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Psicologia. Come si interpretano i sogni? “Puntate sul dialogo”

dormire_sonnoROMA – “Chi afferma di non sognare mai in realtà ammette di dimenticare tutti i suoi sogni, se diamo maggiore importanza alla nostra dimensione onirica ne ricorderemo di più. Dialogare con essa ci offre nuove possibilità di esistere“. Lo dice Riccardo Mondo, analista junghiano e professore di Psicologia del sogno della Scuola di specializzazione dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, al via della seconda giornata di seminario sul respiro onirico in corso nella Capitale.

“Bisogna quindi confrontarsi con i propri sogni. Il regista onirico deve chiedersi qual è il posto dei sogni nella sua vita e quale quello della fantasia– afferma Mondo- il terapeuta, invece, dovrà capire quale dovrà essere la sua disposizione corporea per percepire il respiro onirico del paziente”. Come si interpretano i sogni? “Comprendere un sogno indica una dimensione più vicina al capire e al percepire con i sensi. Dobbiamo puntare sul dialogo. La comprensione richiede un nuovo assetto sensoriale, l’aderenza all’immagine onirica e l’abbandono al dogmatismo interpretativo. Seguendo il pensiero debole- continua Mondo- si ritiene che ciascun punto di vista sul sogno sono verità parziali, quindi il terapeuta deve lavorare sulle ‘E’ e non sulle ‘O’, che operano delle scissioni sulla mente”.

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SOGNI E SIMBOLI – “Il sogno parla per metafore e simboli- chiarisce subito l’esponente del Centro italiano di psicologia analitica (Cipa)- la dimensione simbolica dei sogni c’è, ma è valida per la coscienza capace di osservare il simbolo”. La parola chiave è azione: “Per Jung ogni fenomeno è simbolico se afferma qualcosa di più e di diverso che in qualche modo si sottrae alla conoscenza. Questo vuol dire che il simbolo non è un significato, ma un’azione che mantiene in tensione gli opposti, dalla cui composizione nascono i processi trasformativi. La dimensione simbolica implica quindi una disposizione percettiva e corporea- continua il terapeuta- un avvicinarsi in maniera affettuosa e sensuosa al sogno, che richiede all’Io di scendere alla coscienza e acquisire quel linguaggio immaginale che utilizza il sogno”.

Salvatore Pollicina, neuropsichiatra infantile di Acireale, interviene al seminario dell’Istituto di Ortofonologia sul respiro onirico con un esempio: “Nella seconda guerra mondiale gli ufficiali della Marina inglese furono introdotti a una dimensione meditativa per riuscire a vedere in vedetta la scia bianca dei sommergibili. Per riuscirci- ricorda il medico- dovevano avere una dimensione percettiva diffusa. La stessa capacità serve al terapeuta, poiché la dimensione analitica ha costantemente a che fare con l’invisibile e dobbiamo esercitarci ad avere una disposizione percettiva tale da riuscire a guardare, nel grande mare dell’inconscio, la scia bianca che emerge nel paziente”.

L’UNICA INTERPRETAZIONE DEL SOGNO E’ IL SOGNO STESSO – “Nel lavoro dell’interpretazione dei sogni, Jung non condivide le associazioni libere, perché portano al complesso dominante- chiosa il professore dell’IdO- al contrario i sogni ci danno altre informazioni che servono ad aggiungere qualcosa alla coscienza. Per Jung la migliore interpretazione del sogno è allora il sogno stesso, egli lavora sull’immagine attraverso un’associazione controllata, congrua e risonante al campo archetipico. Si deve lavorare per amplificare la capacità immaginativa dell’altro e avere fede nell’immagine primaria del sogno”.

LA STRUTTURA DRAMMATICA DEI SOGNI – “Mi piace pensare che esiste dentro un regista onirico che prende frammenti della realtà, personali e collettivi, e- aggiunge Mondo- come un cappellaio magico vuole ammaestrare i propri problemi, dando consigli un po’ bizzarri, o costruendo storie assurde, paradossali e a volte geniali”. Jung affermò che “la maggioranza dei sogni è costituita da sogni medi la cui struttura non è differente da quella del dramma, ovvero l’azione proprio per ribadire che l’attività immaginativa è valida solo se non è statica”. Il dramma è un componimento teatrale, “avente una storia e determinate caratteristiche: è una vicenda che nasce da un conflitto e che giunge a un massimo di tensione prima della risoluzione. Una struttura in 4 tempi- conclude- che prevede un’introduzione (l’ambientazione), delle peripezie (lo sviluppo), la crisi (il culmine del dramma) e, infine, la lisi o le catastrofi (conclusioni)”.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

13 marzo 2016

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