Suicidi in crescita, +12% dall'inizio della crisi: "Le vittime sono persone normali, serve prevenzione"

Sanità

Suicidi in crescita, +12% dall’inizio della crisi: “Le vittime sono persone normali, serve prevenzione”

ROMA – La sofferenza normale non è foriera di rischio suicidio, ma quando la quota di dolore mentale supera la soglia individuale di sopportazione allora la persona deve trovare una soluzione. La cerca, perché non vorrebbe morire, vorrebbe solo che il suo dolore venisse alleviato.

“All’inizio di giugno il Centro americano per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc) ha rilasciato una stima sensazionale: un aumento del 30% dei suicidi negli Stati Uniti dal 1991 al 2016. Il 54% di questi, più della metà, non aveva una diagnosi”. Lo racconta alla Dire Maurizio Pompili, direttore del Centro per la prevenzione del suicidio dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea, che aprirà oggi a Roma, in qualità di presidente, la XVI edizione del convegno internazionale di Suicidologia e Salute Pubblica, in occasione della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, nell’Aula Magna del Rettorato (Piazzale Aldo Moro 5).

Al convegno, che terminerà venerdì, sono previsti 1.000 partecipanti e 2.000 richieste di accreditamento con una sessione di ospiti internazionali che conta 7 opinion leader della psichiatria e psicoterapia.

“Trainiamo la settimana proprio come avviene negli Stati Uniti- precisa Pompili- però lo faremo inserendo una novità: proporrò un cambiamento di paradigma per la prevenzione del suicidio. Fino adesso abbiamo sempre ragionato seguendo un modello medico: il suicidio è il sintomo di un disturbo mentale- spiega il professore di Psichiatria de La Sapienza- chi è depresso si suicida e solo coloro che hanno disturbi mentali sono a rischio suicidio. Non è così. Per noi il suicidio è un elemento multifattoriale e della diagnosi ci deve importare poco“.

Commentando i dati del Cdc, Pompili aggiunge: “Molti dicono che erano persone sconosciute ai servizi e comunque erano malate. Potrebbe essere- afferma il medico- ma potrebbe anche essere che il suicidio sia un fenomeno multifattoriale derivante da tantissime componenti, dove non c’è bisogno di essere un paziente psichiatrico per andare in terapia in un Centro di salute mentale. C’è poi tutto il discorso dell’abuso sessuale e fisico infantile che sta venendo fuori come elemento preponderante e ci fa capire che il percorso suicidario inizia da lontano”.

In Italia si verificano circa 4.000 suicidi l’anno. “Si è registrato un aumento del 12% del suicidio negli anni della crisi che ci siamo lasciati alle spalle- ricorda Pompili- ed era presente solo negli uomini in fascia lavorativa (25-69 anni). Quando la crisi è andata scemando l’incidenza del suicidio è aumentata tra le donne giovani adulte, come se si fossero accodate al trend degli uomini in una fase successiva. Lo stesso fenomeno è già accaduto con il fumo di sigaretta“.

Ecco che il presidente del convegno propone, quindi, un cambiamento culturale, e riprendendo quanto sostenuto dal DSM-5 (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali): “Non si deve necessariamente essere subordinati a una diagnosi, ma ad una sofferenza dell’individuo che necessita di una terapia a prescindere dalla causa scatenante. Per queste persone bisognerà essere degli interlocutori e alleviare, attraverso un approccio più umano, le loro sofferenze usando anche le terapie farmacologiche e psicoterapeutiche”.

Un lutto, la perdita della persona cara, il fallimento di un’azienda, “sono tutti eventi che possono scatenare una tristezza normale e per la quale non possiamo esimerci dal dover alleviare la sofferenza dell’individuo. Per troppo tempo si è pensato che solo i ‘folli’ fossero a rischio suicidio– ripete il medico- mentre aprendo le pagine dei giornali troviamo ragazzi, imprenditori, persone insospettabilmente normali. Troviamo anche le persone con disturbi mentali, ma dobbiamo poter discernere quando è l’uno e quando è l’altro, quando usare un approccio e quando un altro”.

Il denominatore comune è sempre il dolore mentale che diviene insopportabile. “È un dolore che solo in apparenza può sembrare una costruzione simbolica, ma osservandolo con le neuroimmagini si è visto che attiva gli stessi circuiti neuronali del dolore somatico. Il dolore mentale- sottolinea lo psichiatra- è fatto di emozioni negative, ferite narcisistiche, angosce, esclusione sociale e solitudine”.

Il servizio antisuicidio dell’Ospedale Sant’Andrea ogni anno gestisce 2.500 contatti, di cui circa 1.000 sono prestazioni. “Una sottostima- puntualizza Pompili- perché se dovessimo assecondare tutte le email che ci inviano per avere informazioni allora i contatti sono molti di più. Siamo interlocutori per tutti, il che non è sempre funzionale. Dovremmo essere più grandi”.

Dunque il monito lanciato da Pompili sarà: “Rispettare il dolore mentale come il dolore fisico e far sì che gli operatori della salute – gli interlocutori che devono portare l’aiuto – si possano confrontare con la problematica del suicidio. Se un operatore risolve il tabù del suicidio, potrà chiedere apertamente se la persona che ha davanti abbia mai pensato di voler morire. Questa è la domanda principale per salvare una vita e dobbiamo vincere la reticenza, non parliamo di morte ma di vita”.

“Parliamo di prevenzione del suicidio che ha a che fare con la vita- sottolinea il presidente del convegno- facendo prevenzione, lavoriamo sugli aspetti vitali e sulla voglia di vivere dei soggetti, perché quando l’individuo vede l’aiuto il rischio di suicidio si va smorzando. Il moto della giornata mondiale è lavorare insieme per prevenire il suicidio”.

Alla due giorni saranno trattati anche temi di grande interesse per gli psichiatri e gli psicoterapeuti. In particolare la schizofrenia, “uno dei disturbi più associati al rischio suicidio– conclude Pompili- qui il suicidio è una delle prime cause di morte, se non la prima. Le percentuali della letteratura si aggirano intorno al 10%”.

Nel panel degli ospiti d’eccellenza, in un evento totalmente gratuito, saranno presenti esperti dal calibro di Anthony Bateman, esponente dell’Anna Freud Centre di Londra; Jim van OS, professore di Epidemiologia Psichiatrica e Salute Mentale Pubblica del Centro Medico dell’Università di Utrecht, nonché uno dei principali esponenti della comprensione della schizofrenia; e Roger McIntyre, professore di Psichiatria dell’Università di Toronto.

13 settembre 2018
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