Femminicidio e orfani ‘speciali’, oltre 1.600 dal 2000 al 2014

Riflessione 'tecnica' della psicoterapeuta Patrizia Conti, membro del Comitato DireDonne e socio Analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica
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ROMA – Perché parlare di ‘orfani speciali’. Ma soprattutto come. Vuol dire parlare di bambini che hanno sperimentato la perdita di entrambi i genitori, di fatto, non solo della madre uccisa dal padre, ma anche di quest’ultimo, suicidatosi poi o incarcerato. Dal 2000 al 2014 in Italia la violenza domestica, giunta fino all’omicidio, ha prodotto oltre 1.600 orfani speciali.

Sono queste le domande iniziali da cui parte per una riflessione ‘tecnica’ la psicoterapeuta Patrizia Conti, membro del Comitato DireDonne e socio Analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica, che a questa problematica dedica studi, analisi e contributi. Nella denominazione, data da chi ha iniziato a occuparsi non solo di violenza in famiglia, ma soprattutto di un esito particolarmente drammatico di tale violenza che culmina nell’uccisione della donna madre e della privazione per i figli di entrambe le figure genitoriali, significa parlare appunto di orfani di entrambi i genitori per mano di uno dei genitori. L’interesse per tale tema- spiega Conti- è scaturito non solo dai fatti di cronaca, ma soprattutto dai riverberi della violenza in famiglia, che andavo sempre più rintracciando e analizzando nel mio lavoro come Consulente Tecnico d’Ufficio per il Tribunale per i Minorenni. 

La spinta ad occuparmi degli ‘orfani speciali’- spiega la psicoterapeuta nel suo contributo- è scaturita dalle riflessioni nate nell’occuparmi di tre bambini destinatari di tre provvedimenti diversi, due di un procedimento relativo alla responsabilità genitoriale della madre e uno, appena nato, di apertura dello stato di adottabilità. La situazione che mi si stava presentando nel mio lavoro di conoscenza e approfondimento, sia della personalità di madre e bambini sia della qualità della relazione tra ciascuno dei bimbi e la madre, ma soprattutto nella rilevazione nei più grandi, 5 e 6 anni, di esiti postraumatici e in particolare nella bambina più grande, chiarissimamente segnata da segni di violenza assistita. Tutti elementi che si raccordavano perfettamente con i dati anamnestici raccolti direttamente dalla madre, confrontati e completati da quelli riportati nelle relazioni redatte dai diversi e successivi operatori che via via si erano occupati di madre e bambini, man mano che nascevano e crescevano. 

In tutti gli atti relativi a questa dolorosa e complessa vicenda familiare era citata la natura delle relazioni che la donna aveva avuto con i tre padri dei figli, uomini diversi, ma accomunati da agiti di natura estremamente violenta nei confronti della compagna, con esiti fortunatamente inferiori a concreti rischi di lesioni permanenti se non anche addirittura morte. E ciò, l’ultima in particolare, anche durante le gravidanze. 

Gli orfani speciali- ribadisce Conti- costituiscono, ci siamo detti, l’ultimo anello di una catena di vicende pregresse che si snoda, tornando a ritroso, tra problematiche della genitorialità, incerta fragile debole carente e carenziante omissiva, forse anche inesistente o solo parzialmente esistente, che riporta a una relazionalità familiare altrettanto incerta fragile debole, carente, ma soprattutto distorta e in particolare disfunzionale. Una relazionalità che comprende violenza in famiglia, ma che pare dover esser vista affondare le sue radici in problematiche di coppia, della relazione, comprendendo necessariamente tematiche di genere.

Bambini- sottolinea ancora la psicoterapeuta nel suo articolo- sottoposti a violenza assistita: uccisione delle madri e femminicidio- e qui avvocato e magistrato possono spiegarci perché femminicidio- perché è una categoria sociologica non giuridica ma che poi giuridica forse lo è diventata, in parte o forse lo diventerà pienamente. Quel pensiero sociologico- spiega ancora meglio la psicoterapeuta- che intende sganciare l’omicidio, cioè l’uccisione di un essere umano da una neutralità del termine, connotandolo in senso precisamente e specificatamente di genere, l’uccisione di una donna in quanto donna, in quanto appartenente al genere femminile, perché è di questo che si tratta. 

E da qui ad una riflessione sulla qualità e natura specifica della relazione di coppia il passo è obbligato. Così come il passaggio alla natura e qualità della genitorialità che all’interno di questa relazionalità nasce e si sviluppa. E dunque alla fine torniamo ancora al bambino. 

Patrizia Conti nel suo articolo ricorda alcuni dei numeri piu’ significativi sui femminicidi. 

I NUMERI  – Oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage. Ma anche in Europa la situazione è seria. Nei ventotto Paesi l’European Union Agency for Fundamental Rights denuncia che sessantadue milioni di donne hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita.Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, in Italia le donne che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. Ai femminicidi si aggiungono così violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di mietere altre vittime. Migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Manca però una percezione reale del problema: secondo l’Istat, solo un terzo delle donne maltrattate ritiene di essere vittima di un reato. E si pensi ai bambini, a quelli che restano privati non solo di uno ma in realtà di entrambi i genitori. Sono state 106 le vittime di femminicidio in Italia nei primi dieci mesi del 2018, secondo l’aggiornamento statistico sul fenomeno curato da Eures in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso. Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2018, rispetto al totale degli omicidi commessi in Italia i femminicidi sono saliti al 37,6 per cento rispetto al 2017, quando erano al 34,8 per cento. I dati mostrano che le violenze avvengono in famiglia (il 70,2 per cento) e in coppia (il 65,2 per cento nel gennaio-ottobre 2017). Eures- riporta ancora Conti- sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita). Tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 le donne uccise sono state 3.100, una media di più di tre a settimana. E in quasi tre casi su 4 (il 72 per cento) si è trattato di donne cadute per mano di un parente, di un partner o di un ex partner. La coppia rappresenta l’ambito più a rischio per le donne, con ben 1.426 vittime di coniugi, partner, amanti o ex partner (pari al 66,1 per cento dei femminicidi familiari e al 47,6 per cento del totale delle donne uccise. Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano a conoscenza di terze persone e nel 42,9% la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione. Bambini, ragazzi o anche adulti che hanno perso un genitore per mano dell’altro. Solo nel primo semestre del 2017- ricorda la psicoterapeuta- i bambini e gli adulti rimasti orfani in questo modo sono 38 di cui 22 minori che hanno visto la madre uccisa dal padre. Storie terribili che sembrano non finire mai, perché dopo il dolore ci sono la burocrazia, il processo, i diritti che non vengono riconosciuti in automatico ma per i quali bisogna combattere. Nel 27% dei casi si verifica anche il suicidio del padre, quando non è così la durata della pena si aggira, con il rito abbreviato, intorno ai 12 anni e quando questi padri escono o, talvolta, anche dal carcere reclamano i loro diritti.

Parlare di orfani speciali vuol dire parlare- spiega Patrizia Conti- di generatività e di coppia maschile e femminile. Il termine generatività è un concetto variabile, complesso, ambiguo che muta a seconda dei contesti di esperienza e di conoscenza. Così come vi sono caratteristiche specifiche a contrassegnare la dinamica violenta e maltrattante, ma il tutto si incastona non solo nelle storie personali dei protagonisti che generano e favoriscono questi distorti sviluppi. La relazione, all’inizio così piacevolmente esclusiva, diventa una vera e propria cella d’isolamento. Troppo lungo e complesso addentrarsi nelle radici e origini della psicologia di chi consente a una relazione d’amore di diventare una relazione maltrattante. Forse basta pensare a come se, fin da bambini, si sperimentano relazioni declinate tra la cura e l’incuria, nell’ambiguità dell’ambivalenza nel ricevere amore, rassicurazione e protezione, possa essere poi più difficile saper distinguere una relazione di sano attaccamento da una invece contrassegnata da distorsione e perversione relazionale. Spesso- chiarisce la psicoterapeuta- neppure i figli riescono a distogliere il pensiero, ormai vera e propria ossessione. L’ossessione è quella di riuscire a entrare nell’universo di significazione del partner per cercare finalmente una giustificazione alla violenza. Si insinua il dubbio di esserne la causa, dopo aver vagliato ragioni esterne assunte come giustificazioni: lavoro, denaro, famiglia, un momento troppo difficile. La prevaricazione costante ripetuta e reiterata finisce per strutturarsi sempre più come un vero e proprio schema relazionale che non lascia, progressivamente, più spazio per altri modi e altri scambi relazionali affettivamente significativi. La cosa più grave è che questo schema relazionale diventa di fatto uno schema esistenziale in cui entrambe le persone, il maltrattante e la vittima, decodificano non solo la loro realtà individuale di coppia ma il mondo intero. E all’interno di questa griglia interpretativa rientrano gli aspetti più sconcertanti, ossia la giustificazione costante di quanto avviene nella perdita di senso della gravità di esso. La giustificazione da parte della vittima si basa sul fatto che non si tratta mai di relazioni costantemente deturpate dalla violenza, ma che oscillano pericolosamente tra momenti di apparente sereno benessere e scoppi improvvisi di aggressività. 

Non può essere dunque solamente un approccio individuale, tantomeno unicamente giudiziario a determinare l’uscita dalla violenza, sottolinea Patrizia Conti. L’espressione delle competenze genitoriali e delle capacità relazionali nel rapporto di coppia condiziona direttamente l’ambiente nel quale un bambino nasce e si sviluppa. Tali elementi sono influenzati da differenti fattori che la ricerca scientifica ha progressivamente messo sempre più a fuoco. Fatta salva la risposta soggettiva differente in ogni individuo, oggi siamo in grado di delineare anche alcuni profili predittivi rispetto alle possibili ricadute traumatiche sullo sviluppo di bambini nati da coppie a diverso titolo disfunzionali. In particolare il trauma in età evolutiva connesso alla violenza familiare assistita ha avuto in questi ultimi tempi un particolare incremento, a causa di episodi che sono sfociati in agiti sempre più disperati ed efferati. Femminicidio e uxoricidio sono termini che hanno invaso le cronache dei quotidiani e che lanciano inquietanti interrogativi circa le conseguenti ricadute sui bambini sopravvissuti a queste sciagure. Nel maltrattamento e ancor più nell’uccisione della madre da parte del padre la violenza colpisce l’anima dei bambini. Di fatto li annienta, stravolgendone completamente la vita, poiché ne azzera, annulla e sconvolge gli assetti relazionali con le persone, che non solo e non tanto li hanno generati ma che fino a quel momento hanno costituito i loro prioritaria i punti di riferimento, i loro affetti più profondi. Li si definisce orfani ‘speciali’ perché tali sono i loro bisogni, i problemi e la condizione psicologica e relazionale e familiare in cui si trovano. Al lutto della perdita di un genitore per cause cosiddette naturali, ossia non di violenza si aggiunge quella particolarità del lutto legato all’intervento di una violenza tanto più da persona più che conosciuta virgola da una persona familiare, dal padre. Gli interrogativi che devono determinare l’intervento sono quelli che Patrizia Conti ribadisce ancora nel suo articolo: Il bambino ha assistito? Sapeva cosa stava succedendo? Temeva quello che poi è accaduto? Il bambino ha capito? Deve essere aiutato a capire? Qual è la verità narrabile? Da chi ha saputo e come? Con chi deve parlarne? Perché e come? Come potrà essere aiutato a comprendere la sua famiglia? Che conseguenze potrà avere sulla sua vita futura quanto sperimentato in famiglia e ancor più quanto drammaticamente accaduto? Il contributo del pensiero junghiano orientato sulla psiche del bambino e dell’adolescente può esser importante per tentare una lettura anche del fenomeno degli ‘orfani speciali’. La rilevanza sociale del fenomeno non consiste, a nostro parere, nella frequenza della cronaca legata a questa tragica possibilità, bensì nei numeri che interessano il corpo sociale: migliaia di bambini rimasti orfani, centinaia di famiglie d’origine private di un componente, centinaia di nuclei familiari dissolti e centinaia di processi e condanne. 

Nel nostro pensiero- conclude la psicoterapeuta- il punto di partenza dal quale iniziare a muovere le prime riflessione in un ambito così delicato è certamente legato da un lato alla crisi contemporanea della relazione di coppia e dall’altro alla difficoltà per gli adulti di oggi di esprimere una genitorialità consapevole, pronta a confrontarsi con le sfide della modernità. I fenomeni gravi di cui si è fatta menzione possono essere considerati un’espressione estrema di queste carenze relazionali; per questa ragione, indagare l’area della genitorialità e della relazione di coppia ci potrebbe fornire alcuni spunti importanti, dal valore sia predittivo che preventivo. 

Contributo estratto da articolo di Patrizia Conti, psicoterapeuta e membro del Comitato DireDonne.

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13 Marzo 2019
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