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DIRE - LE OPINIONI

Le bombe italiane che uccidono in Yemen. Il governo risponda

di Giorgio Frasca Polara* (da www.ytali.com)



Tremila bombe d’aereo stipate in diciotto container sono partite in gran segreto, prima di Natale, dal porto canale di Cagliari a bordo di un mercantile diretto a Riyadh: riforniranno i bombardieri della Royal Saudi Air Force nelle loro missioni criminali contro lo Yemen.

È l’ennesimo carico di morte che parte dall’Italia in violazione di tutte le norme internazionali. La novità dunque non è costituita dalla fabbricazione in Italia delle bombe e di altri terribili armamenti destinati all’Arabia Saudita, né dall’oramai sistematico avallo del nostro governo a questa infamia (di questo abbiam parlato più volte, nei mesi scorsi). Ma la novità, in questo caso, sta nell’entità del carico: senza precedenti nelle dimensioni e, per la prima volta, nel tentativo di tenere celata l’operazione ricorrendo all’antiterrorismo, alla Finanza e persino ai vigili del fuoco per circondare e mettere in sicurezza l’area del porto canale destinata all’approvvigionamento della Ro-Ro Cargo Ship “Bahir Tabuk”.

Allora bisogna anzitutto ricapitolare i termini di questo impressionante apporto italiano ad una delle più impressionanti, feroci e misconosciute guerra che si combattono – ad armi impari – nel Medio Oriente. Sono anni, oramai, che il nostro Paese fa da pozzo senza fondo alle esigenze militari di Riyadh. Un fornitore fisso è una azienda del gruppo tedesco Rheinmetall. Ma la Germania si guarda bene dall’agire in prima persona dopo aver denunciato il regime saudita anche in seguito al conflitto con lo Yemen e alle gravi violazioni dei diritti umani nel paese. E allora affida la produzione delle bombe aeree (il micidiale tipo MK80) a una azienda sì del proprio gruppo ma ufficialmente italiana, la Rwm-Italia, con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas, in Sardegna.

Già, ma per fabbricare ed esportare ordigni micidiali come questi ci vogliono fior di autorizzazioni, nevvero? Ebbene, proprio mentre Obama, tra gli ultimi atti della sua amministrazione, decideva di sospendere l’invio in Arabia Saudita non solo di bombe aeree ma anche di munizionamento di precisione per un valore di centinaia di migliaia di dollari, l’Unità per le autorizzazioni di materiale d’armamento (UAMA) rilasciava l’ennesima licenza di esportazione, e lo faceva senza neppure l’alibi della già famigerata triangolazione: spedisco a un paese non belligerante, e poi a chi rispedisce le bombe non m’interessa. No, la licenza viene rilasciata direttamente a chi userà gli ordigni per mietere vittime soprattutto tra civili inermi.

Né l’UAMA è un ufficietto sterile. È una vera centrale strategica, una potenza politica e operativa di primissimo ordine: fa capo al ministero degli Esteri (più precisamente al gabinetto del ministro) ma nel percorso per il rilascio delle licenze incidono i pareri vincolanti di altri tre dicasteri: Economia, Interni e soprattutto Difesa. E i ministri, in prima persona (gli unici con poteri di firma per le decisioni dell’Unità), sanno bene che le esportazioni di armamenti sono vietate – legge n.185 del 1990 – non solo verso le nazioni sotto embargo internazionale ma anche verso quelle in stato di conflitto armato e la cui politica contrasti con i principi dell’art. 11 della Costituzione. Non a caso la Rete italiana per il disarmo ha espresso e continua ad esprimere la forte preoccupazione dei tanti organismi che rappresenta per il crescente supporto di diversi dicasteri alle industrie militari italiane che producono ed esportano armamenti.



Sarà un caso che, in questo clima, l’Arabia Saudita abbia ricevuto da Fincantieri – c’è una interrogazione che giace, senza risposta, alla Camera – proposte per l’acquisto di nuove navi militari tra cui alcune corvette e fregate? E sarà un caso che l’offerta sia giunta poche settimane dopo la visita a Riyadh (nell’ottobre scorso) della ministra della Difesa Roberta Pinotti, che si era incontrata con il suo omologo saudita, il vice principe ereditario Mohammed bin Salman bin Abdulaziz, proprio in vista di nuovi accordi navali nel settore militare?

Non è sicuramente casuale invece, ma tutto da chiarire, il rigoroso (e segretissimo: un segreto di Pulcinella) accerchiamento interforze di un ampio settore del porto canale di Cagliari quando si è trattato prima di fare abbordare la nave saudita, poi di trasferire i diciassette container sulla banchina, e infine di caricare i tremila micidiali ordigni sulla Bahri Tabuk. La nave era in rada già dal giorno prima, in attesa del via. Porto circondato da uomini dell’antiterrorismo e da pattugliamenti costanti. Quindi alle 5,48 dell’8 dicembre la nave della morte è entrata in porto e per lunghe ore sono andate avanti le operazioni di carico. Appena concluse, la porta-container ha ripreso il largo diretta al Canale di Suez per raggiungere lo scalo saudita.

Insomma, un blitz pianificato in ogni dettaglio e autorizzato (questo termine è francamente troppo blando) dagli organi più alti e delicati della nostra struttura politico-statuale. Una struttura che non solo “copre” le magagne affaristiche della Germania ma osa ignorare anche i molteplici pronunciamenti di condanna dell’Onu per l’aggressione saudita allo Yemen.

C’è da chiedersi il perché di cotanta e insolita mobilitazione guerresca. Che cosa – a parte la vergogna dell’operazione in sé – si temeva potesse accadere? Nulla è successo né poteva accadere. Piuttosto, ben più allarmante è un altro pericolo: che l’Italia e la Sardegna in particolare possano essere bersaglio di criminali rappresaglie del terrorismo per questi infami traffici e per le scandalose coperture che ad essi danno il governo e in particolare i ministri personalmente coinvolti nell’UAMA.

Ed è assai grave che, dopo le prime, clamorose rivelazioni di Famiglia Cristiana su questa vicenda; dopo la campagna di denunce in cui si è impegnata ytali; e dopo una sfilza di interrogazioni e interpellanze di molti gruppi alla Camera e in Senato, non un presidente del Consiglio e non un ministro dei quattro chiamati ripetutamente in causa, si sia degnato di rispondere non con generiche “giustificazioni” ma con argomentazioni di merito. Già, e come farebbero a spiegare ed argomentare un disegno così sfacciato di delittuose complicità belliciste?


 *Ha lavorato quarantatre anni all’Unità, prima della sua privatizzazione. E’ stato a lungo portavoce di Nilde Iotti. Ha curato per Sellerio l’edizione anastatica del Memoriale di Jalta di Togliatti; e sempre per Sellerio ha pubblicato “La terribile istoria dei frati di Mazzarino” e “Cose di Sicilia e di siciliani” appena ristampato.

 

13 gennaio 2017

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