Sicurezza, parla l’esperto: “Nessuna emergenza, le paure vengono cavalcate”

"Le paure vengono spesso strumentalizzate o amplificate nel dibattito politico per orientare il consenso". Intervista al criminologo Gian Guido Nobili
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BOLOGNA – L’Italia è uno dei Paesi meno violenti al mondo e in Europa: Europa che può vantare del resto di essere il continente meno violento fra tutti. Lo dicono i numeri e lo rimarca Gian Guido Nobili, criminologo, responsabile dell’Area Sicurezza urbana e Legalità della Regione Emilia-Romagna, autore di diverse pubblicazioni su sicurezza urbana e prevenzione della criminalità e con numerosi incarichi a livello nazionale e internazionale in materia.

Non c’è un’emergenza sicurezza, ma, dice Nobili, ‘non può essere sottaciuto che in particolare negli ultimi venti anni le paure vengono spesso strumentalizzate o amplificate nel dibattito politico per orientare il consenso. Sono funzionali a costruire l’immagine dell’altro e a identificare ‘nemici’ per alimentare e intercettare il consenso. Le paure sono, in quanto argomento polemico e politico ricorrente, parte del dibattito pubblico in stretta relazione con la comunicazione’.

 

Qual è l’andamento in Italia negli ultimi anni dei reati più violenti? Esiste davvero un’emergenza?

‘L’ITALIA HA UNO DEI PIÙ BASSI TASSI DI OMICIDI IN EUROPA’

– ‘Molti reati, nell’ultimo quinquennio sono diminuiti, come i furti dei veicoli, le rapine in banca, ma anche gli omicidi consumati e i tentati omicidi. In particolare già nel 2014, gli omicidi in Italia avevano raggiunto un minimo storico, scendendo al di sotto delle 500 unità e da allora hanno continuato a diminuire. Nel 2017 (ultimo anno disponibile) si sono contati 357 omicidi, pari a 0,59 omicidi per 100.000 abitanti, dei quali 234 di maschi e 123 di femmine.

Il tasso registrato per l’Italia è più basso di quello medio dell’Unione Europea e anzi tra i più bassi d’Europa, che -va aggiunto- è già di per sé il Continente meno violento del mondo. Gli omicidi di mafia e quelli legati alla criminalità comune sono fortemente diminuiti negli ultimi vent’anni, mentre si possono definire stazionari gli omicidi dovuti alla violenza interpersonale, come ad esempio gli omicidi di donne, uccise per la maggior parte da partner e ex partner, parenti, amici e conoscenti’.

A non diminuire, invece, o a scostarsi di poche unità, sono i femminicidi. E’ quindi una reale emergenza?

‘CHI UCCIDE CHI? ECCO LE DIFFERENZE TRA UOMINI E DONNE’

– ‘Come dicevo, negli ultimi decenni gli omicidi registrano un forte calo che riguarda tuttavia soprattutto gli uomini (rispetto alle donne uccise il rapporto da cinque ad una è ora di due ad una). La relazione tra l’autore e la vittima permette di cogliere meglio le differenze esistenti tra gli omicidi compiuti a danno degli uomini e delle donne. Si tratta, infatti, di due fenomeni strutturalmente diversi: le donne vengono uccise prevalentemente in ambito domestico da partner e familiari, gli uomini più frequentemente da sconosciuti negli spazi pubblici.

L’80,5% delle donne uccise è vittima di una persona che conosce: nel 43,9% dei casi è un partner (35,8% attuale, 8,1% precedente), nel 28,5% un parente (inclusi figli e genitori) e nell’8,1% un’altra persona conosciuta. Le percentuali sono stabili nel tempo. La situazione è molto diversa per gli uomini: nel 32,1% dei casi sono stati uccisi da una persona che non conoscevano. Per il 43,2% si tratta di omicidi senza un autore identificato. La quota di uomini uccisi da conoscenti è pari a solo il 24,8%, un terzo del corrispettivo valore delle donne.

Proprio per questa loro peculiarità di collegamento con la dimensione domestica, sugli omicidi delle donne non incidono le politiche intraprese nel settore della sicurezza e della lotta alla criminalità organizzata, che hanno invece favorito una forte contrazione degli omicidi degli uomini. Questi ultimi, infatti, occupano di più gli spazi sociali pubblici’.

Qual è l’identikit di chi commette il maggior numero di reati?

‘UN IMPUTATO SU 4 COMMETTE PIÙ REATI CHE COMPLETANO DISEGNO CRIMINOSO’

– ‘La maggioranza degli imputati è di sesso maschile, è nato in Italia ed ha prevalentemente tra i 35 e i 39 anni, gli imputati stranieri sono più giovani, dato il diverso profilo per età della popolazione straniera in Italia. Particolarità demografiche emergono, tuttavia, sia in relazione alla tipologia dei reati commessi, sia al contesto geografico di appartenenza.

La maggior parte degli imputati lo è per un solo reato, ma non è trascurabile la quota di chi lo è per più di uno. Circa il 25%, inoltre, commette più tipi di reato che spesso completano il disegno criminoso. Più del 65% degli autori agisce da solo, il comportamento più usuale; in una quota non trascurabile di procedimenti emerge che gli autori agiscono in coppia o in gruppo, percentuale che aumenta tra i minori’.

La sicurezza percepita può essere una traccia da seguire per chi ci governa o è un’arma a doppio taglio, una sorta di fake news che andrebbe dunque scoraggiata?

‘RAPINE E FURTI INCIDONO DI PIÙ SULLA PERCEZIONE DI SICUREZZA’

– ‘L’incidenza degli omicidi nel territorio di appartenenza non sembra influenzare significativamente la percezione di sicurezza dei cittadini. Infatti, ponendo in relazione il tasso di omicidi volontari con la percentuale di persone che dichiara di aver paura di uscire da sola la sera, non emerge una relazione di dipendenza tra le due variabili. Va a tal proposito ricordato che l’omicidio per fortuna è un evento molto raro, anche se di estrema gravità, dunque non deve sorprendere che non sia determinante sulla percezione di sicurezza. Lo stesso coefficiente, invece, calcolato considerando altri tipi di delitto, mostra una correlazione maggiore con alcuni reati contro il patrimonio, come gli scippi e le rapine ed in particolare con i furti e le rapine in abitazione, la tipologia di reato che generalmente influenza in misura più significativa la percezione di insicurezza‘.

‘Va detto, tuttavia- prosegue Nobili, che il sentimento di insicurezza non dipende solo dal livello di criminalità quantificato dalle denunce, ma anche da altri fattori determinanti che influiscono sulla paura, come ad esempio la vulnerabilità di alcune categorie di persone: le donne, gli anziani, le persone con basso titolo di studio, le persone con un ridotto sistema di relazioni sociali, la frequentazione con luoghi caratterizzati da forme diffuse di disordine o degrado urbano. In estrema sintesi, criminalità e sicurezza sono due fenomeni strutturalmente differenti, solo in parte correlati. Naturalmente dovere dell’amministrazione centrale dello Stato, ma anche degli enti territoriali è quello di prendere seriamente in considerazione sia la dimensione della criminalità che quella della percezione di insicurezza. La prima attraverso un insieme integrato di azioni di contrasto e di prevenzione della delittuosità, la seconda anche con adeguate politiche di rassicurazione sociale”.

“Emerge, quindi- prosegue Nobili- la necessità che l’ente locale distingua i contorni oggettivi di un fenomeno, gli elementi di allarme sociale (e a volte mediatico) e infine le percezioni soggettive di insicurezza. La corretta separazione di questi tre aspetti è il primo passo per governare adeguatamente la complessa questione della sicurezza urbana. Perché se si compie questo passo, gli strumenti che si possono mettere in campo cambiano e cambia l’efficacia dell’intervento realizzato. Vi saranno casi dove occorrerà pensare a soluzioni che tengano conto delle condizioni oggettive e materiali dei cittadini o degli spazi che essi vivono. In altri casi, invece, l’intervento richiederà il sapersi far carico dei sentimenti collettivi di insicurezza’.

C’è o no un’emergenza sicurezza?

‘NON CI SONO LE CONDIZIONI PER PARLARE DI EMERGENZA SICUREZZA IN ITALIA: ECCO PERCHÈ’

– ‘Non mi pare che ci siano le condizioni strutturali per affermare che ci sia oggi in Italia una particolare emergenza sicurezza. Naturalmente occorre distinguere: certo la vittimizzazione maschile da omicidio, che è stata in alcuni periodi superiore a quella di altri paesi europei, è negli ultimi venti anni in chiara fase di declino. Non così avviene per gli andamenti nel tempo e nello spazio dei reati contro la proprietà, che si presentano peraltro diversi a seconda delle tipologie di reato. In buona parte d’Italia, questi reati sono aumentati considerevolmente in coincidenza con cicli economici espansivi, impennandosi a partire dagli anni Settanta, per poi cominciare a diminuire dagli anni Novanta e sostanzialmente a stabilizzarsi nell’ultima decade. In altre parole, per quanto riguarda i reati contro la proprietà, la situazione presenta andamenti ancora non stabilizzati con chiarezza verso il declino come invece avviene per gli omicidi. Pressoché ovunque diminuiscono i furti di e su auto e gli scippi; i furti in abitazione invece hanno mostrato forti segnali di ripresa fino a un recente passato e solo nell’ultimo periodo hanno ripreso un trend discendente. Naturalmente non può essere sottaciuto che in particolare negli ultimi venti anni le paure vengono spesso strumentalizzate o amplificate nel dibattito politico per orientare il consenso. Sono funzionali a costruire l’immagine dell’altro e a identificare “nemici” per alimentare e intercettare il consenso. Le paure sono, in quanto argomento polemico e politico ricorrente, parte del dibattito pubblico in stretta relazione con la comunicazione’.

Quanto contribuisce l’informazione ad esasperare i toni?

‘PIÙ IL CRIMINE VA IN TV, PIÙ AUMENTA L’INSICUREZZA’

– ‘La criminalità è mediamente la seconda, terza voce dell’agenda tematica complessiva dei notiziari in Italia. Un tipo di racconto che costituisce una specificità tutta italiana: osservando cosa accade al di fuori dell’Italia, ci si accorge che il TG1 -in media- ha tre volte in più le notizie del telegiornale britannico e 44 volte di quello tedesco. Tra i telegiornali che dedicano maggiore spazio alla criminalità, si collocano quelli britannici e spagnoli, Bbc One e Rtve La 1. I notiziari di Francia e Germania mantengono la propria scelta editoriale di dare poca (o nulla) visibilità ai fatti criminali. In Italia, a differenza degli altri omologhi europei, il principale telegiornale pubblico mantiene alta l’attenzione nei confronti della cronaca nera, soprattutto dei crimini violenti.
Che ci sia una correlazione diretta è evidente anche dall’osservazione che esiste una relazione significativa tra insicurezza legata alla criminalità e ore di esposizione a canali televisivi’.

Chi fa politica, soprattutto in periodo di campagna elettorale, rivendica spesso risultati ottenuti nel proprio mandato sul fronte della criminalità. Ma, di fatto, qual è l’arco di tempo che deve passare perché politiche in questo settore comincino a produrre effetti?

‘LE RICETTE DI SICUREZZA HANNO BISOGNO DI TEMPO PER FUNZIONARE: MINIMO 12 MESI’

– ‘È di tutta evidenza che una seria strategia di valutazione che intenda misurare la persistenza dei risultati prodotti e che consenta di elaborare ipotesi attendibili riguardo alla relazione esistente tra i risultati stessi, le azioni di prevenzione attivate e i fattori estranei ad esse richiede l’applicazione di metodologie di ricerca complesse. Per poter valutare seriamente gli effetti di una politica pubblica, alcuni criteri imprescindibili sono comunque universalmente riconosciuti sul piano scientifico: innanzitutto e ovviamente la terzietà e l’indipendenza di chi svolge la valutazione, (per intenderci non può essere l’oste a dirci se il vino è buono) poi per realizzare correttamente l’analisi valutativa di una misura di prevenzione, è necessario verificare la permanenza nel tempo dei suoi effetti. Generalmente l’impatto di un intervento di prevenzione va valutato dopo un tempo minimo di applicazione di dodici mesi e diviene necessaria un’analisi continuativa di almeno tre anni per poter presumere con sufficiente attendibilità che gli effetti della misura introdotta riusciranno a mantenersi anche oltre la conclusione dell’azione preventiva’.

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14 Maggio 2019
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