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Dal Prenestino all’Ariston, Lorella Cuccarini si racconta VIDEO

Lorella Cuccarini

ROMA – Dal Prenestino all’Ariston. Da una scuola di ballo in periferia ai maggiori palcoscenici italiani. Ne ha fatta di strada Lorella Lorenza Luciana Cuccarini, in arte Lorella Cuccarini, dal giorno del suo primo debutto in tv arrivato a soli 20 anni. Dopo oltre trent’anni di onorata carriera la ‘più amata dagli italiani’, o come preferisce essere chiamata lei la ‘cenerentola della danza’, si racconta a tutto tondo in questa intervista rilasciata in esclusiva all’Agenzia DIRE. Dalla sua passione per la danza agli anni passati in Rai e a Mediaset; dall’amore per Roma e per la Roma alla politica; dalla sua vita privata al rapporto con la religione, fino ad arrivare al suo impegno nel sociale come fondatrice di ‘Trenta Ore per la Vita’ e alla sua ultima fatica in teatro con ‘Rapunzel’, il musical attualmente in programma al Brancaccio di Roma.

Ballerina, cantante, conduttrice, attrice. Una carriera di successo che dura da oltre trent’anni. Sei nata sotto una buona stella in quella notte di San Lorenzo del 1965?

“Penso di sì… Mai come in questa occasione, essendo nata il 10 agosto, credo che una stella cadente sia stata proprio per me”.

GLI ANNI IN PERIFERIA – Parliamo delle tue origini… Sei nata in un quartiere della periferia di Roma, il Prenestino Labicano, da una famiglia umile. Sei sempre stata molto legata a tua mamma Maria, che di professione faceva la sarta: che valori ti ha insegnato?

“Mia madre Maria mi ha insegnato il valore dell’onestà e dell’amor proprio. Mamma è stata una colonna portante della mia vita, perché mio padre praticamente non c’è mai stato: lo ricordo sporadicamente a casa quando ero molto piccola, ma poi quando avevo 9 anni è andato via di casa. Per cui per me mamma è stata allo stesso tempo mamma e papà, sapendo coniugare l’amore, l’attenzione e il calore di una madre alla fermezza che solitamente spetta ai papà. Lei è stata veramente un giusto mezzo fantastico”.

Cosa significa nascere in periferia? Si ha una marcia in più o una in meno?

“Non saprei… All’inizio sicuramente hai la sensazione di vivere in un luogo in cui non succede mai nulla e in cui sarà molto difficile che ti capiti la grande occasione, poi però di contro c’è quella rabbia positiva e quella voglia di emergere che probabilmente se vivi in uno stato di agio è più difficile da conquistare”.

“Per me – hai dichiarato in un’intervista – la mia famiglia è stata mia mamma e i miei fratelli”. Tuo padre non c’è mai stato o forse c’è stato poco… Cosa gli rimproveri?

“Non gli rimprovero nulla, poi ora non c’è più… Sono felice, anzi, di aver recuperato con lui un rapporto anche se verso la fine della sua vita. Credo che tutti possano sbagliare e che c’è sempre spazio per il perdono. Quindi io papà l’ho perdonato da tanto tempo”.

Dopo le medie, hai conseguito il diploma di accompagnatrice turistica e poi la maturità in lingue straniere. Eri a brava a scuola?

“Ero abbastanza brava a scuola, facevo l’indispensabile. Non sono mai stata una persona studiosa, ma ero molto attenta alle lezioni e riuscivo sempre a ricevere ottimi voti. Solitamente il mio tempo era per metà dedicato alla scuola e per metà alla palestra e alla sala prove. Ricordo gli specchi pieni di vapore, perché eravamo in tanti ad allenarci quotidianamente, e ricordo che fin da subito cercai di trovare dei lavori proprio all’interno della palestra per potermi spesare e per poter continuare a danzare”.

LA DANZA – Scuola a parte, cito il ritornello di una tua canzone: “Con questa voglia di ballare sono nata”. Quando hai capito che la danza sarebbe stata la tua strada?

“Da subito, da che ho ricordo e memoria della mia infanzia. A tre anni e mezzo/quattro ballavo nella mia cameretta con i miei bambolotti, perché ero molto timida e non amavo farmi vedere dagli altri. Poi per fortuna sono riuscita a gestire questa timidezza riuscendo poi ad affrontare il pubblico”.

Hai iniziato a ballare a 9 anni nella scuola di Enzo Paolo Turchi. Ricordi ancora l’emozione del tuo primo saggio?

“Ho iniziato a studiare danza prima con Flavio Turchi, poi con Enzo Paolo e Lydia Turchi, ma insomma: la famiglia Turchi ha sicuramente fatto parte della mia formazione. La mia primissima scuola di danza, però, si trovava al Prenestino e la mia insegnante era Nadia Chiatti. Quanto al mio primo saggio, che era solo di danza classica, ricordo che chiesi a mia madre e ai mie fratelli di mettersi molto distanti e nascosti fra gli altri. Stranamente ero più spavalda con le persone che non conoscevo piuttosto che con la mia famiglia. Il fatto che ci fossero, evidentemente perché c’era un rapporto così stretto, un po’ mi impensieriva”.

Certe cose uno se le sente… Sapevi di essere tra le migliori?

“Ero convinta che se avessi realizzato questo sogno probabilmente avrei vissuto meglio, perché forte di una passione. Il fatto di essere tra le migliori non l’ho mai pensato, tant’è che poi quando è capitata la grande occasione con Pippo mi sono molto stupita, perché non avrei davvero mai pensato che una cosa del genere potesse succedere proprio a me”.

Perché non hai mai pensato di aprire una tua scuola di danza?

“Perché non tutte le persone brave sul palcoscenico sanno essere bravissime insegnanti, un po’ come accade per gli allenatori di calcio: non tutti i calciatori sanno poi trasferire le loro conoscenze. Ho la sensazione quindi di non essere in grado di fare l’insegnante e di non saper trasferire tutta la passione e tutto il moto che ho interiore ad altre persone. Credo che la cosa più giusta per me sia quella di stare sul palco: è lì che mi vedo, come performer”.

Una su mille, si dice, ce la fa. E tu ce l’hai fatta… Ti è mai più capitato di rivedere le tue ex compagne di danza?

“Sì, ogni tanto mi capita. Ne ho incontrata una proprio qualche giorno fa al teatro perché era venuta a vedere lo spettacolo e mi ha fatto molto piacere: insieme abbiamo fatto le prime scuole di danza, i primi saggi e i primi spettacoli. Mi piace molto il fatto che ci siano queste persone felici del mio successo, perché in qualche modo il mio successo ha rappresentato anche un po’ il loro”.

Una carriera iniziata nel 1984 come ballerina di fila nello show di Beppe Grillo ‘Te lo do io il Brasile’. Te lo saresti mai aspettata di rivedere Grillo nella veste di leader di un partito politico?

“Assolutamente no! Lo conobbi in quel periodo ed era una persona fantastica, molto divertente. Ricordo che abbiamo fatto insieme i primi spettacoli, anche se in realtà l’ho conosciuto di più in alcune convention che abbiamo fatto insieme fuori dagli studi televisivi. Durante ‘Te lo do io il Brasile’ lavoravamo infatti separatamente, perché il corpo di ballo registrava il balletto sempre in una giornata diversa da quella di registrazione dello spettacolo. È stato molto particolare il percorso di Beppe e devo dire che lo seguo sempre con grande curiosità”.

Hai mai pensato di fare politica?

“Non l’ho mai pensato. In qualche modo, però, credo che il mio modo di fare politica sia l’essere attiva nel sociale ormai da 22 anni, cioè da quando ho fondato insieme ad un gruppo di amici l’associazione ‘Trenta Ore per la Vita’. Quello che chiamiamo il terzo settore sta diventando sempre di più il primo, perché riesce veramente a sopperire a tante mancanze che ci sono, lavorando spesso di pari passo con le istituzioni. Naturalmente non ci vogliamo sostituire a loro, ma siamo veramente riusciti a fare moltissimo. Per me questa è politica e sto bene così”.

‘La danza non è uno sport ma una disciplina’: sei d’accordo con questa definizione?

In realtà la parola ‘disciplina’ ricopre un po’ tutte le attività di carattere fisico fatte ad altissimi livelli, perché non si può dire che lo sport non richieda disciplina. Tutto ciò che è l’impiego di grandi energie fisiche e psicologiche dietro una performance, che sia sportiva o di spettacolo, necessita di una grande tensione emotiva. È molto difficile, allora, creare compartimenti stagni: per questo penso che la disciplina racchiuda tutte quelle manifestazioni di forte passione che hanno bisogno di un grande impegno e di tanti sacrifici”.

La danza impone anche rigore… C’è mai stato un momento in cui hai pensato di mollare?

“Mai, mai, mai. Anche nei momenti più difficili, come per esempio quando a 12 anni feci l’esame per entrare all’Accademia nazionale di danza a Roma e venni rifiutata. Seppure per me quella fu la delusione più grande in quel momento, mi dissi comunque ‘io ce la farò’. A distanza di tempo incontrai la signora Giuliana Penzi, che allora era a capo della commissione, che mi disse: ‘Alla fine in qualche modo ce l’hai fatta…  Sono molto felice per te’”.

Esiste una tipologia di scarpe per la danza che porta il tuo nome: le famose ‘scarpe Cuccarini’. Che effetto ti ha fatto ricevere questo omaggio?

“In realtà questo non è merito mio, ma del costumista Luca Sabatelli che all’epoca su un modello con i lacci incrociati già esistente pensò di fare un’altra piccola modifica’. Provai quelle scarpe su di me e testai che erano veramente fantastiche per ballare, anche se avevano un tacco più alto. Da allora divennero il ‘modello Cuccarini’ che ancora oggi so essere chiamate così”.

Restando in tema di scarpette, una volta ti sei definita ‘la cenerentola della danza’. Perché?

“In qualche modo accomuno la storia di Cenerentola alla mia, non tanto per il discorso della danza quanto per quello del percorso. Sono infatti partita da zero, da una situazione che non sembrava affatto avere le carte in regola per riuscire, per poi diventare invece la principessa e ritrovarmi il sabato sera su RaiUno in un programma di grande successo. E, da lì, veder partire una carriera che non avrei mai immaginato. Visto che Cenerentola era anche la mia fiaba preferita quando ero piccola, quindi, ho sempre trovato delle assonanze con il mio percorso”.

IL DEBUTTO – La vita è fatta di incontri che cambiano la vita: era il 14 febbraio (giorno di San Valentino) del 1985 quando hai incontrato per la prima volta Pippo Baudo. Fu un ‘colpo di fulmine’ il vostro? Ricordi come andò quell’incontro?

“In realtà non fu un incontro ma un’opportunità di lavoro. Facevo la ballerina di fila insieme ad un gruppo di venti ragazze ad una convention di una nota ditta di gelati e scoprii soltanto una volta arrivata lì che Pippo avrebbe condotto quella serata. Subito dopo la manifestazione il suo manager venne nei camerini e chiese di me perché voleva organizzare un incontro per il giorno seguente, in quel fatidico 14 febbraio. In quel momento non nacque nulla, nel senso che Pippo mi disse che stava semplicemente facendo una serie di audizioni per selezionare persone nuove e che quindi era solo interessato a conoscermi meglio. Gli lasciai il mio numero, sicura che non sarebbe mai successo nulla, e invece a distanza di tre giorni il mio telefono squillò. Mi sottoposi quindi ad una serie di provini di danza e canto e, di lì a poco, seppi che avrei fatto parte di ‘Fantastico’ e che sarei stata una delle due soubrette insieme all’americana Galyn Gorg”.

A 20 anni è arrivato il tuo primo ‘Fantastico’: la prima volta dietro le quinte, la ricordi?

“La ricordo come un ‘nero di scorrimento’, così chiamiamo in televisione quei momenti in cui non sei più dove ti trovi e cosa stai per fare! Per fortuna, poi, c’è sempre la grande magia dello spettacolo e quando esci dalle quinte e si accendono le telecamere, o i fari nel caso del teatro, tutto torna alla mente e arrivano l’adrenalina e il divertimento. È stata un’emozione immensa, perché sapevo che in quel momento stavo affrontando la platea forse più immensa che ci poteva essere in quel periodo televisivamente. Parliamo di un ‘Fantastico’ che raggiungeva il 54-55% di share. Insomma, metà Italia ci stava guardando”.

Baudo, in più occasioni, di te ha detto ‘l’ho inventata io’. È stato davvero così?

“Ha ragione, sicuramente ha avuto occhio. Molte volte, ancora oggi, a Pippo domando: ‘Ma come hai fatto? Cosa hai visto in quei pochissimi minuti di coreografia che facevo in quella serata?’. Lui mi risponde sempre di aver visto in me una luce e delle doti che non gli capitava di vedere quasi mai nelle altre ragazze. Evidentemente i ‘pigmalioni’ hanno questa capacità e io sono felicissima che sia capitato a me”.

Ѐ vero che non ti è mai piaciuto l’appellativo ‘la più amata dagli italiani’?

“Più che non piacermi, mi è sempre sembrato eccessivo e non c’ho mai creduto! È un appellativo nato perché legato ad una campagna pubblicitaria, per cui la più amata dagli italiani non ero io ma la cucina che rappresentavo. Poi, per carità, ci rido su… Ma l’importante è non crederci e non prendersi mai sul serio”.

Sei ancora tu oggi la più amata dagli italiani?

“Sicuramente credo di essere amata e questo lo posso toccare con mano tutti i giorni a teatro. C’è un grande affetto e un grande rispetto per la mia carriera, ma credo anche per la mia condotta di vita. Come personaggi dello spettacolo, infatti, abbiamo la responsabilità di rappresentare dei modelli, non tanto per i grandi, che non ne hanno bisogno, quanto per i più giovani”.

LA CARRIERA – Torniamo alla tua carriera: ‘Fantastico’ con Baudo, ‘Odiens’ con Ricci, ‘Paperissima’ con Columbro e moltissimi altri programmi, come ‘Sanremo’, ‘Domenica In’, ‘Buona Domenica, quasi sempre affiancata da uomini. È più complicato il rapporto tra donne?

“Ma no, assolutamente. Anzi devo dire che io auspico il fatto che ci possano essere più programmi al femminile. Ora in onda ci sono per esempio ‘Laura e Paola’ e credo che il loro sia un binomio fantastico. Penso anche, però, che un uomo e una donna insieme siano più interessanti e intriganti. Penso al rapporto tra me e Marco (Columbro, ndr): per tanti anni il pubblico è stato convinto che fossimo fidanzati. Per me, invece, lui è stato quasi un fratello, perché insieme abbiamo condiviso tanti momenti bellissimi nello spettacolo e tanti momenti anche più difficili nella vita privata, nei quali non ci siamo mai separati”.

Lorella Cuccarini ma anche Heather Parisi, due icone indiscusse degli anni ’80. Con sincerità, c’è mai stata invidia tra di voi?

“Non c’è mai stata invidia, credo che molto sia stato costruito ad arte dalla stampa perché faceva comodo. Almeno io mi sono sempre trovata ad affrontare il palco e a dividere gli spazi con altre donne, penso a Brigitte Nielsen e Alba Parietti. Nel caso di Heather tra noi c’era il gioco dell’italiana e della straniera, dove in qualche modo l’italiana poteva scansare il personaggio internazionale. C’è sempre stata grande stima fra noi due, poi certo… Penso che all’inizio il mio ingresso non abbia proprio fatto così piacere ad Heather, perché era in un momento in cui la sua carriera era sbocciata da poco. Nello spettacolo, però, c’è spazio per tanti e quando c’è professionalità e passione più siamo e meglio stiamo”.

Entrambe talentuose, entrambe bionde, entrambe figlie di genitori separati, entrambe avete avuto dei gemelli. Eppure Heather Parisi, una volta, ha detto che siete agli antipodi per modi di ballare, stili di vita e convinzioni personali. Cosa vi divide e cosa vi unisce?

“Siamo molto diverse e meno male che lo siamo, come tutti gli esseri umani che sono unici. Siamo diverse per scelte familiari e anche in campo artistico: per esempio Heather ha deciso di lasciare lo spettacolo molto tempo prima, quindi certamente abbiamo fatto due percorsi molto diversi”.

Risale ormai a qualche anno fa un polemico scambio di tweet tra voi su questioni legate al Family Day… Vi siete chiarite?

“Non ci siamo chiarite perché non c’era niente da chiarire. Nel momento in cui lei ha risposto al mio tweet, dicendo che è importante che ogni mamma possa crescere il suo bambino, in realtà stava dicendo quello che dicevo io”.

Dalla Rai, ancora giovanissima, sei approdata a Mediaset con altri programmi come il ‘Festivalbar’ e ‘La sai l’ultima?’. Domanda secca: meglio Rai o Mediaset?

“È una domanda secca a cui non posso dare una risposta altrettanto secca, perché la Rai mi ha dato il grandissimo successo, mentre Mediaset mi ha dato 14 anni in cui la mia carriera è cambiata e anche cresciuta. Grazie all’incontro con Antonio Ricci, infatti, è nata tutta un’altra fetta di quello che è stato il mio percorso, con la co-conduzione prima e successivamente con la conduzione. Per cui oggi, se sono quella che sono, lo devo sia a quello che ho fatto in Rai sia a Mediaset”.

Com’è cambiata la Rai dai tempi d’oro, da quando c’eri tu?

“È cambiato tutto perché è cambiata la televisione. Ormai le piattaforme televisive sono fatte di centinaia di canali che hanno bisogno di ore e ore di contenuto, ed è chiaro che questo tanto contenuto vada a scapito della qualità. Basti pensare ai varietà che facevamo noi e ad uno spettacolo di punta come lo stesso ‘Fantastico’, che si preparava quattro o cinque mesi prima con budget assolutamente importanti. Oggi uno spettacolo del genere sarebbe certamente impensabile, proprio perché si devono fare tanti spettacoli e si deve produrre tanto contenuto, quindi c’è bisogno di suddividere le spese, oltretutto in un periodo di spending review in tutti i settori che sappiamo non essere così florido”.

Ѐ vero che una volta Silvio Berlusconi disse di te “ha poche tette, non è il mio tipo?”

“Sì, è vero, ma era una battuta! Effettivamente rispetto ai canoni femminili di quel periodo, penso a Carmen Russo o a Sabrina Salerno, io ero fisicamente più magra, non dico proprio ‘piatta’, ma insomma certamente non ho mai avuto o fatto carriera per la mia veemenza fisica. Diciamo che forse ho espresso la mia sensualità più nella danza e nelle coreografie, ma di certo non ero lo stereotipo di donna che Berlusconi evidentemente amava. Io però ho vissuto quella sua frase veramente come una battuta e poi, sinceramente, aveva ragione! Quindi non potevo dirgli nulla”.

Cos’è per te la sensualità?

“La sensualità è fatta di tante sfaccettature. Credo che ogni donna abbia un suo lato sensuale: c’è chi ha una particolare modalità di sguardo oppure una capacità di toccare in un certo modo. Il mio modo di essere sensuale penso di averlo trasmesso attraverso la danza o semplicemente attraverso lo stare in scena. Anche in un ruolo come quello di Goethel, che interpreto a teatro, credo ci sia spazio per la sensualità, seppure di primo impatto il personaggio possa sembrare malvagio e rigido. Diciamo che ogni volta mi diverto a trovare canali diversi per la sensualità, perché ognuna di noi ne ha uno. Le donne, poi, sanno sempre come fare… E ce ne accorgiamo perché di solito c’è la ‘cartina tornasole’ degli uomini che ci fanno suonare i campanelli avvisandoci che evidentemente il messaggio è passato”.

Non ti sei mai spogliata: diversi anni fa rifiutasti 80 milioni di lire per una copertina su ‘Playboy’, mentre una sola volta sei apparsa seminuda sul palco dell’Ariston, coperta solo da una chitarra…

“Quello fu un gioco, in realtà non ero nuda ma sotto ero copertissima. Antonella (Clerici, ndr) ci giocò moltissimo quella sera, perché fece finta di guardare dietro la chitarra e di lasciare intuire che non ci fosse nulla. E c’hanno creduti tutti, anche i pompieri che dietro le quinte erano addetti alla sicurezza e che io rigorosamente cercavo di arginare attraverso il corpo di ballo”.

Quando secondo te una donna è volgare?

“Una donna può essere volgare in tante occasioni, non basta scoprire un centimetro di troppo: a volte si è volgari per come si parla, per i modi che si hanno. In questo senso è un po’ antico il modo di pensare per cui lasciare lo spacco più sgambato sia qualcosa di volgare. Una persona, se non è volgare, non lo è neanche con un abito succinto; al contrario, una persone vestitissima, se di suo è volgare, lo è in qualsiasi caso”.

Cosa pensi della chirurgia estetica e dell’uso, forse smodato, che ne fanno oggi le donne di spettacolo?

“Non demonizzo affatto la chirurgia, se poi questa può essere un modo per le donne di guadagnare un po’ in autostima è assolutamente la benvenuta. Mi mette un po’ più paura, invece, l’idea che oggi questi percorsi siano affrontati da ragazze giovanissime. È chiaro che se a venti anni ci si comincia a rivolgere alla chirurgia o ai ritocchi estetici, ai quali forse dovrebbe pensare una donna superati i 50/60 anni, evidentemente c’è qualcosa di sbagliato. Ed è lì che forse dovremmo porre rimedio”.

Dai balletti agli stacchetti, com’è cambiata la danza in tv?

“Gli stacchetti in realtà ci sono sempre stati, quando facevo ‘Odiens’ c’erano già le letterine e a ‘Striscia la notizia’ le veline. La differenza è che un tempo accanto agli stacchetti c’erano balletti confezionati con grande preparazione e tante ore di sala prove. Ricordo che noi veramente creavamo i balletti a tavolino come se fossero dei mini film. Oggi tutto questo purtroppo non c’è più ed io stessa, quando mi ritrovo a fare delle partecipazioni, a volte combatto per fare qualche ora di sala prove in più”.

Pensi di avere un’erede?

“Sono sicura di averne una, forse anche più di una. Oggi ci sono i presupposti e le condizioni perché possano crescere tante donne di spettacolo a tutto campo, molte di più rispetto al passato, perché prima non esistevano accademie che facessero crescere le ragazze. Quando faccio le audizioni per i musical vedo che c’è una professionalità altissima, solo che spesso queste ragazze o ragazzi devono andare a lavorare all’estero perché magari qui non c’è richiesta. Questo è il problema, quindi: non se c’è un’erede, ma se c’è l’occasione perché questa erede possa emergere”.

Nel 2009 sei passata a Sky con un talent per aspiranti ballerini. Cosa pensi di questo tipo di programmi? Secondo te non contano di più lavoro, sudore e gavetta?

“Sono ragazzi che sudano molto, lo posso assicurare, almeno per l’esperienza che ho avuto per esempio come quarto giudice ad ‘Amici’ lo scorso anno. Sono ragazzi che lavorano tantissimo e che arrivano già veramente molto bravi e molto preparati. Penso allora che i talent siano un buon veicolo per farsi conoscere, il problema è che questo tipo di programmi non riescono a ‘proteggere’ i personaggi e a farli crescere nel tempo. Il talent, infatti, proprio per la sua logica di scrittura, il giorno dopo ha già tutta una serie di nuovi concorrenti. Così accade che di quelli grandissimi delle passate edizioni spesso non se ne sappia più nulla, anche se magari impegnati all’estero. Se ci fosse invece qualcuno che riuscisse a proteggerli, anche attraverso i mezzi di comunicazione, allora sì che potremmo parlare di nuove Cuccarini, Parisi e Carrà. Anche al maschile, naturalmente”.

LA FAMIGLIA – Sei sposata da 25 anni con un uomo che ti ha dato 4 figli e la vostra sembra essere una famiglia da ‘Mulino Bianco’. Qual è il vostro segreto?

“La famiglia del ‘Mulino Bianco’ è una cosa che mi terrorizza, perché dà sempre l’idea di famiglie che alla superficie sono perfette e che poi magari sotto nascondono chissà cosa. Siamo una famiglia che sta bene, abbiamo quattro figli equilibrati, ed io e Silvio, com’è naturale, abbiamo alti e bassi. Ci sono momenti in cui la pensiamo diversamente e in discutiamo, come capita a tutte le famiglie, ma quando arrivano le tempeste cerchiamo di viverle e di superarle insieme”.

Oggi sono tante le coppie che scoppiano. Perché secondo te succede, si è meno pazienti?

“Si è meno pazienti e più egocentrici. Penso per questo che ci sia bisogno di lasciare un po’ da parte il proprio ego e di pensare un po’ più in due”.

LA RELIGIONE – Cosa significa essere cattolici e cosa si perde chi non lo è?

“Essere cattolici significa avere una motivazione fortissima nella propria vita. Spesso conosco persone che pensano che questa sia l’unica vita che abbiamo di cui possiamo disporre e che quindi, tutto sommato, quello che facciamo in questa vita non ha senso e che nel bene o nel male siamo liberi di fare tutto. L’idea invece che ci sia qualcosa oltre la nostra vita, e che questo sia invece un percorso per seminare e per poter raccogliere qualcosa in eterno, a me ha dato tante chiavi di lettura nel vivere questa vita, che altrimenti non avrebbe avuto senso. A 20 anni, per esempio, pensavo che il raggiungimento del successo e il dare sfogo al mio egocentrismo mi rendesse felice; ma quando ad un certo punto mi sono resa conto che la felicità non arrivava, quella è stata già una risposta per cui la strada che stavo percorrendo era la via sbagliata. Nel messaggio di Gesù, insomma, ho trovato una risposta che ha dato un senso fortissimo alla mia vita”.

Qualcuno ti vede come una ‘perfettina’, altri dicono di te che sei una ‘moralista’… Cosa rispondi?

“Non credo di essere né moralista né bigotta. Io parto dal principio di non giudicare mai nessuno e non lo faccio mai, perché poi ognuno di noi può fare errori ed io sono assolutamente la prima. Ma quando ci sono punti di vista che non coincidono con i miei sento di esternarli, anche se magari in quel momento non sono così popolari o ‘politicamente corretti’. Penso sia importante, soprattutto per me, guardarmi allo specchio ed essere in pace con la mia coscienza, dicendo quello che penso e facendo capire al pubblico soprattutto chi sono”.

Un tuo pregio e un tuo difetto…

“Queste sono le domande difficili, perché è sempre meglio che lo dicano gli altri. In ogni caso, quando dico che sono testarda lo reputo sia un pregio sia un difetto: può essere un pregio se significa avere quella caparbietà nel portare avanti qualcosa in cui si crede, ma anche un difetto quando la testardaggine diventa un muro contro cui ci si scontra. Prima mi capitava più spesso, ma fortunatamente i 50 anni servono anche a questo, a smussare gli angoli”.

Sara, Giovanni, Chiara e Giorgio sono i nomi dei tuoi 4 figli, che sicuramente hanno ricevuto un’educazione cattolica. E se domani qualcuno di loro ti dicesse ‘mamma, io in Dio non ci credo’, come reagiresti?

“Uno mette i mattoncini per far crescere un pilastro solido. Poi c’è un momento in cui i figli volano da soli e decidono per conto loro. Bisogna quindi mettere sul piatto il fatto che loro vogliano provare a testare strade diverse, anche se credo che i valori che noi abbiamo condiviso in famiglia siano una strada per la quale poi si possa sempre ritornare. È importante soprattutto il modello che tu dai, perché alla fine nella vita conta più come agisci quotidianamente rispetto alle parole”.

Su omosessualità, diritti civili e utero in affitto la Chiesa ha la sua posizione. Come insegni il rispetto ai tuoi figli?

“Insegno sempre loro il rispetto del diverso, in tutti i sensi, perché penso che la diversità da sempre sia una grandissima ricchezza. Poi è naturale che quando si entra in tema di diritti civili ci siano tante sfaccettature. Per esempio ho sempre detto di essere assolutamente d’accordo con i diritti civili, ma quando si parla di figli bisogna fare riflessioni molto più approfondite”.

Nessuno dei tuoi figli vuole seguire la tua carriera. È vero che la piccola di casa vuole fare la calciatrice?

“È vero, vuole fare la calciatrice e secondo me ci riuscirà. Ha preso molto dal mio carattere ed ha la mia stessa testardaggine, pur essendo un toro e non un leone come me. Chissà… Magari mi ritroverò una calciatrice di successo in famiglia!”.

ROMA E LA ROMA – Sei tifosa della Roma e senz’altro conoscerai la polemica nata attorno alla barriera costruita in Curva Sud. Cosa pensi del tifo?

“È stata una grandissima sofferenza vedere le immagini del derby senza la curva, perché lo stadio Olimpico senza la curva è veramente una gioia a metà, soprattutto durante una partita come quella. Non ho potuto vederla in diretta perché ero impegnata con una pomeridiana a teatro, ma l’ho vista dopo. Che dire… Da una parte comprendo che se ci sono delle indicazioni evidentemente ci saranno delle motivazioni, dall’altra mi dispiace che questo tipo di motivazioni siano state applicate solo allo stadio Olimpico e non ad altri stadi. Se fosse stata una scelta di carattere nazionale, secondo me anche tutti i tifosi forse l’avrebbero vissuta in maniera diversa”.

‘Vola tedesco vola’, in riferimento al campione giallorosso Rudi Voeller, è il ritornello di una delle tue canzoni più note preso in prestito dai tifosi per un coro da stadio. Cos’hai pensato quando l’hai sentito per la prima volta?

“È stata un’emozione incredibile… Quella sigla mi ha dato tante gioie ed è stata forse l’unica che è riuscita a superare le trasmissioni televisive entrando nelle discoteche e arrivando addirittura ad essere cantata all’interno dello stadio. L’altro giorno, fra l’altro, per il 43esimo compleanno di Del Vecchio ho rivisto la maglietta che lui mise sotto quella ufficiale della Roma quando fece un gol: c’era scritto ‘Vola Roma vola’, quindi insomma è un qualcosa che ritorna. Che fosse poi cantata all’interno della Curva del mio stadio e della mia squadra è stata una gioia ancora più grande”.

Francesco Totti è il ‘re di Roma’ e adesso sembra faccia fatica a mollare il pallone…  È difficile smettere e abbandonare i riflettori? Pensi mai a quel momento?

“È una cosa alla quale non penso, perché sinceramente vivo molto alla giornata. Il teatro, da questo punto di vista, ha visto attrici ed attori salire sul palco anche ultra ottantenni, quindi io non so quello che sarà della mia vita tra dieci anni. Credo però che per un giocatore sia molto più difficile, perché in quel caso c’è un varco più preciso, mentre il mio mestiere prevede tante sfaccettature, per cui magari non sei più in grado di ballare come facevi a 20 anni, ma puoi relazionarti al pubblico in maniera diversa. Penso che per Francesco (Totti, ndr) servirebbe un pochino più di rispetto, anche se tutto quello che sta accadendo sono sicura non intacchi la sua grandezza, sia per quello che ha rappresentato per questa città sia per questa squadra”.

Tu ami Roma? Cos’ha in più o cosa le manca rispetto alle altre città?

“Roma è la mia città, bellissima ed eterna, e dovrebbe essere molto più amata. Tra poco ci saranno le amministrative e chi sarà alla sua guida avrà vita molto complessa, perché questa città ha tanti problemi ma anche tanta bellezza. Per cui, se riuscissimo veramente a riorganizzarla e a tornare ad essere grandi, perché è quello che meritiamo nei confronti di tutto il mondo, sarebbe ancora più bella”.

Il voto è segreto ma faccio lo stesso un tentativo… Hai un’idea su chi dare la tua preferenza?

“Non posso dare la mia preferenza perché, pur vivendo vicinissima a Roma, sono parte del Comune di Formello. Quindi vivrò questa amministrative come spettatrice”.

Ha fatto discutere sul web il tuo recente intervento sul ministro Guidi a ‘Otto e mezzo’. ‘Che ci fa in quella trasmissione?’, si sono chiesti in molti… Cosa ci facevi?

“In quella trasmissione c’ero semplicemente perché Lilly (Gruber, ndr) mi aveva invitato per parlare di ‘Trenta Ore per la Vita’, avendo sposato questo progetto. Poi è chiaro che nel momento in cui sei in un programma televisivo ti chiedano pareri anche su altro; ma il mio è stato solo un parere femminile e molto sentito nei confronti della sofferenza di una donna, che sicuramente starà vivendo un periodo difficile del quale non posso assolutamente spendere giudizi”.

TRENTA ORE PER LA VITA – Sei una donna di fede, ma il bene – lo hai detto tu stessa – è qualcosa che si fa anche per egoismo. È nata così, ormai 22 anni fa, l’esperienza di ‘Trenta Ore per la Vita’?

“Più che per egoismo, il concetto è che il bene porta bene. Non si può sempre essere egoisti e pensare solo a noi stessi; attraverso un gesto di bene, poi, ci si può sentire meglio, quindi perché no… Questo è il punto di partenza, poi all’altruismo ci si arriva successivamente: l’importante è che ci sia questa molla nel cuore che ti spinga a far parte di una comunità e ad abbracciare chi è in una situazione di difficoltà”.

Lorella Cuccarini (3)

È ripartita intanto la raccolta fondi di ‘Trenta Ore per la Vita’ che, attraverso il numero solidale 45594, andrà avanti fino al 20 aprile per dare sostegno a diverse realizzazioni in campo sanitario pediatrico. Ma quest’anno, in particolare, so che la tua onlus ha da raccontare una bella storia, quella di una bambina guarita anche grazie alla sua  passione per la danza…

“Quest’anno abbiamo registrato una serie di storie vere da portare all’interno dei programmi televisivi, per far capire l’importanza di mantenere intatto il nucleo familiare. Tra queste c’è quella di Giada, una piccola bambina che deve affrontare una cura perché affetta da una forma tumorale che richiede radioterapia. Accanto a lei in ospedale c’è suo padre, che ad un certo punto vede Giada alzarsi in piedi sul letto e cominciare a ballare.    La cosa bella dei bimbi, infatti, è che nonostante il periodo di sofferenza riescono a riprendersi dalle terapie e improvvisamente ricominciano a giocare e a vivere. E questa bambina, con una grande passione per la danza, ha ricominciato a ballare lanciando al papà un fortissimo messaggio di speranza. Giada è sopravvissuta e oggi ha superato il tumore. La sua è quindi una storia positiva che abbiamo voluto raccontare proprio per far capire che possiamo essere parte della cura per questi bambini. Attraverso le residenze che possono nascere accanto agli ospedali, mantenendo il nucleo familiare accanto a questi bambini, noi possiamo così essere parte della loro cura”.

RAPUNZEL – Attualmente sei impegnata in teatro con il musical ‘Rapunzel’, in programma al Brancaccio di Roma fino al 24 aprile. Finalmente una Lorella Cuccarini ‘cattiva’ nelle vesti della perfida Goethel…

“Se ne sentiva la mancanza? Non riesco ad essere cattiva nella vita, ma sul palcoscenico devo dire che sono molto credibile”.

Ti piace questo personaggio?

“Moltissimo, perché è un cattivo delle fiabe. Goethel è una donna spietata, malvagia, sensuale ma anche grottesca, perché alla fine diventa quasi comica, con un tratto umano che alla fine vince su tutto il resto del personaggio”.

Goethel è una matrigna vanitosa, ossessionata dal suo aspetto fisico. Tu hai paura di invecchiare?

“Mi reputo molto fortunata. Penso che ogni fascia di età ci possa regalare momenti bellissimi: io sono arrivata quasi ai miei 51 anni e probabilmente come mi sento bene, realizzata ed equilibrata oggi forse non lo sono mai stata. E forse non tornerei indietro, perché quando avevo 20 anni vivevo sempre un’ansia da prestazione e con la paura di essere giudicata, mentre oggi vivo veramente tutto con estrema leggerezza da una parte e grande profondità dall’altra. Per cui credo che questo sia un momento benedetto in cui ho raggiunto un equilibrio per cui sto benissimo così. Evviva le rughe!”.

Per esigenze di copione bruna per la prima volta sul palco, ma hai sempre detto che morirai bionda. Ti spaventano i cambiamenti nella vita?

“No, non mi spaventano, ma io sto bene bionda! Sono nata chiara, poi sono diventata un pochino più scura perché con il tempo naturalmente il biondo di quando si è bambini tende a sparire, anche se poi in qualche modo l’ho ricreato ‘in laboratorio’ perché mi stava bene e basta. È semplicemente questo il motivo, non mi spaventano i cambiamenti perché fanno parte della vita. Però ci sono anche alcune certezze e diciamo che il fatto di essere bionde è una di queste”.

È vero che non guidi la macchina?

“È vero che non guidavo la macchina. Ho preso la patente appena superati i miei 18 anni, ma proprio in concomitanza del debutto con Pippo, qualche giorno prima, ebbi un brutto incidente. Non ero io a guidare ma da quel momento ebbi il terrore. Con i figli, però, mi sono detta che non era possibile che io non potessi più guidare, quindi grazie a mia sorella Maria Luisa, che ha avuto la pazienza di farmi risalire in macchina attraverso delle domeniche pomeriggio passate nei parcheggi a riprendere dimestichezza, oggi posso dire di essere una guidatrice”.

A proposito del male, ha fatto discutere l’intervista in tv al figlio di Totò Riina. Secondo te è stato giusto mandarla in onda?

“Non lo so… Certamente penso che incontri di questo tipo aprano ferite immense in tutti i familiari di chi non c’è più. Quindi credo che debbano essere fatte con estrema cautela. Purtroppo viviamo in un Paese in cui tanti misteri non sono stati risolti e assistiamo ad indagini che rimangono aperte per decine di anni. Penso dunque che il rispetto sia dovuto a tutti i familiari delle persone che non ci sono più, perché questo è fondamentale. Poi, certo, c’è il diritto di essere giornalisti e di fare anche ‘scoop’ di un certo tipo, ma non sta a me giudicare”.

Ultime due domande… La prima: riesci ancora a fare la spaccata?

“No… Diciamo che a freddo non ce l’ho mai fatta, quindi sarebbe impossibile. Oggi riuscirei a farla con un pochino di allenamento, perché i muscoli per fortuna non perdono mai la memoria”.

La seconda è più che altro una mia curiosità: ti capita mai di ballare da sola in casa?

“Sisì! Anche con i miei figli! Ogni tanto se ci sono momenti di condivisone, magari di una gioia, se sentiamo una musica che ci piace ci mettiamo a ballare insieme”.

di Carlotta Di Santo, giornalista professionista

14 aprile 2016
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