Abbiamo un governo?

Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

D’accordo, sia il Senato che la Camera hanno votato la fiducia al governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte. Ma basta questo per dire che l’Italia ha un governo? A meno di non arroccarsi sul formalismo giuridico, non basta.

Come premier Conte non è riuscito ad essere convincente. Nell’esposizione del programma si è limitato ad una lunga parafrasi del cosiddetto “contratto” (esplicitamente richiamato come tale) condendola con qualche trovata retorica di modesto livello come quella scontata del trasformare l’accusa di populismo in titolo di merito perché significa ascoltare la gente (un classico della retorica politica). Nelle repliche sia al Senato che alla Camera ha sfoggiato invece la sua padronanza della retorica avvocatesca, quella che per convincere la “giuria” mescola attestazioni di umiltà, giravolte sul non mi avete capito, forse non mi sono spiegato bene, e rovesciamento delle contestazioni delle controparti.

Un po’ poco per accreditarsi come il perno dell’esecutivo e sfatare l’impressione di essere semplicemente il delegato dei due reggenti della sua maggioranza. Bisogna riconoscere che con Camere dove ormai domina una classe politica che sembra uscita in ritardo dalle assemblee studentesche post-sessantottine i limiti di Conte non sono risaltati più di tanto. Immaginarsi che questi possano minare la fiducia dell’elettorato della sua maggioranza è pura utopia: il populismo è la chiave della cultura politica di gran parte della nostra nazione, c’è poco da fare.

Del resto dopo vent’anni di politica ridotta al livello della comunicazione allo scontro tra berlusconismo e antiberlusconismo, al dominio dei talk show che sono per lo più arene di wrestling politico, lamentarsi di quel che sta succedendo è un po’ patetico. Mentre si assisteva ai dibattiti sulla fiducia accessibili tanto via TV che via internet, non si poteva sfuggire alla constatazione che anche quel poco di opposizione che è sopravvissuta al terremoto elettorale non sapeva fare che un po’ di populismo di segno diverso: magari in qualche caso con retorica più brillante e strutturata, ma non si andava molto in là.

In sostanza al libro dei sogni che snocciolavano il presidente Conte in Aula e fuori i suoi volonterosi ministri delegati a far campagna elettorale (nel silenzio assordante dei pochi “tecnici” presenti nel governo) le opposizioni non sapevano contrapporre che la solita argomentazione del “ma non si può fare”. Il che è anche giusto, ma notoriamente in politica non funziona, perché suona come il solito argomento dei conservatori che vogliono fermare il progresso. Anziché presentare al governo richieste precise per la realizzazione di contropiani, in modo che la gente possa apprezzare l’esistenza di una alternativa, ci si è limitati a denunciare quanto il programma dell’esecutivo fosse inconsistente. Così non si teneva conto del fatto banale che gli elettori hanno votato per provare un’alternativa utopistica perché hanno giudicato fallita la politica perseguita dalle classi politiche che hanno governato “realisticamente” in precedenza.

Non ci sembra una gran prospettiva aspettare che il nuovo governo crolli vittima delle sue incapacità, perché sotto quel crollo ci resterà il paese, cioè tutti noi. In realtà una parte almeno delle classi dirigenti ha ragionato sul fatto che un po’ di populismo sia soltanto una carnevalata che poi passa e si torna ai vestiti di tutti i giorni, cioè si aggiustano le cose con la solita tecnica: tutto cambi, perché tutto resti come prima.

E’ davvero possibile nel contesto attuale? Forse qualcuno si sarà accorto che un po’ di marcia indietro è stata fatta da quegli ambienti che avevano dato credito a quel modo di pensare che abbiamo sommariamente descritto. Il cambiamento di classe politica è stato massiccio e il tifo da stadio che ha accompagnato il dibattito sulla fiducia, nonché le argomentazioni che in quel contesto hanno svolto i portavoce della maggioranza non sono indizi che promettano un buon futuro.

I problemi del paese sono tanti e gli strumenti che abbiamo per affrontarli non sono molti. In un clima di esaltazione collettiva, tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione, non sarà facile trovare la strada di una sperimentazione delle novità che non sia di natura avventuristica. Eppure al punto in cui siamo giunti non è possibile pensare di cavarsela semplicemente governando al minimo l’esistente, al più con qualche verniciata di buone intenzioni. La gente si aspetta che “si faccia qualcosa” per prendere per le corna i vari tori che si aggirano per le nostre strade. Tutti i sondaggi ce lo fanno capire, ma basta girare un po’ per i supermercati per capirlo.

I nuovi venuti lo sanno e ci proveranno, statene certi. Nella prima fase godranno dell’indulgenza di quell’opinione pubblica, maggioritaria, che li ha messi al potere, con la solita argomentazione del “almeno ci stanno provando”. Lasciare che vadano a sbattere, così perderanno il consenso, è pericoloso, perché, come s’è detto, allora a sbattere ci andremo tutti.

Capiamo che l’opposizione e in genere parti responsabili dell’opinione pubblica temano che collaborare dialetticamente ad evitare sfracelli significhi consolidare al potere gli attuali vincitori, aiutati a superare infantilismi e avventurismi. Ma l’unico modo per dimostrare che una democrazia funziona davvero è mostrare che è in grado di educare il ricambio delle classi dirigenti, nella consapevolezza che quello nel sistema deve instaurarsi come un moto perpetuo.

11 Giugno 2018
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