Lazio, Mattia: “Linguaggio è maschile, doveroso cambiare”

“Mi chiamo Eleonora Mattia e sono ‘nato’ a Colleferro”, racconta Eleonora Mattia, Presidente IX Commissione Consiglio Regionale del Lazio.
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ROMA – “Mi chiamo Eleonora Mattia e sono ‘nato’ a Colleferro”. C’era scritto così sul cartellino che mi accompagnava nella culla del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale in cui sono nata. Anche oggi, sulla carta d’identità, sotto il mio nome, Eleonora Mattia, c’è la riga con scritto ‘nato a’…”. Così in una nota Eleonora Mattia, Presidente IX Commissione Consiglio Regionale del Lazio con delega alla Formazione, Lavoro, Pari opportunità, ricerca, istruzione, diritto allo studio e politiche giovanili e membro del Comitato DireDonne.

“Eliminare le discriminazioni verbali e linguistiche è un passo fondamentale”

“Sono soltanto due esempi, i più semplici ed evidenti, di una società in cui il linguaggio di genere è esclusivamente al maschile. La donna, con termini al femminile, non compare praticamente mai. Una mancanza che non troviamo soltanto sui giornali, dove ‘uomo’ viene usato per indicare l’intera specie umana, ma anche sui Codici, penale e civile. Il reato di omicidio, che in ogni altro paesi del mondo viene definito come privazione della vita di una persona, o di un essere umano- chiarisce Mattia nel suo contributo a DireDonne- nelle leggi italiane è chiamato omicidio (assassinio di un uomo) e, nello specifico, si afferma che “Chiunque cagiona la morte di un ‘uomo’ è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”.

Prosegue Eleonora Mattia :”In un contesto simile, è necessario impegnarsi per giungere all’approvazione di una legge che porti, finalmente, alla correzione nei codici e nelle leggi italiane del sostantivo ‘uomo’ con ‘persona’, e introduca l’aggettivo maschile nella normativa inerente la violenza sulle donne. Perché eliminare le discriminazioni verbali e linguistiche è un passo fondamentale verso il contrasto alla violenza maschile sulle donne”.
Continua Mattia:”Oggi più che mai dobbiamo essere consapevoli che ‘pensiamo come parliamo’, ovvero la lingua che parliamo influenza le forme del pensiero e, quindi, le azioni. Come si spiega, altrimenti, che nonostante la lingua italiana distingua il genere maschile dal femminile, il singolare dal plurale, sia frequente ascoltare espressioni come l’uomo tiene molto al lavoro, o l’uomo è onnivoro, nelle quali il singolare si estende al plurale e il maschile diventa neutro e viene usato per indicare l’intera umanità? La conseguenza è che la donna diventa invisibile. Basti pensare al mondo della scuola dove, tra infanzia, primaria e secondaria di primo grado, il personale docente è in larghissima parte femminile eppure, da sempre, quando se ne parla si dice i docenti o gli insegnanti.
Laddove, però, sarebbe importante distinguere il genere maschile da quello femminile, ovvero nella violenza contro le donne, la distinzione non c’è più e si ricorre ad una più generica violenza di genere, che tende a far scomparire l’aggravante dell’uomo che si accanisce sulla donna considerandola di proprietà. E’, quindi, tempo di introdurre l’aggettivo maschile accanto al termine violenza. Dobbiamo, insomma- conclude Mattia nella sua nota- rompere schemi e stereotipi per scardinare e modificare convinzioni e consapevolezze che, pur ancorando le proprie radici in tempi lontanissimi, abbiamo oggi il dovere e l’urgenza di cambiare. Una volta per tutte”.

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11 Dicembre 2018
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