Ilaria Cucchi: “Al Viminale solo quando Salvini chiederà scusa”

Ilaria con l’avvocato Fabio Anselmo

“Il giorno in cui il ministro dell’Interno chiederà scusa a me, alla mia famiglia e a Stefano allora potrò pensare di andarci, prima di allora non credo proprio”. Lo dice Ilaria Cucchi ai microfoni di Rtl 102.5.

“Stefano morto di dolore dopo quel pestaggio”

Nove anni per aprire una breccia in questo muro…

“Sì, mio fratello non è caduto dalle scale, non è morto di suo, mio fratello è stato violentissimamente pestato, questo era chiaro ai nostri occhi sin dall’ultima volta che lo abbiamo potuto vedere, morto sul tavolo dell’obitorio in condizioni terribili. Morto letteralmente di dolore dopo quel violentissimo pestaggio che per anni è stato negato. Oggi quella verità che era chiara a noi e col tempo è stata chiara a tutti coloro che hanno anche avuto semplicemente il coraggio di guardare le immagini del corpo di mio fratello è entrata anche nell’aula di giustizia”, dice ancora Ilaria Cucchi ai microfoni di Rtl 102.5.

“Terribile ascoltare quel racconto”

Il racconto del pestaggio? Terribile, avevo voglia di piangere- dice la sorella di Stefano-. Ho letto quelle parole, nero su bianco, la brutalità, la cattiveria che è stata fatta a mio fratello che ha dovuto subire… quel corpo inerme, quella fragilità. Tante volte in questi anni si è parlato, strumentalizzandola, della magrezza di mio fratello, ecco, quei due corpi che si sono avventati sopra mio fratello che era arrestato, indifeso, che non poteva fare del male a nessuno, la brutalità, la cattiveria, il disinteresse, il pregiudizio nel quale poi Stefano nei giorni successivi, sei giorni ricordo – un lasso di tempo brevissimo – è stato lasciato morire. Tutto questo si fa fatica ad accettarlo, da sorella di Stefano e da cittadina, siamo in un momento terribile per la nostra società, per il nostro Paese, nel quale si sta facendo passare in qualche maniera il concetto che i diritti umani sono sacrificabili in nome di presunti interessi superiori. Credo che mio fratello sia un esempio di questo”.

Leggi anche: Cucchi, un carabiniere racconta pestaggio e fa i nomi

“In quei 6 giorni fu visto da 150 pubblici ufficiali”

“Una cosa che non tutti sanno- dice ancora Ilaria Cucchi- è che mio fratello in quei sei giorni in cui moriva da solo come un cane in realtà non era da solo, perché poi li abbiamo contati durante il processo, lui è stato visto, è entrato in contatto con qualcosa come 140 o 150 pubblici ufficiali, non cittadini comuni, che hanno avuto in qualche modo, a vario titolo, a che fare con lui e che hanno visto man mano il degenerare di quelle condizioni fisiche che lo hanno portato alla morte. Mio fratello stava malissimo, lo sentiamo nell’audio dell’udienza di convalida dell’arresto che si lamenta perché non può parlare tanto bene. Nessuna di quelle persone è stata capace di guardare oltre il pregiudizio e di vedere oltre quel detenuto un essere umano che stava male e che stava morendo, perché se lo avessero fatto ora non esisterebbe nessun ‘caso Cucchi’”.

“Io dico sempre- continua- che Stefano è morto perché era un ‘ultimo’, perché abbiamo una giustizia che ha due pesi e due misure, forte con i deboli e debole con i forti, e di ultimi ce ne sono tanti e ,ahimè, nella nostra società sono destinati ad aumentare. Vero, Stefano non me lo riporterà indietro nessuno, se domani Stefano dovesse bussare alla mia porta e dirmi che c’è stato un errore e che è ancora vivo il mio dolore di questi nove anni non me lo toglie nessuno, la mia vita è cambiata per sempre. L’unica cosa che mi dà la forza di andare avanti è provare, tramite Stefano, a dar voce a tutti gli altri Stefano, tutti gli altri ultimi di cui non importa niente a nessuno, che muoiono e che subiscono soprusi quotidianamente nel disinteresse generale, di una società che è abituata a voltarsi dall’altra parte e che pensa sempre che le cose capitino sempre agli altri e mai a se stessi”.

Ti potrebbe interessare:

12 ottobre 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»