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scientificamente - Gli Speciali di DIRE

Tutto su Saturno, il Project Science Group a Roma

Saturno è uno dei giganti gassosi del Sistema solare, reso unico da quegli anelli fatti di polvere e particelle che lo rendono inconfondibile. Da più di dieci anni la missione internazionale Cassini-Huygens studia da vicino Saturno, anche se, naturalmente, è nata molto prima. Esiste più o meno da quando esiste l’Agenzia spaziale italiana, scherza il presidente Roberto Battiston, e dopo più di vent’anni continua a stupirci con i suoi incredibili dati.

Il nome della missione viene da lontano. La sonda deve la sua denominazione all’astronomo Gian Domenico Cassini, che, nel Seicento, si dedicò allo studio di Saturno e dei suoi anelli. Huygens, invece, è il lander che prende il nome dall’astronomo olandese che, sempre nel Seicento, scoprì Titano, una delle lune del pianeta.

La missione, lanciata nel 1997, è nata dalla collaborazione fra la Nasa, l’Esa e l’Asi e rimane uno degli esempi migliori di lavoro congiunto internazionale

L’Italia ha un ruolo importante nella missione. Su Huygens c’è Hasi, il primo strumento a guida italiana in una missione Esa e sulla parte Cassini spicca lei, la grande antenna che consente a tutti gli altri strumenti di funzionare e mandare a Terra i dati che vengono raccolti a più di un miliardo di chilometri da noi. L’antenna è parte integrante dello strumento radar, realizzato dall’Italia insieme al Jet propulsion laboratory della Nasa, e dei sottosistemi di radioscienza. L’antenna ha giocato un ruolo fondamentale anche nella sopravvivenza di Cassini, comportandosi con la sonda come un vero bodyguard. L’ha infatti protetta sia quando si è trovata a transitare vicino a Venere e le elevatissime temperature rischiavano di deteriorarla e sia quando ha dovuto attraversare gli anelli per avvicinarsi alla sua meta: è stata essenziale per ripararla dai micro impatti. A bordo un altro strumento importante è VIMS, primo spettrometro maturato per una missione di spazio profondo realizzato sotto la guida di Angioletta Coradini.

Quando la missione è nata si sapeva poco o niente di Saturno e ancor meno delle sue lune, tra cui spiccano Titano e Encelado. Ma grazie a Cassini tante nubi sono state diradate. Una delle scoperte che ha avuto più rilievo è quella del propilene su Titano.

Ma cosa sta facendo Cassini ora? Per osservare l’attività della missione si è riunito per la prima volta nella sede dell’Agenzia spaziale italiana – e per la quinta volta in Italia – il Cassini project science group, un meeting internazionale che, tre volte l’anno, riunisce lo staff di scienziati che lavorano alla missione per osservare non solo cosa sta facendo intorno a Saturno, ma anche quale è il suo stato di salute e quali sono i risultati scientifici ottenuti, per poi pianificare il futuro. E guardare avanti, specie nel caso delle missioni spaziali, è imperativo. Cassini è una missione che ha ottenuto di essere prolungata fino al 2017 e già adesso gli scienziati stanno pensando alla sua fine: hanno pianificato un vero e proprio tuffo su Saturno. Cassini sarà attentamente pilotata nel suo ultimo passo. Sarà un momento delicato, in cui la priorità è assegnata alla preservazione di un ambiente così lontano e in parte ignoto, evitando qualsiasi forma di contaminazione. E’ importante che Cassini non inquini in nessun modo il pianeta e le lune che è andato a studiare.

SONNO DA ASTRONAUTA

Samantha Cristoforetti ha portato a termine con successo tre delle sei sessioni dell’esperimento Wearable Monitoring, che ha l’obiettivo di ‘misurare’ il sonno degli astronauti in microgravità. La qualità delle ore di sonno è infatti determinante per quanto riguarda attenzione e capacità di concentrazione durante la veglia. Astrosamantha ha indossato la maglietta del sistema MagicSpace, che contiene dei sensori che rilevano elettrocardiogramma e respiro. Fanno parte del sistema anche un’unità di monitoraggio per la raccolta dei dati e la misura delle vibrazioni cardiache, e un termometro per la misura della temperatura cutanea. I risultati dell’esperimento non sono utili solo per controllare il sonno di chi vive a bordo della Stazione spaziale internazionale, ma possono avere anche delle ripercussioni a Terra, perché potrebbero portare a delle rilevazioni di telemedicina.

DA GINEVRA A ROMA, ARRIVA L’ACCELERATORE LHC

L’acceleratore Lhc che ha permesso di scoprire il bosone di Higgs arriva a Roma. Sarà in mostra dal 29 gennaio al 4 febbraio a piazza Mignanelli, proprio poco lontano da dove, in Italia, è nata la lunga tradizione della fisica delle particelle, grazie alle ricerche dei ‘ragazzi di via Panisperna’. Furono loro a gettare le basi per la nascita del Cern e dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare. L’installazione si chiama ‘Meet-Lhc – 60 anni di Italia al Cern’ ed è curata dall’Infn con la collaborazione del Comune di Roma. Permette ai visitatori di ammirare la complessità degli apparati sperimentali e di approfondire, attraverso un percorso fotografico, la storia del celebre laboratorio internazionale che sarà diretto dall’italiana Fabiola Gianotti. Il percorso fotografico mette l’accento sull’importante contributo che l’Italia, grazie all’Infn, ha fornito per il raggiungimento dei successi del Cern. Tra gli oggetti esposti anche un componente originale del superacceleratore LHC, che in primavera riprenderà la sua attività di ricerca.

KEPLER E I ‘GEMELLI’ DI SOLE E TERRA

La missione Kepler della Nasa ha scovato una sorta di Sistema solare in miniatura. Al centro c’è Kepler-444, una stella vecchia di 11,2 miliardi di anni intorno a cui sembrerebbe che ruotino cinque pianeti di dimensioni diverse, grandi più o meno come Venere e Mercurio. La formazione di questo sistema planetario risale a un periodo antichissimo: l’Universo, all’epoca, si era formato soltanto per un quinto. Questo dato è molto utile, perché arricchisce la conoscenza degli astronomi riguardo all’inizio della formazione dei pianeti. La scoperta, su cui hanno lavorato astrosismologi e ricercatori dell’università di Birmingham, è stata pubblicata sull’Astophysical Journal.

CONTRO IL MIELOMA UNA NUOVA MOLECOLA MESSA A PUNTO DAL CNR

Si chiama ‘Dtp3’ ed è una molecola sintetica che agisce sulle cellule tumorali. E al contrario di quanto accade con le terapie attuali- fanno sapere gli esperti- “non è tossica per le cellule sane”. I ricercatori dell’Istituto di biostrutture e bioimmagini del Cnr di Napoli, in collaborazione con l’Imperial College di Londra, hanno sviluppato una nuova molecola selettiva contro il mieloma multiplo, un tumore del sangue a carico delle plasmacellule, ad oggi considerato incurabile. Lo studio, finanziato dal Medical research council (Mrc), National institutes of health, Imperial Innovations e progetti Firb e Prin, è stato pubblicato sulla rivista ‘Cancer Cell’.

 

di Antonella Salini

12 febbraio 2015

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