Beppino Englaro: “Eluana era un purosangue della libertà”

E’ il papa’ Beppino Englaro, alfiere di una lunga battaglia giudiziaria, a ricordare “la Eluana”, all’agenzia Dire
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ROMA – Eluana era “immediata e fulminante. Madre natura l’aveva resa uno splendore. Ricordo che mio padre ci disse un giorno: ‘Siete all’altezza di vostra figlia?’. Il suo istinto, la sua chiarezza era disarmante‘. L’abbiamo persa nel giorno dell’incidente – il 18 gennaio 1992 – da quando non l’abbiamo piu’ percepita, né lei ha percepito piu’ noi”.

E’ il papa’ Beppino Englaro, alfiere di una lunga battaglia giudiziaria, a ricordare “la Eluana”, all’agenzia Dire. Una battaglia “semplice e cristallina” ribadisce che “da semplice cittadino” ha dovuto rivendicare “i diritti costituzionali fondamentali”. Eluana dopo il terribile incidente d’auto rimase “intrappolata per 17 anni”, “ebbe le migliori cure”, ma i danni avuti a seguito dell’incidente l’hanno lasciata in una condizione di stato vegetativo persistente cronico e soltanto nel febbraio del 2009, come chiesto dai suoi genitori nel corso degli anni, le e’ stata interrotta la nutrizione e idratazione forzata che le ha consentito di morire.

“Il nodo giuridico della questione e’ l’autodeterminazione per cui uno puo’ dire no a qualsiasi terapia, dalla piu’ banale alla piu’ sofisticata”. A questo si aggiunge la questione- di cui per il caso di Eluana si discusse moltissimo- se la nutrizione e l’idratazione artificiale fossero da considerare “trattamenti sanitari o mezzi di sostentamento”.

LA LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO

La legge cosiddetta sul ‘testamento biologico’ che dal caso di Eluana è nata, entrando in vigore il 31 gennaio 2018, ha stabilito che la Dat, la dichiarazione anticipata di trattamento, riguardi anche alimentazione e idratazione forzata. “L’autodeterminazione- ribadisce Beppino Englaro- e’ proprio questo, che una persona possa dire no a qualsiasi terapia”.

“La Cassazione nel 2007 ha sentenziato che l’autodeterminazione terapeutica non possa incontrare un limite anche se salvavita- ricorda Beppino Englaro- e ha chiarito che idratazione e alimentazione forzata sono terapia, sulla scorta di quanto espresso dalle societa’ scientifiche e dal lavoro precedente della commissione di esperti, presieduta da Fabrizio Oleari e voluta dal ministro Veronesi, che aveva raggiunto le stesse conclusioni”. 

E alla memoria tornano le processioni delle persone in preghiera, le bottigliette d’acqua e il pane che furono distesi come un tappeto sotto le finestre della stanza in cui Eluana veniva strappata a quella che il padre definisce “una violenza”. “No, grazie”. Lo ripete piu’ volte nel corso dell’intervista Beppino Englaro. Questo avrebbe detto Eluana a quell’offerta terapeutica che le è stata imposta per 17 anni. “Considerava quella condizione peggiore della morte e per il suo amico Alessandro, che un anno prima di lei era finito in coma per un incidente in moto, aveva acceso un cero affinche’ morisse, non per chiedere un miracolo”.

Sarebbe stato semplice per Beppino Englaro difendersi da quello che non esita a definire “squallore umano” di chi parlava di Eluana addirittura come di una donna che potesse partorire, mostrando le foto di quel corpo trasformato da 17 anni di prigionia. Sarebbe stato “un sacrilegio, una profanazione del corpo senza consenso. Mai avrebbe voluto mostrarsi in quelle condizioni- dice papà Beppino- così come mai e poi mai avrebbe voluto mani altrui sul proprio corpo, nemmeno le nostre”.

E, impossibilitata ad esprimere la propria volontà, “chi se non noi genitori dovevamo difenderla”. Non ci sta Beppino a passare come un guerriero solitario, insieme a lui, alleata fin dall’inizio, la mamma di Eluana, Saturna. “Nella nostra famiglia non era un tabu’ la morte. Non lo era per Eluana. Non eravamo impreparati a parlare di vita, morte, dignità e liberta’ di scelta. Ci siamo misurati con il nostro metro, ma allora eravamo randagi che abbaiavano alla luna”.

Il tema è culturale secondo Beppino Englaro, perché legale non ce ne era alcuno. “No grazie, lasciatemi morire” ripete ancora Beppino. “Questo avrebbe voluto la Eluana e questo aveva chiesto. Lasciate che la morte accada”. Il ritratto di Eluana è in questa affermazione di libertà di scelta, in un’unione profonda con la sua famiglia, come scritto nella sua lettera ai genitori, ultima sua traccia poco prima del terribile schianto: “Ciao grandi” li chiama e descrive il suo affetto, il legame solido di questa famiglia. Per questo papà Englaro non perde tempo a commentare chi allora osò insinuare il contrario. Sono state “polemiche dolorose, ma solo perché intralciavano la volontà di Eluana. Il vero crimine sono stati quei 17 anni e 22 giorni”.

Quanto all’eutanasia e alla prossima scadenza del 24 settembre entro cui il Parlamento italiano è chiamato a legiferare sul fine vita, Beppino tiene a ribadire che si tratta di questioni diverse e non ci sta a sovrapporre e confondere la scelta di libertà di Eluana di non subire trattamenti contro la sua volontà con l’eutanasia.

“Bisogna separare le due cose e l’eutanasia al momento in Italia è un reato. La questione di Eluana ha a che vedere con le libertà dell’individuo previste dalla nostra Costituzione”. Quanto all’eutanasia il papà di Eluana afferma: “In certe situazioni credo sia il male minore e la cosa piu’ umana, invece magari di andare al quinto piano e buttarsi giu’. Il primato deve essere quello della coscienza personale e la Costituzione è il Vangelo laico al quale dobbiamo attenerci oppure siamo in uno stato etico e qualcuno dovrebbe dirlo chiaramente. Non possiamo essere vittime della paure altrui”.

Se questa cultura del fine vita possa generare una società intollerante verso persone che si trovano in condizioni come quelle di Eluana, o verso malati che vogliano fare scelte diverse secondo Beppino Englaro “no, non è così”. “Un medico non puo’ imporre le cure. Esiste il diritto di essere lasciati morire” e “la struttura dove si trovava Eluana doveva garantirlo. Per questo sono andato fino in fondo alla vicenda sulla quale si è espresso il Consiglio di Stato il 2 settembre 2014 contro Formigoni che aveva impedito l’attuazione della sentenza” costringendo i genitori a trasferire Eluana nella clinica La Quiete di Udine. La storia di Eluana “è stata un fatto culturale, abbiamo pagato un prezzo: il fatto che nella nostra famiglia si parlasse di questi temi” e “la nostra vicenda si è svolta nella società, nella legge e alla luce del sole” per 17 lunghissimi anni: quelli che Eluana ha dovuto attendere per uscire da una prigione. Lei, che era “un purosangue della liberta’”.

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14 Maggio 2019
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