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DIRE - LE OPINIONI

Francia, Molière e le presidenziali

di Patrick Guinand per www.ytali.com



Astensione record annunciata, volatilità dell’elettorato, pesante indecisione sul risultato finale, agorafobia passeggera, angoscia dell’incognito, il tutto coronato dalla minaccia lepenista: a dieci giorni dal primo turno, le elezioni presidenziali francesi sembrano mostrare, con la perplessità latente, qualche segno di nervosismo.

François Fillon

Ecco, per esempio, che Fillon, candidato di destra alla presidenza della repubblica francese, si paragona a Vercingetorige, vincitore a Gergovia di Cesare, designato, con una scorciatoia storica che fa presa, come “il favorito dei sondaggi”. Guardate Macron. Emmanuel Macron, Cesare? Non gli si conosceva questo profilo imperiale. Effetto tribuna, certo. Ma al di là della cloaca giudiziaria o della povertà di questa campagna, per dirla con i commentatori politici più esperti, si raggiunge la vetta del ridicolo. Come se, nell’incertezza che regna in questa fine della battaglia, i candidati con le spalle al muro fossero pronti a un qualsiasi acrobazia per fare scalpore, per divertire la galleria, fare da diversivo, o cogliere qua e là qualche voto. E Fillon un eroe gallo? Ma è piuttosto dalla parte di Tartufo che bisognerebbe guardare.

In effetti, in questa corsa allo scalpore, Molière sembra di moda. Montesquieu molto meno. Montesquieu, voi lo sapete, fu colui che risvegliò il pensiero politico francese, e che nel 1748 aveva osato dissezionare lo spirito delle leggi, rivendicare la separazione necessaria dei poteri, analizzare le forme di governo, e piazzare la virtù al centro della forma chiamata “repubblica”. Ciò deve aver lasciato qualche traccia nell’inconscio collettivo, poiché, secondo uno studio recente, dopo l’affare Fillon, non sono la competenza o il carisma ad apparire la qualità principale richiesta dai francesi in un uomo politico. È l’onestà.

Nella squadra Fillon, per contro, questo sarebbe piuttosto: Montesquieu? Chi? Non lo conosco. Dimentichiamo gli affari e salviamo la Francia. Attacchiamo la giustizia e la stampa, denunciamo con magniloquenza “l’attentato politico”. E distilliamo, in attesa, qualche piccola frase assassina.

Vi è anche che un collaboratore stretto di Fillon ha trovato il suo buon umore con Molière, quando ha definito Emmanuel Macron Trissotin, questo piccolo marchese delle “Femmes Savantes”, emblema della superficialità retorica. Bisogna dire che il giovane impudente Macron, che ha l’ardire di essere in testa nei sondaggi, ha dichiarato di voler prendere come prima misura del suo mandato presidenziale, se eletto, l’abolizione del nepotismo presso i parlamentari, accoppiato alla proibizione dell’attività di consulenza, per evitare i conflitti d’interesse. Esattamente quello che la giustizia rimprovera a Fillon. A tutti gli effetti non è ciò che si potrebbe chiamare una vuota retorica.

Ah, il bravo abate Fillon! Il giornale francofono libanese L’Orient-le Jour l’aveva chiamato così in un editoriale, facendo riferimento al suo programma sociale estremamente conservatore e al suo sostegno senza incrinatura negli ambienti integralisti cattolici. Ecco un uomo che per anni si è forgiato un’immagine santa, quella dell’onestà in politica, in opposizione in particolare ai giochi di prestigio affaristici di dubbia etica e alle sventure giudiziarie del suo diretto superiore, l’ex presidente Sarkozy. Che forte di questa immagine, si fa eleggere alle primarie della destra sulla base di un programma neo thatcheriano, ultraliberale, maltusiano, nemico giurato della spesa pubblica, e che si ritrova afferrato in pieno volo dalla sua parte d’ombra: come ha rivelato il Canard Enchaîné, e ha potuto in seguito constatare la giustizia, l’uomo per più di trent’anni si è ingrassato sulle spalle della Repubblica, a colpi di impieghi fittizi trafficati in famiglia e di aggiustamenti amministrativi che giocano negli interstizi della legalità. E lo stesso uomo, come la stampa si è affrettata a rivelare in un feuilleton impietoso, ha cercato vanamente di mascherare i suoi gusti per il lusso, che non erano veramente i gusti dell’elettorato popolare. In breve, un prodotto della Francia dei privilegi. E un Tartufo compiuto. Sempre Molière.

Emmanuel Macron, il secondo da destra

E dunque, secondo Tartufo, Cesare sarebbe il Signor Macron. L’uomo è abile, senza dubbio, è stato anche dichiarato da Le Monde maestro in parricidio, a seguito della rinuncia di Hollande. Il capo dei deputati socialisti avrebbe anche ammesso, ammirato, “ci sarà Clausewitz, Sun Tzu, e Emmanuel Macron”. Ma malgrado questa impennata panegirica tempestiva, quella di vedere in lui l’Imperatore conquistatore, è andare un po’ veloci nella profezia politica.

Una macronomania si è installata, sì. Tutti i sondaggi lo danno vincitore, sì. In particolare al secondo turno con Marine Le Pen. Le adesioni vengono da tutte le parti, da sinistra come da destra. Ma il candidato sa che nulla è vinto, essendo il suo elettorato potenziale ancora molto volatile, con un quaranta per cento che si dichiara capace di cambiare d’opinione. Certe adesioni di personalità di sinistra possono urtare gli elettori di destra che inclinano verso di lui, e inversamente, certe adesioni di destra nauseano già la sua base situata a sinistra. Il wonder boy è sul filo, l’equilibrismo è pericoloso in politica, come si sa. Perché il suo posizionamento innovatore, a sinistra e a destra, a destra e a sinistra, né a sinistra né a destra, né a destra né a sinistra, con ciò ricompattando il paesaggio politico francese, ciò che gli è valso il suo successo incontestabile, può compromettere, per via della sua stessa imprecisione, la stessa conferma al primo turno, e, in caso di vittoria, non garantirgli né maggioranza legislativa né stabilità governativa. Il che promette, se arriva all’Eliseo, una ricomposizione delle forze politiche tradizionali, altrimenti detto un arraffa arraffa democratico di grande ampiezza. E un salto nell’ignoto.

Jean Luc Mélenchon

Tutto come l’ipotesi Mélanchon. Il talentuoso tribuno della “France Insoumise” fa un finale di campagna folgorante, catalizzando sempre più un voto di convinzione, più stabile del voto cosiddetto utile attribuito a Macron, e potrebbe creare la sorpresa. Alcuni vedono già un cedimento di Macron nella fascia più a destra, vittima della sua friabilità, e un duello Mélanchon-Le Pen al secondo turno. Estrema sinistra, o sinistra ribelle, contro estrema-destra. Qualcosa di mai visto sotto la quinta repubblica. E dunque ancora, un passo verso un altro ignoto.

Quanto a Tartufo, non ha che da sperare nel perdono della Francia destrorsa, e in un sussulto in confessionale, pardon, in cabina elettorale, per andare al secondo turno e, perché no, in seguito, al vertice dello Stato, e così eludere nel tempo di un quinquennato, in una fuga in avanti berlusconiana, grazie all’immunità presidenziale, i procedimenti giudiziari a suo carico.

Marine Le Pen

Resta l’incognita Le Pen. Divenuta inevitabile. Tra un quarto e un terzo della Francia la sostiene.
Una maggioranza assoluta, questo è poco probabile. Ma il clima è pesante. E Molière non ne sorride affatto.

13 aprile 2017

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