Politica

Resistenza, Serracchiani: “Fu l’humus della democrazia”

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“La Resistenza, moto spontaneo delle coscienze, non è stata solo un grande episodio militare nella Seconda guerra mondiale, ma anche l’humus in cui sono germogliate e cresciute le forze ideali e le visioni politiche che segnano ancora oggi il nostro modo di vivere associato: libero, democratico e repubblicano”. Lo ha detto la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, oggi a Udine, nella sua orazione per commemorare l’eccidio di 23 partigiani, fucilati l’11 febbraio 1945 presso il muro di cinta del cimitero da un plotone di volontari fascisti.

Il rito, promosso dall’Anpi provinciale presieduta da Dino Spanghero, si è tenuto di fronte alla lapide che li ricorda, posta all’entrata del camposanto. Assieme ai familiari dei caduti e a tanti cittadini, sono intervenuti anche Michele Bernardon, fratello di uno dei fucilati, il sindaco di Udine, Furio Honsell, il presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini, diversi primi cittadini dei Comuni vicini. Per la presidente la Resistenza fu soprattutto “il primo vero banco di prova della nuova classe dirigente antifascista, la premessa per un’Italia nuova, per la faticosa e tumultuosa edificazione di una democrazia vitale, per la rinascita economica e sociale”, dopo “la macchia gettata sull’onore del nostro Paese, correo di aver scatenato una guerra planetaria e di essere divenuto solerte collaboratore dei nazisti della ‘soluzione finale’: le leggi razziali prima, le disposizioni della Repubblica sociale poi, non sono archiviabili come incidenti opachi della storia, ma sono il risultato di una politica meditata, deliberata e attuata”, ha evidenziato. In sostanza dai ranghi della Resistenza “uscirono moltissimi tra quanti contribuirono a scrivere la nostra Costituzione, in un dibattito altissimo per pensiero e responsabilità. La dignità di ciò che chiamiamo ‘partiti’ affonda le sue radici in quella capacità di far affluire, da fonti diverse, sempre nuova linfa alla democrazia rappresentativa”.

E se “la Lotta di Liberazione non fu astratta contrapposizione di campo ma combattimento acre di donne e uomini che giorno dopo giorno sceglievano da che parte stare, così pure il processo di rinnovamento delle istituzioni e la loro messa a regime- ha indicato Debora Serracchiani, volgendo lo sguardo al presente- richiedono in primo luogo un impegno personale, diretto e deciso, senza compromessi, della nuova generazione che guida o aspira a guidare il Paese. Perché non c’è leadership politica senza solidità di spessore umano”. “Dalla credibilità del ceto politico- ha ammonito- deriva il suo grado di rappresentatività, la sua autorevolezza e anche il livello di aggregazione e di coesione tra le forze politiche: più e oltre che ai modelli, è affidata alle persone la stabilità dei governi e la tempestività delle decisioni legislative”. Sottolineando che i 23 patrioti fucilati scelsero di combattere “conoscendo il rischio mortale cui andavano incontro”,

Debora Serracchiani ha quindi rivolto un pensiero “ai tanti che vollero credere alla possibilità di un mondo migliore e per questo morirono”, ricordando figure come il giornalista Giancarlo Siani, ammazzato dalla camorra nel 1985; Giorgiana Masi, vittima diciottenne di un proiettile senza nome; Giulio Regeni, che “abbiamo accompagnato all’estremo giaciglio e al quale promettiamo: l’oblio non vincerà la sete di verità e giustizia che ci incalza la coscienza”. “Oggi, onorando le vite stroncate di questi nostri martiri friulani, rendiamo omaggio- ha concluso la presidente Debora Serracchiani- a tutti coloro che combatterono e caddero sognando un’Italia libera, prospera e solidale. Un’Italia non più debole e dannata alle fatali lacerazioni che ne hanno segnato la storia, ma fiduciosa di rinnovarsi e rafforzarsi: unita, vitale, europea”.

14 febbraio 2016
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