Emilia Romagna

Rasata perché non voleva portare il velo, la madre condannata a otto mesi

BOLOGNA – Condanna a otto mesi per violenza privata, con pena sospesa, per la madre, e assoluzione per il padre. Questo ha deciso il gup di Bologna, Letizio Magliaro, nei confronti dei genitori della 14enne originaria del Bangladesh, accusati di maltrattamenti in famiglia per aver rasato a zero i capelli della figlia a causa del suo rifiuto di portare il velo.

Il capo di imputazione, per cui la Procura aveva chiesto per entrambi la condanna a un anno e due mesi, è stato quindi “riqualificato in violenza privata dal giudice”, spiega il loro legale Alessandro Veronesi.

Il prossimo passo, prosegue Veronesi (uno dei legali dei genitori), sarà “un’istanza al Tribunale dei minori per chiedere che la ragazzina torni in famiglia”, anche perché “lei stessa vuole tornare a casa e piange di continuo, anche se sente i genitori per telefono e ha con loro incontri protetti”.

Quanto agli episodi incriminati, il legale spiega che “la condanna si rifà, presumo, al solo episodio della rasatura, anche se per questo bisognerà attendere le motivazioni”, che dovrebbero essere depositate nel giro di 15 giorni. Nell’udienza di questa mattina i genitori “sono stati esaminati e hanno escluso qualsiasi maltrattamento, anche se si sono rimproverati per non aver percepito il disagio della figlia, che in casa non lo manifestava, a differenza di quanto faceva a scuola”.

Nei confronti della ragazza c’era comunque “una mancanza di fiducia, nata quando avevano scoperto che l’insegnante da cui doveva prendere ripetizioni la ‘copriva’, permettendole di lasciare da lei la cartella per poi uscire”. Quanto alla rasatura, “è stata una ‘punizione’- spiega Veronesi- perché la figlia diceva che portava il velo, ma in realtà lo toglieva appena usciva di casa”. Per questo la madre “si è arrabbiata e ha avuto una reazione eccessiva, di cui è molto dispiaciuta, ma non c’era la volontà di obbligare la figlia a portare il velo“.

L’assoluzione del padre, invece, dovrebbe essere motivata dal fatto che “quel giorno era al lavoro: la moglie lo ha chiamato per chiedergli dov’era il rasoio senza spiegargli perché, e lui glielo ha detto, anche perché aveva ‘alle calcagna’ il datore di lavoro, che non voleva che parlasse al telefono”. L’uomo, conclude il legale, “aveva capito che la moglie era arrabbiata, ma non pensava certo di tornare a casa e trovare la figlia rasata”.

Di parere diverso Donatella Ianelli, che nel processo rappresentava il Comune, costituitosi parte civile. La legale sostiene infatti di “non aver notato un’ammissione di una rasatura costrittiva vera e propria, ma potrei sbagliarmi, anche perché non è facile ricordare esattamente tutto ciò che è stato detto”. A questo punto, però, Ianelli afferma di “voler leggere le motivazioni per capire come mai un’attività vessatoria e umiliante nei confronti della ragazza sia stata ritenuta violenza privata”.

Quanto al risarcimento per il Comune, che “sarebbe comunque una cifra simbolica a tutela della minore, dato che non ci sono, ovviamente, interessi economici dietro la costituzione di parte civile”, oggi il giudice non ha riconosciuto una provvisionale all’amministrazione, stabilendo, conclude Ianelli, che la cifra “debba essere calcolata in sede civile”.

LEGGI ANCHE

Divieto di velo islamico nei luoghi pubblici, la Corte europea dà ragione al Belgio

13 dicembre 2017
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»