Un bar, un campo da calcio e una nonna: Matteo Pedrini racconta “Forte e in mezzo”

L'ultimo romanzo del ferrarese Pedrini si chiama "Forte e in mezzo" e parla di molte cose. Ma non ditegli che è un libro sul calcio.

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BOLOGNA – Un libro che parla d’amore. Quello fra una nonna e un nipote, quello del nipote e della nonna per il calcio (e per il Milan). Il tutto ambientato nella provincia padana, che ti fa innamorare di certi personaggi che in paese conoscono tutti: quelli, per capirci, raccontati da Pupi Avati o da Stefano Benni. Ma “Forte e in mezzo” (La Carmelina Edizioni) del ferrarese Matteo Pedrini è anche tanto altro. E ce lo racconta lui, che è scrittore, cantautore e il miglior commentatore su twitter del Festival di Sanremo.

Forte e in mezzo non è solo la storia del protagonista. È la storia della nonna del protagonista, della passione di entrambi per il calcio e la storia della provincia italiana. Ho dimenticato qualcuno?

Sì: il rapporto tra Gianluca e nonna Serena e il loro scambio di ruoli nell’essere uno l’appiglio dell’altro. Poi la funzione pedagogica e quella sociale del calcio di provincia. E infine il bar del paese, vero e proprio personaggio silenzioso, ma fondamentale della storia.

Sono molti gli aneddoti, i personaggi particolari che racconti nel libro. Si discosta molto dalla vita che hai vissuto davvero nel tuo paese?

Di poco, quasi nulla. Sono cresciuto in un paese di 2000 abitanti tra Ferrara e Bologna e tra gli anni ’80 e ’90: il campo sportivo e il bar erano per forza i due totem attorno al quale si srotolavano le vite. I due fari sempre accesi sulla costa, indispensabili per ritrovare la rotta o capire da che parte andare quando hai voglia di toccare terra. Ho messo molto di ciò che ho vissuto al servizio della storia di Gianluca, era quasi obbligatorio. Ho visto cose che voi cittadini potete solo immaginare. La noia e il piattume della provincia ti mettevano di fronte a un bivio: o ti drogavi/ubriacavi o ti inventavi qualcosa per fartela passare e nel secondo caso il paese diventava fonte instancabile di aneddoti e personaggi da teatro dell’assurdo. Per fortuna ho buona memoria.

Nonna Serena quanto somiglia a tua nonna?

Tantissimo. Ho cercato di racchiudere nel personaggio di nonna Serena una specie di greatest hits di persone della mia famiglia, ma l’asse portante del processo di caratterizzazione è stata indubbiamente mia nonna Ivana a partire dall’origine toscana. Una figa della madonna. Rompicoglioni, burbera, permalosa, testarda, ma forte come come una quercia, sveglia, intelligente, generosa, brillante, con un gusto per la battuta strepitoso. Toscana quasi da stereotipo, insomma. Ah, e soprattutto era una fondamentalista milanista, grazie agli dei aggiungo.

Qualcuno penserà: un altro libro sul calcio. Cosa rispondi?

Rispondo: allora non l’hai letto. E’ un libro su un rapporto tra una nonna e un nipote e sulla sua evoluzione. Il calcio è il pretesto narrativo e il rigore – durante la cui rincorsa si svolge tutto il flashback che costituisce l’intero libro. Ideona rivoluzionaria eh?! – è l’imbuto dentro cui far convergere tutta la trama. Un simbolo da caricare di significati individuali e collettivi. Poteva svolgersi in qualunque altro sport o addirittura in un diverso ambito, ma io conosco bene il calcio giocato e le sue dinamiche e quindi ho usato quello. Non si preoccupino quindi i nemici del calcio e della relativa letteratura, per altro ottusamente considerata minore.

Non è il tuo primo libro. Cosa hai scritto? E cosa stai scrivendo?

Forte e in mezzo è il mio secondo libro “da solista”. Il primo è stato Appunti sparsi di un cantastorie (Minerva, 2012, ndr), una specie di diario lungo 10 anni. Nel mezzo c’è stato il racconto Due Gobbi nell’antologia curata da Gianluca Morozzi L’ultimo bicchiere (Cicogna 2016, ndr). In questo momento ho appena finito di assemblare una raccolta di scritti comico-demenziali che probabilmente non verrà mai pubblicato, ma va bene così. Mi serviva soltanto scriverlo perché avevo bisogno di ridere da solo.

Il libro è dedicato fra gli altri a Pippo Inzaghi. Lo vedi che poi pensano sia un libro sul calcio?

Anche qui a torto. Pippo Inzaghi era chiaramente il centravanti della mia squadra e il giocatore a cui mi ispiravo quando facevo l’attaccante, ma soprattutto è stato un maestro di vita e a Gianluca ho messo in testa i miei pensieri a riguardo. Guardando giocare Inzaghi ho imparato cose che con il calcio non hanno nulla a che vedere.

Ad esempio?

A farsi un culo così se nasci scarso. A curare i dettagli, a non lasciare nulla di intentato, a investire tutte le energie su un’ipotesi, come quando il difensore sbagliava lo stop in modo inconsueto e lui era lì e nessun altro ci sarebbe stato. Perché? Perché lui quell’eventualità l’aveva ipotizzata e si era fatto trovare pronto. Inzaghi è stata l’incarnazione del verso di De André “Quello che non ho è quel che non mi manca“. O come dice Gianluca nel libro “La consapevolezza dei propri limiti è l’officina in cui si assemblano le qualità”. Sai arrivare fino a qui. Bene, entro questo confine dai tutto.

Forte e in mezzo si riferisce al rigore che deve tirare il protagonista. Da milanista, secondo te come ha tirato Higuain il rigore contro la Juve?

Ha tirato una scoreggia, non un rigore. Higuain sbaglia sistematicamente i rigori pesanti da sempre, ero sicuro che l’avrebbe sbagliato. Poi ha sbroccato e non riuscivano a ricondurlo alla ragione. Come quando incontri l’ex col fidanzato nuovo: prima di tremano le gambe, poi sbrocchi e nessuno riesce a ricondurti alla ragione. Poi ti passa. Forse.

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13 Nov 2018
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