VIDEO | L’Uganda rinasce in un atelier a Kalongo

Intervista a Prisca Ojok Auma, fondatrice di Mar Lawoti

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ROMA – “Vogliamo dimenticare la guerra e seminare speranza” dice Prisca Ojok Auma, fondatrice di Mar Lawoti. Un nome, quello della sua associazione, scelto con cura: nella lingua degli acholi, la comunità più colpita dal conflitto civile divampato nel nord dell’Uganda negli anni ’80, vuol dire “amatevi gli uni con gli altri”.

Di quella storia dolorosa Prisca porta i segni su di sé. Prima di arrivare in Italia, con l’aiuto dei missionari comboniani, aveva perso due fratelli: entrambi arruolati per combattere, entrambi uccisi, al tempo delle imboscate, dei sequestri e delle stragi compiute dall’Esercito di resistenza del Signore di Joseph Kony proprio con il pretesto di difendere gli acholi. Nel colloquio con l’agenzia ‘Dire’, oggi, c’è però soprattutto un impegno per il futuro.

“Mar Lawoti è un ideale ponte umano tra l’Italia e l’Uganda” dice Prisca. “Per raccogliere fondi abbiamo anche organizzato sfilate di moda, non solo in Veneto ma anche al Sud, spinti sempre dalla partecipazione e dalla solidarietà femminili”.

Il progetto si chiama ‘Donne per le donne’: vernissage appunto, nel maggio scorso anche a Roma, che hanno permesso di aiutare contadini, famiglie e studenti, dando lavoro a madri e sorelle, giovani scampate a schiavitù e violenze impiegate ora in un atelier ugandese. Molte delle iniziative si sono concentrate a Kalongo, verso il confine con il Sud Sudan: si va dall’assistenza tecnica e finanziaria per la scuola materna di Amyel, che accoglie orfani tra i tre e i cinque anni, fino al Children’s Corner, un “angolo” creato per proteggere e sostenere anche da un punto di vista psicologico i bambini affetti dal virus dell’Hiv.

Si calcola che, tra il 1986 e il 2009, in Uganda siano stati arruolati con la forza decine di migliaia di minorenni e che circa due milioni di persone siano state costrette a lasciare le loro case. Prisca però è convinta che le comunità acholi stanno rinascendo e forse poi non importa se Kony risponderà mai davvero delle accuse di crimini di guerra di fronte alla Corte penale internazionale. “Il conflitto ha ucciso e distrutto ma non ha fatto morire la speranza” sottolinea la fondatrice di Mar Lawoti. “Io sono parte di quella speranza, che oggi si manifesta in tanti modi, anche nell’accoglienza dei profughi in arrivo dal Sud Sudan in fiamme”.

Il riferimento è al conflitto che dal 2013 ha spinto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il loro Paese e cercare salvezza nei campi profughi dell’Uganda. Un flusso doloroso e però anche parte della natura e della storia, sottolinea Prisca: “La terra è libera e così anche l’emigrazione, che però deve essere vissuta e capita al meglio, e per questo serve più umanità”.
Si torna allora a Bassano del Grappa, il Comune veneto dove la fondatrice di Mar Lawoti vive e lavora. È stata accolta anni fa, oggi assicura di non dimenticare mai tre parole: “Perdono, speranza e condivisione; ho vissuto dolori grandi ma nessuno deve giudicare o condannare”.

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13 Novembre 2018
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