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Mali, parlano le attiviste: “Diritto alla terra solo se facciamo rete”

dal nostro inviato in Mali Vincenzo Giardina

Habibatou DjillaBAMAKO (Mali) – “Le buone leggi contano solo se le donne diventano consapevoli dei propri diritti” premette Habibatou Djilla, 32 anni, presidente della Reseau des Jeunes Femmes Leaders des Partis Politique et des Organisations de la Societe Civile (Rejefp).

L’incontro con la DIRE avviene nella sede dell’associazione, attiviste in tutto il Mali, non lontano dalla ferrovia che da Bamako porta in Senegal. È una coincidenza ma il tema dell’intervista riguarda anche i Paesi vicini, dove la lotta per la parità di genere attraversa pure una fase critica.

Lo spunto dell’intervista è una nuova legge che impegna le autorità di Bamako ad affidare in gestione esclusiva a coltivatrici e cooperative al femminile tra il 10 e il 15 per cento dei terreni di proprietà pubblica.

Un passo compiuto dopo mesi di consultazioni con le organizzazioni della società civile, ora alla prova di consuetudini rese ancora più soffocanti da una competizione per le risorse crescente, acuita dai cambiamenti climatici. “La legge deve spingerci a rafforzare l’impegno di informazione e sensibilizzazione” sottolinea Djilla, studi all’Università di Bamako, poi eletta consigliere comunale della sua città proprio grazie al lavoro alla guida della Reseau. “Un conto sono le norme scritte e un altro le pratiche consolidate: la conferma l’abbiamo avuta dalle norme approvate in Burkina Faso, che non si sono tradotte in alcun sostegno concreto alle organizzazioni delle donne”.

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Di certo, il testo entrato in vigore in Mali è un compromesso. Riguarda le proprietà pubbliche senza entrare nel merito del diritto privato e di famiglia. “E in Mali il peso della tradizione resta forte, addirittura schiacciante nei casi di vendita o eredità” dice Djilla: “Chi perde il marito perde spesso anche la terra, che va alla famiglia del defunto seguendo la linea di trasmissione maschile”.

Qual è allora la strada da seguire? “Lo Stato e le organizzazioni della società civile devono lavorare in sinergia favorendo una nuova consapevolezza” risponde la presidente della Reseau: “Se si uniscono, le donne diventano una forza importante”. In gioco, in Mali, c’è anche il contrasto alla povertà. “Le coltivatrici producono il 70 per cento del cibo eppure non hanno alcuna indipendenza economica”, ha sottolineato Oumou Bah, ministro per la Promozione delle donne, dei bambini e delle famiglie. Tra i suoi impegni c’è la valorizzazione dell’agricoltura femminile, con la tradizionale cura degli orti e produzioni alternative ai cereali, dalle melanzane ai fagioli ai pomodori, anche per arricchire la dieta. È un altro traguardo decisivo in Mali, dove la malnutrizione compromette la crescita di un bambino su quattro.

11 luglio 2017

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