Emilia Romagna

“Operazione Atarax”, a teatro riflettere (e ridere) sul terrorismo

RAVENNA- Anno 2097. Gerusalemme è già stata rasa al suolo dai terroristi islamici. Superata e smantellata Guantanamo, i soldati del Califfato vengono esiliati e imprigionati su Venere, ribattezzato Guantanamo 2. Un’astronave incaricata di trasportare i barbuti detenuti, Atarax, viene distrutta in circostanze misteriose. “È stato un attentato”: uno dei più gravi della nuova era? Di sicuro, per recuperare il relitto ci sono voluti trent’anni, ma ora l’Occidente civilizzato potrà una volta per tutte ottenere giustizia: grazie ai reperti ritrovati nello spazio ed esaminati al processo postumo, che ripercorre le gesta dei due stralunati astronauti alla guida della disgraziata astronave, si potrà ricostruire l’accaduto e ristabilire la verità.

operatzione atarax2sitoA metà tra fabula e intreccio, è questa l’essenza di “Operazione Atarax”, lo spettacolo teatrale con cui il giovane collettivo ravennate Teatronnivoro cerca il salto di qualità. Andato in scena il 10 -11 febbraio scorsi al Teatro Rasi-Teatro delle Albe di Ravenna in anteprima nazionale, quasi 500 spettatori nelle due serate hanno riempito la sala e apprezzato. Ufficialmente ispirata al radiodramma “Operazione Vega” (1962) del drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt, maestro fin dai suoi esordi nell’adattare alla fantascienza omicidi, torture e morte, la “Operazione Atarax” ne conserva più che altro un concetto: la paura, intesa come sentimento in grado in un sol colpo di paralizzare le coscienze e scatenare i peggiori istinti. Se Dürrenmatt trattava la Guerra fredda e il panico per l’invasione ‘rossa’, Teatronnivoro indaga il maccartismo 2.0, quello islamofobo, ma la sostanza non cambia. Perché la storia, si sa, è ciclica: arriva sempre qualcuno che minaccia il nostro stile di vita, un nemico invisibile può colpirci in qualsiasi momento, che striscia e si nasconde. Questa volta lo fa, tuttavia, ai nuovi tempi della possibile atarassia collettiva: basta liberare le passioni e staccare il cervello dalla realtà che ci circonda, e già ci sentiamo tutti un po’ meglio. Lo insegnavano gli scettici greci, chissà che non abbiamo imparato.

Faccende complesse, insomma, che il live-movie della banda onnivora riesce a suo modo dissacrare. Scritto e diretto da Matteo Cavezzali, drammaturgo prestato al giornalismo, o viceversa, “Operazione Atarax” ambisce in tutta evidenza a essere un’opera non convenzionale. Ai suoi autori e ai suoi attori, per forza di cose semplificando, importa che passi un messaggio: anche del terrorismo e delle sue paure si può sorridere, basta non prendersi troppo sul serio come facciamo noi. Una formula non nuova, e che certo diventa ambiziosa se accostata alla tragedia dei nostri tempi. Ma, perbacco, con Atarax siamo nella “nuova era”. I suoi contorni erano già stati delineati lo scorso dicembre dal “Memorial Atarax”, una riuscita performance messa in piedi dagli ‘onnivori’ in occasione del Rasponi Open Space, l’evento finale per chiudere in bellezza il 2015 di Ravenna, che dopo aver visto sfumare (a un metro dal traguardo) il titolo di capitale europea della cultura del 2019 si è dovuta accontentare di quello di capitale italiana. Al “Memorial”, un’istruita guida (Jenny Burnazzi) raccontava al pubblico radunato in un museo gli avvenimenti alla base della guerra tra l’Occidente dei petrodollari e il Califfato, tra attacchi magnetici che riportano l’umanità all’era pre-digitale e, appunto, l’esplosione dell’astronave Atarax. L’ansia occidentale, nel blitz al Rasponi, veniva esorcizzata coltivando il mito della supremazia del mondo civilizzato, tra intonazioni di inni e celebrazioni dei due protagonisti della nostra storia, che da astronauti diventano martiri a tutti gli effetti.

operazione atarax1sitoEccoli qui, allora, i due attori Antonio Maiani e Massimiliano Rassu, alias sottotenente Friedrich (sì, come Dürrenmatt) e comandante Wood. Prima di accettare di prendere parte alla missione, come ammettono di fronte al magistrato (Marco Focaccia) che li interroga al processo, altro non erano che un promoter e un musicista punk: tratto comune, tanto cazzeggio e qualche sballo. Veri mattatori di “Atarax”, senza bisogno di ansiolitici, gli “eroi dell’Occidente civilizzato” ne combinano di tutti i colori: di Venere e della nuova Guantanamo all’inizio sanno poco o niente; si fanno (soprattutto Maiani-Friedrich) di pasticche di ammoniaca e colesterolo; deridono i loro antenati che giravano con gli smartphone prima della “grande fusione dei server”; rinfrescano le bibite nelle capsule di ibernazione dei detenuti che trasportano a bordo; canzonano i jihadisti perché “sessualmente frustrati”; ne interrogano uno a cui mostrano, come prova di un test di verità, un video da vecchio cinematografo sull’11 settembre (“il Primo Attentato”); si fanno coraggio l’un l’altro dicendosi che una volta ritornati sulla Terra (ritorneranno?) non solo riceveranno un premio ma “ci faranno un monumento”; uno dei due confessa all’altro, in un brusco coup de théâtre, di essersi convertito grazie alla dottrina di quel Profeta K (“il contrario della verità è la certezza”) che imperversa su Venere ma che, alla fine, si rivela un tantino apocrifa.

Se forse nella trasposizione dal Memorial all’Operazione più di una scorrevolezza narrativa è andata perduta, e qualche allusione qua e là suona un filo lenona, la dimensione del palcoscenico restituisce tutto il vigore del collettivo Onnivoro, per l’occasione cresciuto ad una dozzina di elementi pescati dentro la crema della migliore produzione indipendente locale e non solo. Accanto a Maiani e Rassu, in scena tengono banco il batterista Andrea Napolitano, tutto solo coi suoi intermezzi-spot, e gli effetti video dei fratelli Alessandro e Francesco Tedde, che hanno lavorato all’ambientazione sonora dello spettacolo in generale, tra effetti vintage e riproduzioni ‘meccaniche’ analogiche quanto basta. Un impianto che dovrebbe far scuola. Le scenografie (efficace sia l’astronave sia l’attrezzatura degli astronauti) sono state curate invece da “Dissenso Cognitivo”, in armonia coi light designer Luca Gennari e Marcello Bezzi. Il suono in presa diretta è di Marco Parollo. E partecipano anche altri attori come Kingsley Onyedika Okeke e Alice Protto, sotto la supervisione di un attento Cavezzali giù dal palco.

L’atmosfera che ne scaturisce è tutta ‘valvolare’, grazie in primis al circuito delle telecamere di sorveglianza impiegate (gran trovata), con la ‘sala macchine’ a distanza: risulta il vero tratto saliente stampato nella memoria dello spettatore, come emerge fin dalle prime mosse dello spettacolo (70 minuti in tutto), quando il “faccione” del magistrato irrompe in bianco e nero sulla scena. Scena che, alla fine, viene rubata dal pubblico in sala: dev’essere lui infatti, interpellato dal pm, a giudicare sulla decisione o meno di bombardare Venere. Decidete in libertà ma sappiate che, nel caso, “la libertà vi deve un favore”. 

Luca Donigaglia, giornalista professionista

13 febbraio 2016
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