagno. La riproduzione in vetro di quel castigo assurdo quanto lungo, la cella del carcere di Robben Island, lì dove la resistenza di Nelson Mandela è diventata simbolo immortale, è stata piazzata davanti all’ingresso del palazzetto di Firenze intitolato all’ex presidente del Sudafrica.
 
Rimarrà a due passi da piazza Enrico Berlinguer, nel tratto che introduce gli spettatori agli eventi musicali o sportivi, 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. La cella di Firenze, la riproduzione di quella dove si formò il gigante che sgretolò l’apartheid, è stata aperta al pubblico ieri. Svelata, perché ‘apparsa’ da sotto un enorme velo della pace, scostato anche dalla nipote di ‘Madiba’, Ndileka Mandela.
 
Tolto il velo, messe le mura al posto del vetro, quella bandiera ha mostrato l’inferno di un uomo. E quando il terrore si squaderna davanti agli occhi, lo stupore diventa muto. Oppure ci si inginocchia e si piange, come ha fatto la nipote appena varcate le sbarre.
 
“Il perché non sono mai andata a Robben Island l’avete appena visto”, ha detto. “Mio nonno ha passato qui dentro 18 anni e non posso immaginare come si possa vivere 18 anni in un posto come questo e uscirne sano di mente”. Senza metri, senza spazio, fuori per qualche minuto solo una volta a settimana.
 
“Da detenuto, ci raccontò una volta liberato, ha cercato e trovato l’energia per continuare a lottare. Così il piano per distruggere le sue idee fallì miseramente”. Tuttavia “quando ne è uscito ha scelto di non odiare”.
 
La cella ora, “sarà un simbolo del suo spirito di servizio” e sarà un presidio “di speranza per superare le difficoltà più grandi”. Questa, ha osservato il sindaco Dario Nardella, “è la risposta di Firenze al razzismo. Senza fare tanti slogan, ma semplicemente ricordando un grande uomo”, cittadino onorario del capoluogo toscano dal 1985 e Fiorino d’Oro. Perché non possiamo farci trasportare da questo fiume in piena fatto di odio e intolleranza”.
 
Lottare contro un nuovo razzismo, utilizzando il vaccino che Mandela ha consegnato al mondo. Un ‘regalo’ pagato ad un prezzo carissimo: 27 anni  rinchiuso nelle prigioni del regime razzista dell’apartheid.
 
Dal 13 giugno 1964 al 31 marzo 1982 a Robben Island, una piccola isola che guarda Cape Town; 6 nel carcere di Pollsmoor, gli ultimi 3 a Victor Vester. Comandante e cofondatore dell’ala armata “Umkhonto we Sizwe”, la “Lancia della nazione” nata per contrastare il regime dell’apartheid, fu condannato per alto tradimento e sabotaggio. Storia che ha segnato generazioni. E tuttavia il ‘virus’ resta sempre dietro l’angolo, come rammenta Ndileka Mandela: “Il razzismo non è stato solo un fenomeno sudafricano, capita anche in Italia ed è bene che le persone riescano a imparare da cosa è successo altrove”.
 
Per questo la cella “serve a ricordare, perché si dice che se non si impara dalla storia, la storia tende a ripetersi. Bisogna imparare da quello che è accaduto con il razzismo, così che non accada mai più”. Nelle parole della nipote di Mandela c’è spazio anche per una raccomandazione alla politica italiana: per contrastare il razzismo “dipende molto dalla leadership, perché è il leader che spesso mostra qual è la strada: se chi guida sposa posizioni razziste, poi probabilmente altri lo seguiranno”. 
15 febbraio 2018
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