La Serbia accusa gruppo di russi: “Pianificavano un golpe in Montenegro”

montenegro-podgoricajpgROMA  – Le forze di sicurezza serbe sono riuscite ad estradare una banda di criminali composta da 20 persone di nazionalità russa e serba dal Montenegro.

Secondo l’intelligence di Belgrado, il gruppo – sospettato di essere al soldo di Mosca – aveva come obiettivo quello di realizzare un colpo di Stato in Montenegro, instaurando un governo provvisorio filo-russo. Lo rivela il ‘Guardian’, in un lungo articolo di inchiesta realizzato grazie a fonti anonime della regione interessata. Secondo il quotidiano britannico, tra i criminali fermati a Podgorica, c’erano oltre ai russi anche dei serbi, già noti alle autorità per aver combattuto nelle milizie filo-russe che appoggiarono i separatisti nel conflitto in Ucraina orientale.

Secondo la ricostruzione dell’intelligence serba, i golpisti sarebbero dovuti entrare nel Parlamento montenegrino con indosso le uniformi della polizia, e quindi avrebbero dovuto aprire il fuoco contro il Primo ministro Milo Dukanovic, per poi instaurare un proprio governo. Gli agenti serbi hanno rinvenuto dell’esplosivo non lontano dall’abitazione del Primo ministro di Belgrado Aleksandar Vucic, collocato proprio sul tragitto che quotidianamente il Premier compie con la propria automobile per rientrare a casa.

Secondo le informazioni raccolte dal ‘Guardian’, le autorità serbe – che hanno deportato in Serbia alcuni russi arrestati a Podgorica poiché sospettati di voler realizzare un golpe in Montenegro – hanno sventato anche una cellula russa a Belgrado accusata di essere la mente del possibile colpo di Stato di Podgorica. Il gruppo è stato infatti trovato in possesso di divise della polizia montenegrina, di una somma di denaro pari a 120mila euro e di attrezzature in grado di tracciare in tempo reale gli spostamenti del Primo ministro montenegrino Dukanovic.

L’operazione di espatrio dei russi sospettati di stare pianificando il colpo di Stato è avvenuta in sordina, per evitare che lo scandalo travolgesse il governo russo, così come riferisce il quotidiano britannico.

Inoltre, sempre secondo le fonti diplomatiche anonime raggiunte dal ‘Guardian’, tutto è avvenuto dopo la visita di Nicolai Patrushev, il capo dell’intelligence di Mosca, del 26 ottobre a Belgrado, “nel tentativo di contenere tale scandalo”. Patrushev ha definito quindi il gruppo “una banda di canaglie” e ha quindi smentito il coinvolgimento del Cremlino, che a suo dire non avrebbe dato alcuna autorizzazione all’operazione. Nebojsa Sefanovic, ministro dell’Interno serbo, se da un lato ha smentito che l’espatrio dei criminali russi sia collegato al dossier sul tentato golpe in Montenegro, dall’altro ha confermato l’inchiesta sulla cellula accusata di voler uccidere il Premier serbo Vucic (avviata peraltro qualche giorno dopo la visita di Patrushev): “Sappiamo che le persone assoldate per fare questo lavoro provenivano dalla regione, ma non dalla Serbia, e che altre bande criminali interregionali sono coinvolte nella vicenda, ma tuttavia- ha tenuto a puntualizzare- costituiscono solo gli esecutori materiali”. Quindi per il ministro degli Interni Serbo, tali bande verrebbero impiegate per fare “il lavoro sporco”: l’uccisione di un Primo ministro “è qualcosa che nemmeno persone come loro farebbe alla leggera. Abbiamo ragione di credere che siano stati usati”. Intanto il premier Vucic ha pubblicamente annunciato misure atte a rafforzare la sicurezza interna e per potenziare il servizio di intelligence, che verrà ristrutturato: “La situazione è più grave di quanto pensassimo”, ha dichiarato alla Tv di stato Rts.

Sebbene le autorità serbe abbiano smentito ogni possibile collegamento tra l’arresto dei criminali russi consegnati da Podgorica, nonché qualsiasi legame tra i tentativi di eliminare i due premier di Serbia e Montenegro, il ‘Guardian’ avanza alcune ipotesi. La regione rappresenta il terreno in cui si incontrano le rivalità tra l’Europa occidentale e quella orientale.

In particolare, Mosca non disdegnerebbe riattirare nella sua sfera di influenza Paesi che ora preferirebbero gravitare nell’orbita dell’Unione europea. C’è poi la Nato: il Premier Vucic sta spingendo con cautela il suo Paese verso l’Alleanza atlantica, sebbene il Paese abbia abbracciato la neutralità militare. Punto peraltro riconfermato da Vucic quando a settembre si è incontrato a New York col capo della Nato, Jens Stoltenberg. Quest’ultimo, ribadendo il rispetto per questa posizione, ha comunque sottolineato che la Serbia è un alleato importante per i Paesi dell’Alleanza atlantica e che non è sua intenzione fare pressioni per un’eventuale decisione di Belgrado di aderirvi. Anche il Premier Dukanovic è favorevole a “tradire” il Patto di Varsavia: riconfermato a metà ottobre alle legislative, ha fatto subito sapere che traghetterà il Paese verso New York e nell’Ue. Ma il piano di integrazione eurasiatica non piace a Mosca. Per questo Belgrado avanza con atteggiamento più accorto: negli ultimi anni ha favorito esercitazioni militari sia con le forze russe che con quelle Nato. Tuttavia secondo le intelligence occidentali, è proprio in Serbia che si celerebbe il “cavallo di Troia” da cui vengono coordinate azioni volte a destabilizzare l’intera regione. Si tratterebbe del Centro umanitario serbo-russo, che dal 2012, a Nis, ospita funzionari russi a cui peraltro Vucic ha negato lo status di diplomatici proprio di recente. Il Centro sarebbe l’hub del network di gruppi criminali o paramilitari. Lo status di diplomatici avrebbe consentito al personale del Centro di portare nel Paese equipaggiamenti senza essere sottoposti al controllo delle autorità serbe.

12 Nov 2016
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